Impara ad essere felice


By Alfredo

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Per oggi, ho scelto ancora un testo di Paolo Crepet, che riguarda quella cosa che pare essere l’araba fenice: la felicità…    🙂

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“Secondo il paradosso di Easterlin, altrimenti noto come ‘paradosso della felicità’ – così definito nel 1974 da Richard Easterlin, professore di Economia all’università della California, la felicità non dipende dal reddito, né dalla ricchezza individuale.
Secondo il suo inventore, il paradosso si spiega osservando che, quando aumenta il reddito e quindi il benessere economico, la felicità cresce fino a un certo punto, poi comincia a diminuire, seguendo una curva a U rovesciata.
Nulla di totalmente nuovo: già Aristotele (*E’ chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa infatti ha valore solo in quanto utile, cioè in funzione di qualcos’altro*) e Adam Smith (il padre del capitalismo ndr)
(*L’uomo lavora giorno e notte per acquisire talenti superiori ai suoi concorrenti, spinto dall’idea ingannevole che il ricco sia più felice o che possieda maggiori mezzi per la felicità*) avevano capito che la probabilità di essere felici non è direttamente proporzionale alle capacità individuali di
accumulare ricchezze, e nemmeno ai privilegi ereditati dal destino.

Paperon de’ Paperoni poteva permettersi di comprare ciò che voleva, tranne la felicità.
Contare i soldi alla fine di una giornata o stare appiccicati a uno schermo per seguire l’andamento delle proprie azioni non rappresentano forme di felicità, ma soddisfazioni transitorie che lasciano spazio all’ansia per un futuro di minore prosperità.

La ricchezza, oltretutto. genera dipendenza: chi ha soldi ne vuole sempre di più, e ciò produce nevrosi, non serenità.
[…]
A che serve massacrarsi di lavoro se poi non si ha tempo nemmeno per fare un viaggio staccandosi da tutti e da tutto?
I veri viaggiatori non sono persone ricche, ma curiose.
Non sono alla ricerca di comodità, ma di novità, sorprese.
E’ più probabile trovare gente felice in un treno che si arrampica sulla Cordigliera delle Ande, che in un Hotel a cinque stelle di Saint-Tropez.
Il paradosso di Easterlin è utile perché aiuta a mettere a fuoco un elemento fondamentale per la comprensione del mondo emotivo.
Il nostro psichismo, come l’organismo, possiede in modo latente il senso del limite.

Così come l’acido lattico serve a costringere un podista a fermarsi o a rallentare dopo un certo numero di chilometri altrimenti si lacererebbe i muscoli, anche la felicità conosce un punto oltre il quale perde d’intensità.
Se la percezione di felicità è raggiunta lavorando, il nostro inconscio senso del limite ci avverte che non si può lavorare oltre un determinato numero di ore, pena il decadere dell’intensità della sensazione di piacevolezza.
La U rovesciata di Easterlin funzione come un sassolino nella scarpa: giova a ricordarci che abbiamo un piede che trasmette dolore se si cammina troppo.
Quando la ricchezza supera un certo limite crea assuefazione, e questa inibisce il senso di soddisfazione che l’accumulo di denaro ha prodotto.
Uno dei metodi più efficaci per non adagiarsi sull’accumulo ossessivo e compulsivo, consiste nel contrastare un’icona della cultura lavorativa contemporanea: l’iperspecializzazione.
A molti giovani viene insegnato che il successo e la ricchezza – e dunque la felicità che se ne potrà trarre – dipende dal grado di specializzazione che si riesce a raggiungere (pensiero molto diffuso nella cultura anglosassone).
Credo, al contrario, che la felicità sia correlata alla capacità di diversificare il proprio talento.

Diceva Brassai, uno dei più noti fotografi del Novecento:
*Ho sempre evitato di specializzarmi.
Ho sempre fatto molte cose diverse:
foto, disegni, sculture, film, libri… ma è dura avere tanti talenti, perché ognuno di essi ti assorbe.
La soluzione è alternarli seguendo l’istinto.
Io non ho paura di disperdermi, voglio essere libero, perché solo così riesco a sentirmi felice*.
La vera ricchezza non risiede nell’accumulazione di oggetti e di denaro, ma nel credere che il talento possieda più di un campo d’espressione e debba provare, attraverso la versatilità di ognuno, a seguire ciò che l’istinto – e non solo la razionalità – suggerisce”.

da:    IMPARA AD ESSERE FELICE

Si può essere d’accordo o meno, ma – in ogni caso – queste ‘conclusioni’ derivano da culture sapienziali che hanno origine nei secoli passati, guarda caso con l’inizio della prima industrializzazione.
Citato nel testo Adam Smith, ora vi sottopongo il pensiero di un grande sociologo dell’ Otto/ Novecento: Max Weber che, a proposito delle specializzazioni e della perdita di vista del benessere intimo, scriveva:
“Il rischio delle società (capitaliste o industriali ndr) è quello di creare monospecialisti senza intelligenza, e gaudenti senza cuore”.

Ipso facto !

Alfredo

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