DO YOU WANT TO BE FREE?


BY Alfredo

Oggi ho scelto di “introdurvi” al pensiero di Jean Baudrillard, filosofo e sociologo, oltreché eminente figura del panorama culturale internazionale.
In un suo libro, IL PATTO DI LUCIDITA’ O L’INTELLIGENZA DEL MALE (2004)

affronta da un punto di vista molto originale e dissacratorio i tanti aspetti di un vivere sociale e reale che viene accettato così com’è, ma che, contemporaneamente, produce gravi disagi a molti, troppi ‘inconsapevoli’

Nella premessa del testo, compare questo bell’aforisma:

“La scorsa notte ho sognato la realtà. Che sollievo quando mi sono svegliato”: – Stanislaw Lec –

Il capitolo che ho scelto di trascrivervi tratta della Libertà… 

DO YOU WANT TO BE FREE?

“La libertà? Un sogno!

Tutti aspirano a raggiungerla, o almeno danno l’impressione di aspirarvi ardentemente.
Se è un’illusione, è divenuta un’illusione vitale.
Nella morale, nei costumi e nelle mentalità. questo movimento, che sembra venuto dal fondo della storia, è quello di un’emancipazione senza appello.
E se alcuni aspetti possono sembrare eccessivi o contaddittori, noi proviamo comunque la vertigine di questa emancipazione.
Meglio: tutto il nostro sistema fa di questa liberazione un dovere, un obbligo morale – al punto che è difficile distinguere questo vincolo di liberazione da un’aspirazione ‘naturale’, da un’esigenza ‘naturale’ di libertà.

Ora è evidente che di tutte le forme di schiavitù ciascuno ha voglia di sbarazzarsi – che di tutti i vincoli, fisici o legali che siano, ciascuno ha voglia di liberarsi.
E’ una reazione talmente vitale che al limite, per giustificarla, non c’è neppure bisogno di un’idea di libertà.

La cosa si fa problematica con la prospettiva per il soggetto di non dover più rispondere di se stesso in un universo indifferenziato.
Perché questo affrancarsi simbolico dagli obblighi si accompagna a una ‘deregulation’ generale.
Ed è in questo universo di elettroni liberi, liberi di divenire alcunché in un sistema di scambio generalizzato, che si vede crescere un impulso contrario, una resistenza a questa disponibilità totale, non meno profonda del desiderio di libertà.
Una passione della regola purchessia, pari a quella della ‘deregulation’.

Nelle profondità antropologiche della specie, l’esigenza della regola non è meno fondamentale di quella di liberarsene.

Nessuno può dire quale sia la più irriducibile.
Quello che si può constatare, dopo una lunga ascendenza del processo di liberazione, è il risorgere di questi movimenti, sempre più vivaci, refrattari all’affrancamento senza limiti e a un’esenzione totale.
Un desiderio di regola che non ha nulla a vedere con la sottomissione alla legge.
Si metterebbe semmai contro di essa, perché se la legge è astratta e universale, la regola, per parte sua, è un obbligo duale.
Che non apprtiene né al diritto né al dovere, e neppure alla legge morale e psicologica.

Da tutti concepita come un progresso assoluto del genere umano e suggellata dai diritti dell’uomo, la liberazione parte dell’idea di una predestinazione naturale a essere liberi: essere ‘liberato’ assolve l’essere da un male originale, lo riporta a una destinazione felice e a una vocazione naturale.
E’ la nostra salvezza, di noi tutti. Il vero battesimo dell’uomo moderno e democratico.
Ora tutto questo è un’utopia.
Questa velleità di risolvere l’ambivalenza del Bene e del Male e di saltare sopra la propria ombra nella positività assoluta è un’utopia.
L’ambivalenza è definitiva, e le cose liberate lo sono in piena ambivalenza.

Non si può liberare il Bene senza liberare il Male – a volte addirittura il Male più rapidamente del Bene, nello stesso movimento.
In ogni modo si tratta di una ‘deregulation’ dell’uno come dell’altro.

La liberazione apre a una crescita e a un’accelerazione senza limiti.
E’ una volta superata questa soglia critica (questa transizione di fase, un po’ come nel mondo fisico) che le cose si mettono a fluttuare – il tempo, il denaro, il sesso, la produzione – in un rilancio vertiginoso, quello che viviamo oggi, quello di un’eruzione incontrollabile di tutte le autonomie, di tutte le differenze in un insieme incerto, fluttuante ed esponenziale.

A questo punto la libertà è ormai rimasta molto indietro, superata e scavalcata dalla liberazione.
Quella che si profila è una libertà di circolazione di ogni particella umana autonomizzata, sotto il segno di un’informazione e di un’integrazione totali.
Dove ciascuno si realizza pienamente nell’estensione tecnica di tutte le sue possibilità: tutti azionisti e soci in un’interazione generalizzata.

Solo il dio del Mercato riconoscerà i suoi, e la ‘Mano Invisibile’ è ormai l’impresa immateriale dei software e delle reti, in nome di un Libero Scambio Universale – stadio supremo della ‘deregulation’.
Dal feudalesimo al capitale e oltre, ciò a cui si assiste è soprattutto un immenso progresso nella libertà degli scambi, nella libera circolazione di beni, dei flussi, delle persone. dei capitali.

Il movimento è irreversibile, in termini non di progresso umano ma di mercato, di ascesa progressiva di una mondializzazione ineluttabile.
E’ l’ultima tappa del liberalismo nel suo movimento incessante verso lo scambio generalizzato, processo di cui il capitale, con i suoi conflitti. le sue contraddizioni, la sua storia violenta. la sua ‘storia’ pura e semplice, costituisce in fondo soltanto la preistoria.

Pure vediamo delinearsi da ogni parte resistenze a questa seconda ‘rivoluzione’- resistenze ancora più vivaci di quelle suscitate dall’avvento dei Lumi.
Tutti questi movimenti di reinvoluzione (simmetrici e inversi rispetto alla rivoluzione), religiosi, settari, corporativi, nuovi integralismi, nuovi feudalesimi, decisi soltanto a sbarazzarsi di questa libertà incondizionata per trovare nuove forme di presa in carico, di protezione, di vassallaggio, sembrano opporre una fedeltà arcaica a una disaffiliazione insopportabile.

Occorre alla ‘deregulation’ una nuova regola del gioco”.

Beh, certo, semplice non è semplice, ma di solito – per cercare di capire –
le cose troppo semplici non aiutano eheheh

By Alfredo

Apatia & …


By Alfredo

Qualche sera fa stavo parlando con un amico (*), si discuteva di “apatia”, parola, oggi, molto usata, ma di cui – per motivi su cui ho già scritto – si è andato smarrendo il “significato e l’etimo”.

Personalmente, in certe situazioni, pare più consono parlare di “ignavia” oppure di accidia, noia, indifferenza…
pareri eh :-)))

Quindi oggi spendo un TALLERO, per rischiarare anche questo aspetto, e per sottolineare che, quando comunichiamo, dobbiamo prestare la massima attenzione nel scegliere le parole che abbiano la giusta significanza, rispetto ai concetti che vogliamo trasmettere.

IL RE E IL CORTIGIANO. ELOGIO ALL’APATIA

Seneca è uno dei filosofi che più hanno impiegato esempi. Si dedicò molto a sondare le pieghe nascoste dell’animo umano e, in questo suo intento, fece un uso sistematico dell’aneddoto storico come strumento per prescrivere i comportamenti moralmente migliori. Fra le sue opere, i tre libri del De ira sono i più ricchi di esempi. soprattutto negativi.
“Per i filosofi dell’antichità combattere le passioni era cosa onorevole, gli stoici esaltavano la cosiddetta *apatia*, cioè il fatto di esserne immuni.
Il motivo di tale ostilità è ovvio: le passioni corrompono la psiche compromettendo il corretto uso della ragione.

In realtà, il primo filosofo che analizzò le passioni senza pregiudizi, Aristotele, cercò di mostrare che non sono incompatibili con l’attività della ragione.
Diceva infatti che derivano da quella parte irrazionale della nostra anima che obbedisce alla parte razionale, così come un figlio obbedisce al padre.
E a proposito della passione meno raccomandabile, l’ira, nell’ETICA NICOMACHEA giunse a scrivere che è degno di lode *colui che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per tempo si deve* giacché la persona di buon senso *si adira solo come prescrive la ragione e nelle circostanze e per quel tempo che dice la ragione* (1125 b15).
Seneca, considerato uno degli spiriti più nobili dell’antichità, aveva una posizione non lontana da quella di Aristotele quando affermava che l’ira è tipica di un solo animale, l’uomo: *Le fiere mancano d’ira e così tutti gli animali, ad eccezione dell’uomo; infatti pur essendo l’ira nemica della ragione, in nessun posto tuttavia nasce, se non dove c’è posto per la ragione* (De ira, 3, 49). Ma a differenza di Aristotele. e pur condannando l’ira come un vizio nocivo all’umanità, il filosofo latino non era eccessivamente ottimista sulle possibilità di tenerla sotto controllo (eh quando ce vo’ ce vo’ Emoticon smile ndr).
[…]
Ma veniamo alla terapia del De ira.

seneca

Una tecnica che il filosofo usa di frequente consiste nel presentare un modello negativo, quindi immorale, in modo da indurre il lettore o l’ascoltatore all’applicazione del modello opposto, virtuoso.
I protagonisti degli antimodelli di Seneca sono i più autorevoli che si possa immaginare, trattandosi spesso di sovrani permalosi”.
Tralascio di trascrivervi tutta la storia di re Cambise e del suo servo Prexaspe. La riassumo così: il re, infastidito dall’invito del suo servo a moderarsi nelle libagioni e nel bere, per dimostrare che ciò non gli annebbiava la vista e tremare la mano, ordinò che il figlio di Peraxspesi ponesse, come bersaglio, a una certa distanza da lui.
Quindi, bevve ancora di più, dopodiché prese un arco e scoccò una freccia verso il fanciullo, colpendolo al cuore.

peraxspesi

Poi, rivolto al padre domandò se era stato sufficientemente preciso.
Il padre ‘impassibile’ rispose che un dio non sarebbe potuto esserlo di più.
“Seneca commentò: *Quella freccia fu lodata in modo più scellerato che non scagliata*. Ma aggiunse che Prexaspe ha forse mostrato più saggezza nel soffocare l’ira che non rilevare l’intemperanza del re, poiché: *se pure avrebbe potuto dire qualche cosa come irato, nulla gli sarebbe stato possibile fare come padre* (V, 14). “

Allora, riepiloghiamo:
APATIA dal greco apàtheia = assenza di passioni e quindi impassibilità.
ATARASSIA dal greco ataraxia, tradotto da Marco Aurelio nel latino tranquillitas cioè assenza di agitazione, tranquillità.
Il tutto rimanda a un concetto Epicureo: AUREA MEDIOCRITAS ovvero un’aurea moderazione (non un’aurea mediocrità eh, che poi di “aureo” non potrebbe avere niente).
Chi ha letto Epicuro sa che il concetto va inteso, non come condizione di vita tutta d’oro, ma piuttosto come ottimale godere dei piaceri della vita senza abusarne.
Quindi, per tutto quello che ho scritto, il termine “apatico” è spesso usato a sproposito e va a sostituire parole, inutilizzate, che hanno un significato più preciso rispetto all’indifferenza umana e non.
Spero di essere stato… utile eheheheh

BY Alfredo


(*) Claudio per la pura cronaca eheheheh