RICORDI CHE ORA CI SEMBRANO FAVOLE


by     Maria Pia Caporuscio

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Le nostre campagne, un tempo paradiso di verde, di frutti, di profumo, curate e coltivate dai contadini, che si prendevano cura della terra dalla quale ricavavano la ricchezza necessaria alla nostra sopravvivenza, ottenendo in questo modo un doppio risultato: nutrirsi e proteggere il territorio dai disastri naturali, nel rispetto della natura.
Purtroppo ai giorni nostri vengono violentate e sfruttate da parte di gente priva di scrupoli, che le soffoca nel cemento.
Togliendole ai contadini si è compiuto un delitto di cui nessuno ne risponde, si è ribaltata la sua funzione che era quella di essere coltivata per farne un monumento al cemento.
A che serve piangere i morti che ogni anno vengono uccisi in conseguenza di questo scempio?
Non è la natura colpevole di essere quello che è, ma gli uomini che non si stancano di violarla!
Mentre osservo l’oscena costruzione di quell’enorme ipermercato, che un tempo era il regno di alberi secolari e di erba viva, dove il gregge di pecore al pascolo, dava l’impressione come guardare un presepe o un quadro d’autore, istintivamente mi ritrovo nel passato:

“Ricordalo sempre piccola, vivere è un arte che si impara – diceva dopo aver sputato il residuo di tabacco, appiccicato sul labbro.
– Quanto tempo ci vuole per imparare, nonno?
Lui voltava il capo verso di me e mi guardava in quel modo particolare e il suo volto assumeva l’espressione furbesca che hanno i bambini – Il tempo necessario affinché i tuoi piccoli artigli, non li avrai trasformati in vere manine.
– Ma io le ho già le mani, nonno! – Protestavo.
Lui scuoteva il capo sorridendo sotto i lunghi baffi e i suoi occhi diventavano due fessure azzurre, che mi stupivano sempre, in quel viso scuro, cotto dal sole.

Il nonno amava sedersi sotto la vecchia quercia dietro casa ed io lo imitavo.
Di tanto in tanto, batteva la pipa contro il tronco, per liberarla del tabacco bruciato, poi la riempiva con quello fresco, che tirava fuori da una scatolina di tartaruga, che riponeva nella tasca della camicia di tipo militare, che lui prediligeva – Io ti taglierò gli unghioni, così non dovrai affannarti nelle vie del mondo, alla ricerca di cose prive di valore, per poi accorgerti un giorno, di aver buttato via il tuo tempo.
Ti insegnerò a vedere oltre le cose.
La vita è irripetibile per questo dobbiamo amarla e godere di ogni giorno, senza sciuparla in un inutile arrembaggio, tanto nulla di ciò di cui ci appropriamo, potremo portarci nel viaggio di ritorno.
Osserva la natura è da essa che dovrai imparare.
Guarda il vento gioca con i fiori per disperdere il polline che trasporta lontano per abbellire altri prati e li lascia liberi, al contrario degli uomini che si appropriano di ogni cosa che toccano.
Osserva queste rondini, trascorrono il loro tempo ad onorarla la vita e così dovrai fare anche tu.
Sulla sua fronte mentre parlava, si disegnavano due solchi profondi.
Mi piaceva ascoltarlo mentre narrava la vita degli animali, mi faceva notare le differenze con gli uomini, ed io mi stupivo che quasi sempre, erano a nostro sfavore.
Vedevo con i suoi occhi, la foresta, le tane degli animali, il loro vivere libero. Restavamo sotto la quercia anche nelle giornate di pioggia. I nuvolosi scuri ed il vento che soffiava forte e strapazzava le foglie e i miei capelli, rendevano più fantastici i suoi racconti.
Mi accucciavo al centro della quercia appoggiando la schiena al tronco e raggomitolata come una lucertola, ascoltavo incantata le cose straordinarie che raccontava.
E’ meraviglioso sentire il ticchettio della pioggia sopra le foglie ed esserne protetti come sotto un enorme ombrello. Tornavamo dentro solo quando le foglie erano sature di acqua e non riuscivano più a trattenerla.
Durante le nostre passeggiate lungo il fiume, incontravamo dei rovi carichi di more che lui non lasciava marcire sui rami. – Dobbiamo accettare i doni che gentilmente il bosco ci offre.
Coglieva le melette ancora acerbe, che pendevano dai rami fuori dei recinti, quelle mele pulite addosso agli abiti e scostumatamente addentate … che poesia!
Mi spiegava i nomi delle piante e le loro proprietà. Le conosceva tutte e mentre parlava, posava la mani sul tronco come avesse voluto accarezzarle, quasi fossero sue vecchie amiche.
– Questo è l’albero del gelso. E coglieva i piccoli frutti bianchi o neri ma sempre dolcissimi – Con le sue foglie si nutrono i bachi – spiegava – i quali forniscono la seta …
Uscivamo all’alba quando si andava a pescare e raggiungevamo il fiume.
Nonostante il buio, l’acqua si vedeva limpidissima, faceva da specchio al cielo e sul fondo, insieme alla ghiaia e ai pesci, che guizzavano via spaventati dalla nostra presenza, si specchiava la luna.
C’era un silenzio profondo, rotto solo dal rumore sordo dei remi, che entravano e uscivano dall’acqua.
I salici, ai bordi del fiume, mi facevano paura. Si muovevano per la brezza ma io rabbrividivo al pensiero che potessero nascondere pirati o belve feroci. Il timore aumentava se il vento soffiava più forte, allora le foglie dei pioppi emettevano suoni che a tratti, parevano lamenti. Mi accucciavo immobile e mi stringevo addosso il giaccone di lana, per sentirmi più protetta.
A volte i rami mi toccavano all’improvviso e io mi alzavo terrorizzata e il nonno gridava di non muovermi. Questo succedeva quando si accostava troppo alla riva oppure se in quel punto l’acqua si abbassava durante il giorno, da permettere alle piante di nascere anche in mezzo al fiume.
Alle volte il letto del fiume si divideva e se ne formavano due, che costeggiavano dei piccoli isolotti lussureggianti. Sulla sua ghiaia candida e levigata, ci sedevamo per fare colazione.
In queste minuscole isole, l’erba cresceva abbondante e altissima.
E mentre mio nonno preparava le lenze, io la esploravo. Camminavo col cuore sospeso per l’ansia, che mi suscitava quest’isola deserta. Mi aprivo il passaggio scansando l’erba che mi arrivava in vita, con lo stato d’animo di chi affronta la sua più grande avventura. Mi sentivo Robinson Crosué e provavo l’insano desiderio di trovare qualcosa di spaventoso, da raccontare alle amiche, però il coraggio, a questo punto, veniva meno e giudiziosamente tornavo sui miei passi.
Mi fermavo a raccogliere le pietruzze colorate, che mettevo nel mio zainetto oppure, dopo essermi slacciata le scarpe, mi sedevo sulla riva del fiume e con i piedi a bagno, lanciavo i sassi nell’acqua. Mi piaceva guardare gli spruzzi sollevati dal tonfo e i cerchi che si allargavano all’infinito…
Molto spesso sulla riva del fiume si vedevano gruppetti di donne che lavavano i panni. Mi giungeva un rumore di voci, di sbattere di panni, un profumo di sapone, risa di bimbi e richiami di mamme quando si allontanavano. Poi all’improvviso qualcuna si metteva a cantare subito imitata dalle altre. Ad esse si univano i gruppetti di lavandaie più a valle, allora alzavano il tono, per essere udite da un capo all’altro.
Si univano al canto anche i venditori di ghiaia e i fabbricanti di blocchetti di cemento, di quella minuscola fabbrica poco lontano, che utilizzava nell’impasto, la ghiaia del fiume. Le corde del collo si gonfiavano per lo sforzo, cantavano a squarciagola gareggiando a chi cantava più forte. Ne nasceva un coro discorde, un orchestra di strumenti naturali, antica come il tempo. Suoni acuti e aspri sovrastavano quelli più bassi e profondi. Musica varia che nessun maestro potrebbe inventare e il più sofisticato strumento musicale, non riuscirebbe ad imitare questi suoni unici, come la vita. Voci acute e incolte ma vive e vere come l’acqua, dove lavavano i panni e forti come la pietra, dove li sbattevano e dolci come mani che lavorano.
E’ la voce dei secoli, sono tamburi e corni, clarinetti e tromboni o cani e uccelli, o lupi e leoni o pioggia e grandine e vento e sole, che picchia sulle loro teste.
E’ la sinfonia dolce delle stagioni, la melodia dell’eternità e non può esserci violino o viola, che riesca ad eguagliare la bellezza di questi suoni nati dall’acqua, dalle rocce, dalla terra e dalla vita, che scorre dentro le vene.
Io le ascoltavo distesa sull’erba a faccia in giù, nel mio letto di erba, dalle lenzuola verdi e profumate di viole, cullata dalle voci, dallo scorrere dell’acqua, dal mare di papaveri che ondeggiava sotto la spinta del vento e dalle nuvolette che si abbassavano curiose per guardare o per giocare con me. Le vedevo trasformarsi in cavalli, in castelli irraggiungibili, ma le rondini le abitavano e correvano con i cavalli, gareggiando felici nel cielo…”

Anche io ero felice, felice di vivere in un mondo che ora nel ricordo mi sembra irreale, come appartenesse alla preistoria e invece esisteva solo pochi anni fa.
Un mondo sereno, senza lussi o sprechi, ma senza paura del domani, un mondo fatto di solidarietà, di condivisione, di amicizia e rispetto.
Eravamo felici solo di avere gli occhi e vedere questo immenso schermo in tecnicolor che è il cielo, che per fortuna ancora esiste.
Eravamo felici di avere gli orecchi e udire i canti, il rumore del fiume, l’abbaiare del cane, il suono di una campana.
Era bello sapere di avere le mani per mangiare il pane, mentre mi arrivava alle narici il profumo del grano appena macinato, nella mola vicina.

Guardando oggi le mie mani nude, la mia impotenza dinanzi ad un mondo feroce dove i “potenti” distruggono presente e futuro, dove si è costretti a lavorare per mantenere una lurida casta, che opprime e devasta le nostre tradizioni e il nostro habitat, dove sarebbe necessario possedere artigli possenti capaci di combatterli, mi chiedo
se non sarebbe stato meglio se mio nonno me li avesse lasciati crescere lunghissimi e forti!

Maria Pia Caporuscio        20 novembre 2013

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che aggiungere ad una siffatta poesia, ad una descrizione del Paradiso ormai svanito (e che tutti si affannano a ricercare ove non esiste), alla storia di tanta umanità, alla descrizione di una Natura Madre ed Amica …
mi viene da dire solo “che grande uomo tuo nonno” e rattristarmi subito per la consapevolezza che di uomini così non ne esistono forse più …

proprio per la bellezza e l’intensità della narrazione ho deciso di non creare “disturbi” e “distrazioni” e, volutamente, non ho inserito immagini all’interno del testo …
immagini che sarebbero state anche difficili da trovare per illustrare meritoriamente dei pensieri così belli e profondi …
tanto leggendo senza distrazioni (l’ho sperimentato rileggendolo) si riesce a vedere le immagini, sentire gli odori ed i profumi, udire i suoni …

grazie perché questo scritto è un grande dono per l’anima …

Claudio

PRENDERSI SUL SERIO SENZA PRENDERSI TROPPO SUL SERIO


By Alfredo

Non molto tempo fa, dopo aver ‘sfiorato’ il mio passaggio all’aldilà, ho deciso di rimodulare il mio impegno, chiamiamolo sociale, sul web.
La mia tendenza è quella di postare contributi che servano a far pensare, riflettere, interrogare e interrogarsi, ma, mi rendo conto, alla lunga rischio di sembrare troppo impegnativo e di conseguenza troppo serio o ‘serioso’,
dando di me un’immagine che, in effetti, non mi corrisponde.
Quello che rischio di non far emergere è il mio lato ‘gaudente’ e il mio lato ironico, accompagnato dal mio sense of humor, che credo di avere e anche sviluppato, ma che non sempre traspare, oppure viene mal interpretato.

Quindi sul mio sito personale FB, io posto quasi esclusivamente ‘vaccate’ che trovo – numerose – sul web e che permettono, a chi interessato, di
comprendere la mia ‘personalità’ dal lato più facile…
La speranza, mia, è che gli stessi non ‘confondano’ il mio essere, scambiandomi per un frikettone spensierato.

L’incipit, semplicemente per introdurre il tema di oggi, suggeritomi, come
sempre – ultimamente – dalla CAPRA CHE CANTA di Ludovica Scarpa, la quale, vi ricordo è ‘formatrice in Comunicazione interpersonale’ nonché ideatrice della ‘Scuola Italiana di competenza sociale’.
Un’altra monospecialista senza intelligenza ? (per dirla alla Max Weber).
Direi di no, basta leggerla e capire i ‘concetti’ che cerca di introdurre.

SCEGLIERE DI PRENDERSI SUL SERIO
SENZA PRENDERSI TROPPO SUL SERIO

“L’egocentrismo fa male: se siamo egocentrici ci sentiremo sempre in minoranza, soli contro tutti, a combattere per dimostrare il nostro valore, la validità del nostro punto di vista, a soffrire sentendo il nostro bisogno di riconoscimento da parte di persone che noi stessi non siamo pronti a riconoscere, nel loro bisogno delle stesse identiche cose.

E per fortuna anche qui possiamo dire basta.
Senza fare nessun danno possiamo scegliere di osservare, da antropologo dell’esperienza, come ci sentiamo a ridere di tutta quella storia dell’ego.

Ci riusciamo quando stiamo abbastanza bene, quando ilo livello di autostima non è troppo basso, e ci prendiamo cura di noi in quanto esponenti della nostra inquieta natura umana. In tal caso ci accorgiamo che vivere da esseri umani è un compito, che fa parte di noi tendere al meglio, al raggiungimento di sogni e visioni.
Siamo quel che pensiamo e quel che facciamo.
E quel che impariamo, e, se lo scegliamo, non smettiamo mai: il nostro IO è un processo in movimento.
Come tutto ciò che caratterizza la nostra vita, la sensazione di essere ‘io’ è il risultato di un costrutto neuronale che ci permette di avere quel che noi chiamiamo ‘memoria’, quindi una storia, personale e sociale.

La nostra stessa percezione è una finzione: percepiamo come ‘momento presente’ il risultato di scariche di neuroni, il sentire sensazioni, pensieri, immaginazioni, il lampo di un ricordo di un momento fa.
Per cui i nostri sensi percepiscono sempre quel che è già accaduto, una microfrazione di secondo fa, e non quel che accade ora, in questo istante. La percezione di sentire ‘adesso’ è anch’essa una nostra costruzione (Nelle Confessioni di Sant’Agostino il ‘concetto’ del tempo è spiegato benissimo ndr).

Il nostro ricordo del passato è sempre un ricordo che abbiamo ‘adesso’, e l’attività neuronale che produce il ricordo è situata nella medesima regione del cervello in cui si realizza l’immaginazione del futuro: la memoria è una creazione della mente che ‘dà un senso’ al nostro vissuto presente.
Dobbiamo tenerne conto non solo per la ricerca individuale di un senso nella propria vita, ma anche per quella storica.

Possiamo così sentirci liberi di non credere in modo assoluto a quel che siamo così certi di ricordare, ma di osservare anche i ricordi con affettuoso distacco, rendendoci conto che la nostra mente fa del suo meglio e che, se ricordiamo qualcosa, non significa necessariamente che le cose siano andate così.
Quel che è certo, se la nostra mente produce un ricordo di un qualche tipo, è che in questo momento esistiamo. Possiamo focalizzarci su questa bella notizia e occuparci di osservare il nostro modo di vedere le cose e chiederci come riusciamo a vederle come le vediamo ora.
Possiamo focalizzare la nostra attenzione sui disastri o sulla nostra capacità di spravvivervi. Infatti se ci stiamo pensando siamo sopravvissuti, e possiamo chiederci: come abbiamo fatto? Che risorse abbiamo utilizzato inconsapevolmente? Ci possono ancora servire? Se il passato è andato in un certo modo, posso usare la mia libertà di assegnare altro significati all’accaduto, e coltivare, nel cuore la mia pace?”.

Dopo due anni di frequentazione assidua dei social, è mio parere che, per la stragrande maggioranza, sia una ‘vetrina’ dove rappresentarsi (molte volte per quello che non si è, ma si vorrebbe essere), più che un’occasione per portare contributi a una crescita ‘sociale’ dei suoi partecipanti, ognuno
portando il suo ‘secchiello’ di conoscenze, consapevolezze, visioni e ideali.

Per tali motivi non ho eccessive aspettative rispetto al ‘mezzo’ (in se formidabile) che i più hanno trasformato in un ‘fine’ dove riversare tutto il ‘pattume’ esistenziale delle loro vite, oppure dove esporre le loro ‘velleità’ di persone insoddisfatte, che però non si interrogano, non chiedono a se stessi cosa stanno facendo o potrebbero fare, non per cambiare il mondo,
ma per cambiare – in meglio – loro stessi, seriamente, senza prendersi troppo sul serio… :-)))

Alfredo

Migliorarsi


By Alfredo

stavo riflettendo sul fatto che gran parte dell’umanità aspetta i miglioramenti dalle notizie del TG: miglioramento del PIL, della fiducia dei ‘consumatori’ (perché ricordatevi, noi siamo consumatori), del tempo, dei mercati, dello spread, dei ‘tacci loro…
Nessuno, o comunque molto pochi, che, viceversa, si preoccupino del proprio miglioramento, ciò che produrrebbe un aumento delle persone pacificate con se stesse, consapevoli e quindi in grado di produrre ‘scelte’ capaci di toglierci dalle ‘mischie infami’ che, oggi, ci stanno avvelenando e con noi, il mondo che ci ospita.

Quindi, il capitolo di oggi, è un suggerimento della CAPRA CHE CANTA, leggetelo pls… :-)))

SCEGLIERE DI MIGLIORARSI

“Uno psicologo francese scrive che chi è triste non ha capito la vita.
Non intende offendere chi è triste, ma illuminare una via per uscire da questo stato mentale (Lelord, 2005).
Non capiamo la vita, che è perfetta se riusciamo a vederla in modo ‘indipendente’ da quel che noi ne pensiamo.
Se riesco a focalizzare la mia attenzione a questo livello non la sciupo, confrontandola continuamente con la dolorosa nostalgia per le mie preferenze.

L’idea stessa di volersi migliorare è allora da maneggiare con cautela: se osserviamo bene, implica un certo grado di non accettazione di sé, quindi una sensazione di sofferenza.
Possiamo scegliere di migliorare la nostra vita senza provare avversione, facendo riferimento alle nostre risorse fondamentali.
La cultura serve a gestire il nostro quotidiano, è una risorsa per vivere danneggiando il meno possibile gli altri e noi stessi.
Che cosa ha a che fare la cultura con il nostro tema?

Grazie ad essa assegniamo significati a ogni esperienza sulla base di assunzioni, credenze, significati che abbiamo dato a esperienze passate e che si sono rivelati utili per gestirle: tutto ciò che fa parte del nostro IO, di ciò che crediamo vero e giusto.
Tutto questo è radicato nella nostra tradizione culturale, e quanto più siamo connessi alla riflessione su di essa, tanto più abbiamo strumenti cognitivi e spazio mentale per poterci muovere liberamente in molte direzioni.
Caratteristica dell’essere umano è comportarsi nei riguardi di se stesso come lo scultore col materiale grezzo, ci ricordava Pico della Mirandola.
Qualsiasi cosa sia, l’essere umano deve per prima cosa impararlo, diventarlo.
In ogni cultura e in ogni epoca è presente il tema di migliorarsi, del coltivare se stessi.
Il concetto implica il nostro osservare noi stessi, oggettivandoci e valutandoci rispetto alle nostre preferenze.
Se siamo vivi cambiamo comunque ogni giorno.

Ogni informazione, ogni esperienza ci cambia un poco: aggiunge al nostro vissuto dati a cui facciamo riferimento per produrre confronti, giudizi e interpretazioni.
Metabolizziamo tutto quello che ci raggiunge attraverso i sensi, ogni notizia e ogni concetto, ogni frase ascoltata con attenzione.
Non si può non cambiare, come la rotta della nave, che, per essere diritta, è fatta di continue piccole curve.
Migliorarsi è voler controllare il nostro cambiamento, farlo nella direzione di ciò che interpretiamo sia ‘meglio’, alla ricerca del nostro bene.
Nel concetto è implicita una differenza tra prima e dopo, e l’idea di imparare per migliorarci.
Per cambiare procediamo a un confronto: tra l’idea-progetto di come vorremmo essere e ciò che percepiamo come un dato di fatto.
A partire da questo confronto giudichiamo insufficiente l’esistente.

Ci vogliamo migliorare sulla base di una sensazione di difetto: che cosa ci manca per assomigliare alla persona che vogliamo essere?
Di che cosa sentiamo il bisogno per rispondere a questa sfida che facciamo a noi stessi?
E’ una forma concreta del prenderci cura di noi stessi.
Per migliorarci, in qualsiasi campo, possiamo fare riferimento a cinque passi: a) sapere/conoscere, b) volere, c) potere, d) individuare, e) confermarci.

Il sapere/conoscere: nel prefiggerci uno scopo osserviamo quale comportamento o interpretazione vogliamo adeguare al nostro desiderio di migliorare.
Attenzione: osserviamo la cosa senza nessuna avversione, accettando che questo è il punto di partenza per il miglioramento di cui abbiamo deciso di occuparci.
Se lo osserviamo con odio, antipatia, non-accettazione, sarà più difficile occuparcene: se il nostro stato mentale è dominato dall’avversione, facciamo ogni cosa malvolentieri.
Focalizziamoci piuttosto sulla sensazione positiva che progettiamo di sentire quando ce l’avremo fatta e osserviamo il punto di partenza con benevolenza, onorando la nostra volontà di migliorarci.

Non chiediamoci le nostre ragioni storiche, il ‘perché’ abbiamo quel difetto, superando il quale vogliamo migliorare: ci porterebbe a individuare le buone ragioni del comportamento che vogliamo superare, e quindi legarci ad esso.
Osserviamolo in modo descrittivo e distaccato, come se non fosse nostro.

Il passo b) il volere, è nella nostra decisione: la possiamo rinforzare ogni giorno con visualizzazioni dettagliate del nostro riuscirci, della sensazione di libertà conseguente. godendoci ‘in anticipo’, nell’immaginazione, lo stato di fatto di quando avremo raggiunto il miglioramento a cui puntiamo.
Confermiamo il nostro volere ridecidendo ogni giorno in che direzione andare. […]

Il passo c) il potere, il nostro sentire di essere in grado di occuparci del nostro miglioramento, osservando sia i nostri progressi, senza darli per scontati, sia i momenti di difficoltà, ricordandoci che fanno parte del processo e che possiamo sempre ricominciare, ogni volta, da adesso.
E quanto più ci sembra difficile, tanta più soddisfazione avremo nel farcela.
La differenza tra chi raggiunge il proprio scopo e chi non ci riesce è questa:
i secondi prima o poi rinunciano, si sono fermati.

Il passo d) è capire qual è il vantaggio nascosto del comportamento che vogliamo superare, e trovare il modo di conservarlo in un modo diverso.
Ci risulterebbe infatti inutilmente gravoso cercare di superare un comportamento dal quale in parte traiamo un vantaggio, per quanto nascosto o secondario: abbiamo bisogno di assicurazioni al proposito, di garanzie di poterlo mantenere in altra maniera, o una parte interna di noi stessi ci boicotterà.

il passo e) confermarci. Sia quando facciamo passi avanti sia quando siamo in una situazione di stallo o quando viviamo una ricaduta, possiamo riconoscere di essere sulla via del miglioramento,
Non possiamo aspettarci né tanto meno pretendere che siano gli altri a confermarci nei nostri tentativi: come possono sentire come ci sentiamo, i nostri sforzi, il nostro bisogno di riconoscimento?

L’importante, nel vivere la scelta di migliorarsi, è non farci del male, svalutandoci per quello ch siamo ora, non ancora migliori, rispetto a come vorremmo-essere: ora occupiamocene con dedizione e simpatia.
E un buon miglioramento può essere, per un po’, smettere di cercare di migliorarci, scegliere di fidarci di essere già ‘migliori abbastanza’ e di farcela senza occuparci costantemente di noi stessi”.

Non so quanti di voi siano andati o vadano tuttora in montagna.
Questo commento è molto simile a un ‘vademecum’ per diventare un buon scalatore. Occorrono le stesse ‘qualità’ per non rimanere a valle, o, peggio, per non precipitare.

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Perché, volenti o nolenti, l’università della vita è una strada in salita… :-)))

E, se ci fate caso, le spiagge sono sempre piene eheheheh

Alfredo

Si fa scattare 30 foto sexy da regalare al marito …


Si fa scattare 30 foto sexy da regalare al marito. La reazione di lui sbalordisce il fotografo

tratto da http://www.notiziedalweb.org/reazione-marito-foto-sexy-moglie/

Riceve in regalo dalla moglie un album fotografico con 30 immagini sexy. In quegli scatti la donna è perfetta, senza smagliature, senza imperfezioni, sensuale. La reazione del marito? Scrive una mail alla fotografa che ha scattato quelle foto. Per dirle, senza timore, “quando ho aperto l’album il mio cuore è affondato. Queste foto sono sicuramente belle e fatte da una fotografa di grande talento… ma non sono mia moglie. Hai fatto sparire ogni suo difetto”.

E’ la storia raccontata su Facebook dalla fotografa texana Victoria Caroline , specializzata in immagini di donne nel boudoir: “Tutto è iniziato quando una donna sui 45 anni ha prenotato una servizio in un hotel nel centro di San Antonio (Texas, ndr); era morbida e sinuosa – si legge – pensai che sembrava una dea ma, come la maggior parte delle donne, aveva una richiesta molto precisa”.

“Venne da me – continua la fotografa – mi guardò dritto negli occhi e disse ‘vorrei che tu photoshoppassi tutta la mia cellulite, le mie smagliature, il mio grasso e tutte le mie rughe… voglio sentirmi stupenda almeno una volta’. E così ho fatto”. Poi, aggiunge, “lei ha regalato al marito un album con una trentina di immagini. Tre giorni dopo, ricevo questa e-mail”. Che Victoria Caroline riporta sulla sua pagina Facebook.

“Ciao Victoria, sono il marito di ********. Ti scrivo perché di recente ho ricevuto un album con una serie di foto di mia moglie. Non voglio che tu pensi che io sia in qualche modo arrabbiato con te ma ho alcuni spunti di riflessione da lasciarti”.

“Sto con mia moglie da quando avevamo 18 anni e abbiamo due bellissimi bambini. Abbiamo avuto molti alti e bassi nel corso degli anni, e credo che… beh, SO che mia moglie ha fatto queste foto per me. A volte – scrive l’uomo – si lamenta pensando che forse non io non la trovi più attraente, che non mi darebbe la colpa se mai trovassi qualcuna più giovane di lei”.

Ma, prosegue il marito nella lettera, “quando ho aperto l’album che mi ha dato il mio cuore è affondato. Sono foto sicuramente belle e chiaramente fatte da un fotografo di grande talento… ma non sono mia moglie. Hai fatto sparire ogni suo difetto e, mentre sono certo che sia esattamente quello che ti ha chiesto di fare, questa scelta ha portato via tutto ciò che costituisce la nostra vita”.

“Quando hai cancellato le sue smagliature, hai fatto sparire la documentazione dei miei figli. Quando hai tolto le sue rughe, hai portato via più di 20 anni delle nostre risate e delle nostre preoccupazioni. Quando hai eliminato la cellulite, hai portato via il suo amore per la cucina e tutte le chicche che abbiamo mangiato nel corso degli anni”.

“Non ti sto dicendo tutto questo per farti sentire orribile, stavi solo facendo il tuo lavoro. Ti scrivo effettivamente per ringraziarti. Vedendo queste immagini mi hai fatto capire quanto io, onestamente, non dica abbastanza a mia moglie quanto la amo e la adoro proprio per come è”. Poi l’uomo conclude: “Per il resto dei miei giorni, ho intenzione di celebrarla in tutta la sua imperfezione.
Grazie per il promemoria.
Saluti”.

La UE vi ha appena scollegato da internet


La UE vi ha appena scollegato da internet
Pubblicato 27 ottobre 2015 Da Claudio Messora

Non è bastato l’appello del creatore del World Wide Web, Sir Tim Berners-Lee, che invitava gli eurodeputati, oggi a Strasburgo, a cambiare quel testo maledetto. Del resto, la Commissione Europea e il Consiglio dell’Unione Europea l’hanno studiata bene, consapevoli che i MEP (gergo tecnico per riferirsi ai parlamentari europei) se la sarebbero bevuta, ognuno perso nelle cose sue. Avevano formulato un pacchetto contenente uno specchietto per le allodole, cioè l’abolizione dei costi di roaming negli spostamenti tra i vari stati membri europei, per poi infilarci la polpetta avvelenata, che in questo caso si chiama: fine della Net Neutrality.

Cos’è la Net Neutrality? E’ quella regola d’oro della rete in base alla quale “tutti i bit sono creati uguali”. Ovverosia, fuor di metafora, una volta che sono immessi in rete, non esistono dati di serie A e dati di serie B: le infrastrutture informatiche che li trasportano (che fanno capo agli internet service provider cui paghiamo la bolletta e che stendono i cavi) devono trattarli tutti alla stessa maniera. Sembra cosa di poco conto per chi non è del mestiere, ma provate a riflettere: cosa succede se un fornitore di accesso a internet lancia un’offerta per cui vi dà internet gratis, o a poco prezzo, ma vi mette solo il Corriere della Sera e Repubblica, mentre tutto il resto dei siti internet sono consultabili solo pagando 3 volte tanto? Succede che avere accesso a internet non significa più disporre della libertà di consultare qualunque informazione sia presente in rete, ma solo quella prodotta dai grossi siti convenzionati, cioè solo quella che il nostro fornitore vorrà farci leggere. Certo, uno potrebbe pagare di più per leggere Byoblu, ma siccome c’è crisi e la gente vuole risparmiare, ecco che si creano automaticamente siti a potenziale larga diffusione, e siti di nicchia. Signori, il monopolio è servito.

Altro esempio: se guardi video o notiziari provenienti dal circuito di un grande fornitore media, il video scorre veloce; se viceversa guardi un video proveniente dal canale Youtube di un giornalista indipendente, il video arriva con molta lentezza e lo potrai vedere solo se hai molta, molta pazienza. Il che significa che la forza dirompente della libertà di espressione in rete (che implica, va da sé, la possibilità di essere ascoltati senza filtri o sabotaggi preventivi), se ne va a farsi benedire. Non solo: la stessa libera competizione se ne va a farsi benedire: cosa succede infatti se una nuova società lancia un servizio di video-streaming simile (ma più innovativo e conveniente) a quello di Telecom, solo che non ha gli stessi accordi con i fornitori di rete? Succede che, mentre oggi se la gioca ad armi pari, domani il suo servizio non verrà visto da nessuno.

Oppure, ancora: gli internet service provider potranno, a loro discrezione, rallentare il traffico internet su determinati servizi, se pensano che vi sia il rischio di una congestione, il che praticamente li mette in grado di rallentarvi il traffico (che ne so: quello che arriva da un sito web molto trafficato, o i podcast) quando vogliono (dato che possono sempre sostenere di avere fatto una previsione sbagliata). Tradotto: se c’è una situazione, una protesta, una forma di aggregazione in rete che va tenuta sotto controllo, può essere rallentata a piacere, quanto basta per evitare che monti troppo ed esca fuori controllo. Magari dopo aver ricevuto una telefonata da un qualche ministero…

Bene, la Net Neutrality è stata una roccaforte da difendere con le unghie e con i denti fin dalla nascita di internet. Negli Usa ci hanno provato ad espugnarla, ma non ci sono riusciti. E i nostri cari europarlamentari cosa fanno? Oggi avevano la possibilità di approvare una serie di emendamenti per ridurre il rischio che la nuova normativa potesse dare il via libera alla fine della libertà della rete. Erano stati avvertiti, pregati, martellati. Invece, al dibattito di questa mattina che illustrava la proposta di legge prima del voto, hanno partecipato solo in 50 su 751. In pratica se ne sono altamente fregati, aprendo un varco a livello mondiale che ora verrà sfruttato dalle grosse lobby per trasformare la rete, da prezioso bene di pubblico dominio, in un loro prodotto da commercializzare. Goodbye freedom! Andremo a controllare chi c’era e chi non c’era, e dovranno renderne conto all’opinione pubblica.

E mentre una grande coalizione internazionale, raccoltasi intorno al Center for Internet and Society della Stanford Law School, composta da accademici, ONG, investitori di ogni livello e società di tutti i tipi, lanciava un appello al Parlamento Europeo per accogliere gli emendamenti (il cui voto di oggi non avrebbe fatto slittare l’adozione del provvedimento sui costi di roaming), qui al solito ce la menavamo con tutt’altri problemi. Ancora adesso, mentre vi hanno appena sfilato internet da sotto il naso (ne parla perfino la BBC), i nostri quotidiani nazionali vi raccontano delle dimissioni di Ignazio Marino.

fonte http://www.byoblu.com/post/2015/10/27/la-ue-vi-ha-appena-scollegato-da-internet.aspx

ancora bla bla bla


By me

Una semplice considerazione a seguito del mio commento di ieri sul bla bla bla che continuamente si sente in TV, oltre rimarcare sempre più che le “bocche” sono sempre le stesse, perché probabilmente ben indottrinate ed istruite “prima” …
e se le facce son sempre quelle i motivi possono essere solo due:
il primo che la massa dei politici è semi analfabeta ed incapace di parlare in TV
il secondo (il più realistico) è quello che ho “insinuato” prima (indottrinamento)
in entrambi i casi … che squallore !!!

Ma la considerazione non era questa (questo era solo un preambolo),
la considerazione mi veniva da una riflessione,
e la riflessione riguardava un mio giudizio sulla situazione politica italiana:

al netto della quota (a quanto pare molto “alta”) di politici con la “coscienza sporca” (o perché corrotti, o perché inquisiti e/o condannati, o perché disonesti nel rendicontare le spese, o perché assenteisti, e quant’altro) su cui tralascio ogni superfluo commento, tutti gli esponenti dei partiti tradizionali hanno una grande colpa di fondo.

Per partiti tradizionali intendo tutti quelli figli della prima, seconda, terza, quarta Repubblica (che strano modo di identificare i periodi storici) che pur parlando di differenze, nei fatti hanno dimostrato una continuità nel mal governare il Paese … figli quindi di DC PCI PSI MSI etc etc … nel corso degli anni son cambiate le sigle ma non gli atteggiamenti e le modalità operative.

E l’enorme colpa di fondo di cui parlavo viene, ogni giorno di più, evidenziata dalle frasi (i famosi bla bla bla) che ci tocca sentire :

La politica vive in un mondo artificiale, un mondo a se,
totalmente distaccata dalla realtà quotidiana della gente,
sono due universi estranei e paralleli
… non si incontrano MAI !!!

Al di fuori del loro “Palazzo” la vita è tutto un’altra cosa …

Claudio

la Conoscenza e l’Ignoranza


By Alfredo

Avevo deciso, prima di ricominciare a far cantare la CAPRA, la quale (parbleau !) conosce un sacco di belle canzoni e tutte orecchiabili, di rifare il punto sul mio ‘impegno’ quotidiano.

Ribadito, per l’ennesima volta, che la mia intenzione non è di insegnare niente a nessuno, non sono un maestro e nemmeno un professore, mi impegno a sottoporvi testi, pensieri, punti di vista, provocazioni che, spero, vi servano per meglio comprendere una realtà che esiste così com’è al di là dei nostri desideri e ideali, e che è facilmente riformabile se le persone imparassero a vedere il ‘tutto’ anziché parzializzare le loro visioni, ricercando sfondi protettivi per le loro ‘incerte sicurezze’ o, peggio, per le loro incapacità di prendere decisioni, di scegliere e di conseguenza di schierarsi, prendere posizione CONTRO un sistema che ci sta portando al naufragio esistenziale, sociale, umano.

Detto questo, per ulteriore ‘esemplificazione’ del concetto che il pensiero umano è circolare, e condiviso storicamente, filosoficamente, umanisticamente, sociologicamente, da tutte quelle persone che hanno forte il bisogno di cultura, non intesa come uno status symbol di cui vantarsi,

oppure di far cadere dall’alto, quasi come atto di ‘benevolenza’ a favore dei più sprovveduti e insipienti, magari facendogli pagare un prezzo, diretto e indiretto, creando carriere Accademiche, autoreferenziali, e oscure nella loro comunicazione, quasi a voler creare una ‘distanza’ tra chi dice di sapere e chi non sa, e non conosce.

Le lodevoli eccezioni, non si distinguono per categorie ideologiche, classi sociali, religiose o fideiste, ma per un idem sentire la vita, gli altri, la natura, il mondo tutto, con una forte propensione e consapevolezza verso i più deboli e/o i più inconsapevoli.
Chiamo queste persone gli ‘aristocratici’ dello spirito, nel senso greco del termine: ‘haristoi’, i migliori, anime vaste che si spendono per cercare di lasciare un mondo migliore di come l’anno trovato.

Ho quindo deciso di sottoporvi tre stralci di libri che ho letto in un passato più o meno recente, e che hanno nascita nei pensieri e nelle considerazioni di tre ‘intellettuali’ apparentemente distanti come visioni e ideologie.
Ma sottolineo ‘apparentemente’ perché, nei fatti, dicono tutti e tre la stessa cosa, esprimendosi da punti di osservazione diversi, ma, alla fine, confluendo alla stessa conclusione.

Rimettere l’uomo e la natura al centro
del dibattito, non altro !

§

Da: DISPUTA SU DIO E DINTORNI – Vito Mancuso –

“La società oggi è come un gigante dalla forza smisurata, dalla mente sopraffina, ma dal cuore rattrappito.
Siamo fortissimi quanto a conoscenze e tecnologie e scarsi, a volte paurosamente scarsi, quanto a sapienza spirituale, a visione del mondo, a capacità di dare senso al vivere e al morire;
in una parola sola a umanità.
[…]

Io penso che ogni uomo dovrebbe avere una sua religione, se per religione si intende ciò che indica l’etimologia più accreditata del termine, cioè con il legame con il senso del tutto.
Non vedo altra soluzione all’enigma dell’esistenza che indagare il senso del tutto, e uniformarvi la vita.
Ogni altra soluzione mi sembra falsa, parziale, pigra, velleitaria”.

§

Da: I VINTI – Marcello Veneziani –

“Di solito si usa ringraziare chi ti ha aiutato.
Dalla parte dei vinti. a rovescio, devo uno speciale ringraziamento a quanti, da posizione di potere, hanno reso difficile per tanti anni esprimere agevolmente le mie idee, dialogare in modo civile, con reciproco rispetto.
Astiosi silenzi e soffici divieti, a livello politico, editoriale, mediatico. accademico.
Giornali spenti, opinioni smorzate, accessi negati.
Un particolare ringraziamento va a quanti ti pagano per non fare, per non scrivere, per non prendere la parola, per non intervenire o farlo il meno possibile.
Nel circo mediatico è gradita l’icona, che serve a giustificare il teatrino delle apparenze e delle appartenenze, ma oltre non si può andare, meglio fermarsi ai segnaposti.

Grazie a loro, ai censori di ieri e ai narcotizzatori di oggi, ho potuto leggere e approfondire, senza dar conto a nessuno, liberamente, scegliendomi in solitudine autori e percorsi, anche imperdonabili.
Grazie a loro e all’ozio forzato che mi hanno donato. ho accumulato letture, saperi, risorse tempo e rabbia, ingredienti utili per dedicarmi alla mia formazione.
Un grazie speciale a chi mi ha dato la possibilità di vedere come viene deformata la verità dei fatti e deflorato il rispetto per la dignità altrui, se sono in gioco il livore di parte o l’interesse di gruppo.
Ho vito come è possibile agire e pensare in un modo e vedersi attribuire il loro rovescio.
Grazie a questi notai della falsificazione a vantaggio dei poteri di cui sono dipendenti, ho visto divergere la realtà dalla sua rappresentazione tramite la menzogna e l’omissione”.

§

Da: DIARIO MINIMO – Umberto Eco –

“Riusciremo ancora a sottrarci, se pur in pochi, alle occupazioni che la cultura di massa riserva a una umanità di schiavi tentando di coinvolgervi anche l’uomo libero?
All’uomo libero non rimane che ritirarsi, se ne avrà la forza, nel proprio sdegno e nel proprio dolore.

Se pure un giorno l’industria culturale, iniziando alle lettere anche gli schiavi, non minerà alla base quest’ultimo fondamento di un’aristocrazia dello spirito”.

§

Mi auguro che sappiate cogliere il ‘fil-rouge’ che esiste tra questi tre pensieri.
Se lo individuerete vi sarà facile comprendere che il principio causale che ha portato alla deriva sociale il nostro (ma non solo) paese ha un origine precisa e molto, ma molto più semplice di quello che vogliono farci credere,

imbottendo le nostre menti di sofismi, cazzeggi interminabili, manipolazioni di pensieri ‘alti’ trasformati in slogans, senza spessore, banalizzati, ad uso e consumo di un popolo che è banale perché non si interroga e accetta TUTTO il preconfezionato che gli viene massicciamente proposto.

Per tutto ciò, sono convinto che l’unica ‘rivolta’ che potrà avere una sua realizzazione è quella culturale, Nessun’altra !

By Alfredo