Moderna schiavitù


SI DOVREBBE LAVORARE PER VIVERE … EPPURE SI VIVE PER LAVORARE

Assioma, il primo, meraviglioso ma irreale perché utopistico … da quando al centro del mondo c’è il potere ed il denaro e tutto “ruota” intorno ad essi … cioè da moltissimo tempo !!!

Perché “utopistico” ?
Spieghiamo cos’è una utopia:
“disegno di una società perfetta, proiettata in una dimensione spazio-temporale indefinita, nella quale gli uomini dovrebbero poter realizzare una convivenza del tutto felice …”

Sfido chiunque a trovare la “perfezione” nella società (sia passate che presenti), nella globalizzazione, nel potere dei “mercati” e della “finanza”, nel liberismo sfrenato, nelle cosiddette “democrazie” (in realtà molto di nome ma poco di fatto) e la politica è lo specchio (e tra le cause principali e primarie) di tutta questa imperfezione;

L’uomo si ostina a misurare la presunta qualità di uno Stato con il PIL anziché con la felicità, la salute ed il benessere dei suoi abitanti e finché sarà così le cose potranno sempre e solo peggiorare … (per meglio comprendere date un occhiata al discorso di Robert Kennedy del 18 marzo 1968 presso l’ Università del Kansas)

L’uomo se non ricerca il raggiungimento di questa utopia è morto “dentro” e neppure se ne rende conto, vegeta …
da secoli cerca il modo di ALLUNGARE la durata della vita, e ci è riuscito, ma non si è mai preoccupato di AUMENTARNE REALMENTE la qualità …

L’uomo pensa di essere oggi LIBERO ma in realtà non lo è,
è più schiavo oggi rispetto ai tempi passati, in una nuova ma subdola maniera e quindi non se ne rende conto,
perché gli fanno CREDERE di essere libero …

Io penso che l’essere schiavi non valga ovviamente solo per il lavoro ma per tutti gli altri aspetti della vita e che la condizione non sia evidente solo per la presenza di vessazioni e/o costrizioni fisiche e/o mancanza e/o limitazione della libertà

Io penso che uno che acquista un oggetto di utilità pratica e subito dopo lo bombardano di pubblicità per acquistare la versione 1 (solo di poco migliore o più performante) e subito poi la versione 2, poi la 3, la 4 e così via sia schiavo … del consumismo sfrenato … e se ci fai caso tanti “abboccano” … non ho fatto nomi ma penso che si sia capito a cosa mi riferisco … (ed è solo un esempio).
Sono in un certo qual modo schiavi ma non lo sanno …

Non pretendo risultati in tempi brevi visto che i danni sono stati creati in tempi lunghi ma vorrei vedere un cambiamento di rotta, vorrei fosse imboccata la strada che porta più verso la felicità e la dignità dei popoli in cui si lavora (e contenti di farlo) per se e per gli altri … per essere realmente utili alla collettività … TUTTI !!!

Un uomo se non ha diritto alla dignità ed alla felicità è realmente libero ???

Il PIL misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta …

passaparola …

Claudio 12.11.13

Economia o Realtà …


Jeffrey Sachs,

grande economista mondiale, autore di un progetto Onu per un rapido sviluppo ha scritto un libro “La fine della povertà” in cui rifiuta di capirne l’origine.
Dice che tutti erano poveri, la rivoluzione industriale guidò a nuove ricchezze ma molti restarono indietro
Falso.
I poveri non sono stati lasciati indietro, sono stati derubati.
La ricchezza di Europa e USA si basa sulle ricchezze rubate ad Asia, Africa e America Latina.
Senza la distruzione della ricca industria tessile dell’India, senza il controllo del commercio di spezie o il genocidio dei nativi americani o la schiavitù africana, la rivoluzione industriale non avrebbe dato gli stessi risultati.
E’ stata l’appropriazione violenta delle risorse e dei mercati del Terzo Mondo che ha creato ricchezza al Nord e povertà al Sud.
Si offendono i poveri. Si dà loro la colpa di esserlo. Si dice: la ricetta è più sviluppo. Poi li si inganna dicendo: se tu consumi ciò che produci, non contribuisci al Pil.
Perché uno deve considerarsi povero se mangia quel che coltiva? O vive in una casa fatta da lui?
Ci sono economie che si autostengono e in cui la qualità della vita è buona. Che ci importa del loro Pil?
Questo modello di crescita economica crea miliardi di profitti per le corporazioni ma condanna milioni di persone alla povertà; lo sviluppo è unilaterale e distrugge i sistemi ecologici e sociali che hanno mantenuto la vita dei popoli e della Terra per secoli.
Le persone non muoiono per mancanza di soldi.
Muoiono per mancanza di accesso ai beni comuni, In India cibo e fibre a basso costo sono stati eliminati dal mercato da chi ha indebolito la protezione sul commercio e fatto crollare i prezzi dei prodotti agricoli.
Ogni anno i contadini perdono miliardi di dollari e alla fine si suicidano. 
Se vogliamo bloccare la povertà, dobbiamo mettere fine ai sistemi che la creano.

Il punto non è quanto le nazioni ricche possono dare, il punto è quanto possono smettere di prendere.

Vandana Shiva

LO SGUARDO ETNOGRAFICO


By Alfredo

Non vorrei sembrarvi noioso o ripetitivo, ma la lettura della “CAPRA” è, per me, una continua e piacevole scoperta e, contemporaneamente, una conferma dei tanti pensieri ‘autonomi’ che si affollavano nella mia mente, ai quali non trovavo riscontri nel dibattito ‘culturale’ corrente.
Nel mio caso, la storia si ripete; avere sensazioni ‘atipiche’ con relativi dubbi sulla loro legittimità o validità, e scoprire, più o meno a medio termine, che qualcuno
da qualche parte, ha ragionato sugli stessi temi e, nella migliore delle ipotesi, prodotto ‘saggi’ di indubbio interesse.
Questo è il caso!
Il libro lo consiglio a tutti voi.
Vabbè che una buona parte ve lo sto trascrivendo eheh
Oggi, il capitolo è:

DESCRIVER(CI) CON SGUARDO ETNOGRAFICO

“Nella misura in cui ognuno di noi può aver fatto l’esperienza dell’incertezza, dell’inquietudine, del pentirsi, addolorarsi, stupirsi, arrabbiarsi con se stesso, sappiamo che siamo in grado di sentirci estranei, ‘stranieri’ a noi stessi.
Allora vorremmo essere diversi: stare ‘meglio’, e nel farlo ci possiamo sentire inadeguati.
E riusciamo a sentirci così solo un quanto ‘confrontiamo’ noi stessi con l’idea di noi stessi di come vorremmo/dovremmo-essere-invece.
Ci vuole molta immaginazione per riuscirci: tutta quella a disposizione degli esseri umani.

La mossa fondamentale della mente è: ‘x sta per y’ ed è alla base di ogni pensare e comunicare, del linguaggio.
La parola sta per l’esperienza che cerca di comunicare, connette la mente al mondo.
[…]
Con il linguaggio ci rapportiamo al mondo in due modi completamente diversi e opposti:
a) andando per il suo verso, nel ‘descriverlo’… oppure,
b) forzandolo, opponendovi i nostri desideri (John Searle – filosofo – 1972)
Descrizioni e desideri sono allora categorie completamente alternative, e comportano stati mentali opposti in chi li utilizza.
Il semplice passare da una modalità linguistica all’altra ci sposta consapevolmente in altri stati mentali.
Sottoinsiemi della categoria dei desideri sono scopi e progetti, ma anche ‘speranze e prescrizioni’, connesse come sono al desiderio di influenzare comportamenti di altri, e le ‘critiche’: per riuscire a farne, la mente deve confrontare tra ciò che percepisce e ciò che desidera-invece, ciò che oppone, come visione alternativa, a ciò che vede.
Critiche e rimproveri sono desideri espressi in modo negativo.
Viviamo in funzione del raggiungimento di scopi e desideri, e la nostra cultura di esseri umani prevede una forzatura fondamentale, una posizione intrinsecamente ‘contro’, e potenzialmente ‘violenta’, di continua ‘resistenza’ al mondo così-come-è.

E anche al mondo-che-siamo-noi-stessi, in quanto parte integrante della vita, dell’insieme di quel che è vivo qui e ora: tanto che accettarci è esperienza abbastanza rara per noi.
Spesso osserviamo giudicando noi stessi e gli altri membri della nostra specie.
Il nostro stesso sentirci inadeguati e preoccupati è allora una forma di violenza sottile, di non-accettazione della nostra relativa impotenza.
Ci sentiamo così quando ci giudichiamo così.
Il nostro giudicare proviene dalla ‘comparazione’ tra ciò che vedo/sento e un mio progetto/desiderio: quel che giudico, compreso me stesso, deovrebbe-essere-diverso da come è, e muoversi invece nella direzione dello stato a cui preferisco tendere.
[…]

La risorsa dell’immaginazione ci aiuta a osservare i nostri processi mentali, per prendercene cura e comprenderli, immaginando di riuscire a interrompere il flusso del giudizio automatico che ci fa stare dalla parte delle nostre preferenze, senza nemmeno accorgercene.
Sospendere il proprio giudizio automatico o almeno rendersene conto e non sopravvalutarlo in modo parziale caratterizza quello che io chiamo ‘sguardo etnografico’, lo strumento cognitivo alla base della mia antropologia dell’esperienza: con esso osserviamo in modo distaccato il nostro continuo confrontare le circostanze così-come-sono con le nostre immaginazioni di come vorremmo che fossero, a partire dall’osservazione della nostra mente, della nostra esistenza quotidiana e della cultura di cui facciamo parte, compreso il suo contrasto basilare tra essere e dover-essere.

LO SGUARDO ETNOGRAFICO

Il modello dello sguardo etnografico visualizza i tre passi che la mente fa
in una frazione di secondo e costantemente:
– percezione: quel che l’attenzione nota, vede, sente, quel che si può descrivere;
– interpretazione: i significati e i giudizi che la mente dà sulla base del filtro dell’IO, fatto di bisogno, desideri, preferenze, valori, credenze, certezze, convinzioni, timori, interpretazioni date a esperienze passate, conoscenze, cultura, idiosincrasie: tutto ciò che differenzia una persona da un’altra;

– reazione emozionale: come ci si sente di conseguenza: ad esempio se la mente assegna a quel che percepisco nel mondo un significato che mi permette di sentirmi a mio agio, sentirò un’emozione positiva, mentre se sento emozioni che non mi fa piacere sentire – paura, rabbia, tristezza – si tratta di un SEGNALE che mi avvisa di stare in guardia o di attivarmi: il significato che la mia mente sta allora dando alle cose che percepisce è diverso da ciò di cui sente il bisogno per sentirsi al sicuro.

Partendo dalle emozioni, intese come segnali, possiamo riuscire a occuparci dei filtri della mente, e vederne i contenuti.

Conoscere strumenti intorno ai significati che assegniamo e al ‘come’ lo facciamo ci aiuta a comportarci in modo costruttivo, a occuparci degli automatismi della mente.
Riflettere e osservare i modi in cui lo facciamo fa la differenza nella nostra vita.
Lo sguardo etnografico è uno strumento mentale che ‘osserva a più livelli’: sia quel che osserva, sia il ‘modo’ dell’osservatore stesso di attribuire significati a quel che osserva.

Osserviamo ad esempio l’insoddisfazione, se si presenta nella nostra esperienza personale. Come riusciamo a sentirla, a produrla come esperienza dentro di noi? Sulla base di quale nostro sfondo di aspettative?
L’insoddisfazione risulta dal confronto che la nostra mente fa costantemente, un ‘check continuo’ tra nostre apettative e ciò che si presenta nella realtà quotidiana. E qual’è il ruolo della insoddisfazione nella nostra vita?
Che cosa vuole ‘muoverci’ a raggiungere?
E che ruolo ha nella nostra cultura?

Quale sarà quello di altri ‘miti’, convincimenti e credenze ben radicate?
Se sospendiamo i giudizi automatici, come fa un antropologo studiando una cultura sconosciuta, ci possiamo accorgere di come una sensazione pur spiacevole come l’insoddisfazione abbia un senso positivo”.

– Ludovica Scarpa –

Mi sento di aggiungere: giudicare è facile; ci ha appena spiegato che è
una sequenza automatica della nostra mente, ma criticare senza argomentare è inutile, addirittura controproducente quando si vorrebbe
imporre il proprio punto di vista, per un timore o un bisogno di non perdere
le nostre ‘sicurezze’. Ecco perchè è così importante la cultura olistica, ti
apre ad ogni pensiero ‘altro’ e ti da tutto quello di cui hai bisogno per dibattere, consapevole – non delle tue certezze -, piuttosto dalla tua capacità di contribuire allo sviluppo del pensiero e quindi al progresso
dell’umanità (anche se il tuo contributo è minimo, ma per questo NON SIGNIFICATIVO).
Questo è lo spirito che io metto qui, come in tutte le altre occasioni della mia esistenza.
Mi piacerebbe che anche voi siate d’accordo, nel pensiero come nei fatti. Grazie 🙂

By Alfredo

sono Strega


tratto da Il Lupo dagli Occhi rossi – lo Spirito e la Carne

Samarah la Zingara dei Tarocchi su FB

Non importa chi sono.
Non importa come mi chiamo.
Potete chiamarmi Strega.
Perché tanto la mia natura è quella.
Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, dal primo calcio che ho tirato al mondo.
Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima, sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche, sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.
E sono bella!
Ho la bellezza della luce, ho la bellezza dell’armonia, ho la bellezza del mare in tempesta, ho la bellezza di una tigre, ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!
Per cui sono Strega.
Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale… sono io!
Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.
Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.

Barbara Giorgi

fare la mamma


tratto da  Il Lupo dagli Occhi rossi – lo Spirito e la Carne

Samarah la Zingara dei Tarocchi   su FB

Fare la mamma è una roba difficile, per stomaci forti.
Quando sei incinta, non sei più padrona del tuo corpo: dentro di te tuo figlio pretende attenzioni, riposo, cibi sani, risate, serenità… e tu non sei tu, tu sei il tuo pancione, tu sei una pancia che cammina e che attrae gli sguardi di tutti, e le mani di tutti, e le considerazioni (stupide) di tutti: lo sai che se la pancia è bassa è un maschio? lo sai che se mangi le cipolle il bambino piange? lo sai che non dovresti guidare la macchina?
Poi il bambino nasce e tu non sei nemmeno più la pancia che lo conteneva: adesso sei l’attrice non protagonista, quella che nemmeno appare sulle locandine, quella di cui nessuno ricorda il nome.
E così, anche se hai ancora il sedere grande come una portaerei, entri in una stanza e diventi improvvisamente invisibile: nemmeno tua madre si ricorda di te, e finisci a far da tappezzeria in casa tua, mentre amici e parenti ti strappano il neonato dalle braccia e se lo rimpallano come un pallone da rugby.
Per fortuna c’è sempre qualcuno che sa fare la mamma meglio di te: ma lo sai che lo vesti troppo o troppo poco? ma lo sai che il tuo latte non è buono? ma lo sai che quando il bambino è stitico devi usare il gambo del prezzemolo?
Ma una mamma lo sa.
Una mamma sa tutto.
Una mamma sa che il legame tra lei e il suo bambino è intenso e profondo e atavico.
E’ un legame che nasce da un odore, dal contatto di pelle, da un suono.
Un legame che nasce dai tessuti, dai pori, dalle cellule… un legame desossiribonucleico.
Perchè una mamma è mamma tante volte: quando appaiono le due lineette rosa sul test di gravidanza, quando partorisce, quando allatta, quando cambia un pannolino, quando prepara il primo brodino, quando insegna a suo figlio a ridere, a camminare, a parlare, a correre… ad essere una persona.
Una mamma rinasce durante ogni tappa di crescita del proprio bambino.
E quando il neonato è diventato un bimbo grande, una mamma rinasce di nuovo, perchè sa che suo figlio non le appartiene, e che adesso appartiene al mondo a cui lei lo ha consegnato.

web

la voce umana


tratto da  INFORMAZIONE LIBERA
con Maria Isabel Marques e Maria Serena Scafuri  su FB

Quando è vera, quando nasce dalla necessità di dire, la voce umana non c’è chi la fermi.
Se le negano la bocca, parla con le mani, o con gli occhi, o attraverso i pori, o attraverso quello che sia.
Perché tutti, proprio tutti, abbiamo qualcosa da dire agli altri, qualche cosa che merita di essere celebrata o perdonata dagli altri.

Eduardo Galeano