L’ARTO FANTASMA: UNA DIABOLICA PERCEZIONE


By Alfredo

Oggi intendo introdurre, spendendo l’ennesimo Tallero (spendaccione eh)  un grande studioso del comportamento e della percezione umana.
Si tratta di Maurice Merleau-Ponty (1908-1961).

La teoria classica della conoscenza riteneva che la percezione fosse una presa di possesso delle cose.
Invece per Merleau-Ponty essa è un evento che accade dentro di noi e provoca uno sdoppiamento del mondo, indipendente sia da noi che dalla realtà.
Provate a leggere questo “bel” capitolo.

L’ARTO FANTASMA: UNA DIABOLICA PERCEZIONE

“Hegel diceva che la percezione è *un buco nell’essere*, cioè una sorta di finestra attraverso cui ci affacciamo e catturiamo con la mente quel che ci circonda, per Merleau Ponty, è soltanto una finestra parziale.
La percezione è infatti insufficiente perché non coinvolge mai tutto un corpo, ma solo una parte di esso: di solito noi percepiamo i nostri piedi dentro le scarpe e, quando abbiamo davanti agli occhi un cubo, ne cogliamo soltanto tre facce, mentre dobbiamo immaginare le altre.

Di conseguenza, la percezione ci offre solo un ritaglio della realtà.
Ma è una realtà che ci può anche ingannare.
Qualche volta da esso posso congetturare qualcosa di reale.
Se vedo tre gambe di un tavolino, non mi inganno a immaginarmi una quarta gamba, che pure non riesco a scorgere.

Ma

                                                                                         

non sempre le cose vanno così; talora sembra che la percezione si diverta a indurci in un diabolico inganno: *Se in un amputato qualche stimolazione si sostituisce a quella della gamba sul tratto che va dal moncone al cervello, il soggetto sentirà una gamba fantasma… l’arto fantasma conserva spesso la posizione stessa che il braccio reale occupava al momento della ferita: un ferito di guerra sente ancora nel braccio fantasma le schegge di granata che hanno lacerato il braccio reale*
(cfr. Fenomenologia della percezione).

Questo testo contiene una teoria che svincola la percezione dall’immagine concreta: la memoria di una percezione passata può essere così forte da ripresentarsi non più come qualcosa di tangibile, ma come un fenomeno puramente mentale.
Così posso sentire l’esistenza di un amico assente, che tuttavia non è sotto i miei occhi.
Proust avvertiva la presenza della nonna anche dopo che era morta.

(In questa foto datata 1997, si vede una signora seduta in un parco verde durante un pic nic. L’immagine ha fatto del giro del web e del mondo intero perché, una volta sviluppata, la signora ha visto una figura alle spalle. Non si tratta, però, di una figura qualunque. L’uomo dietro la vecchietta è il marito della donna, morto nel 1984, ben 13 anni prima che venisse scattata la foto in questione.) (Claudio)

Così la fenomenologia di Merlau-Ponty svincola la percezione dalla realtà fisica e conferisce loro un’autonomia impensabile nelle precedenti teorie della conoscenza.
Per lui *ci è possibile conoscere perfettamente una fisionomia senza sapere il colore degli occhi o dei capelli, la forma della bocca o del volto* (cfr. La struttura del comportamento).
Può sembrare una teoria paradossale, ma non lo è affatto.
Già le scoperte tecnologiche, come le comunicazioni telefoniche prima e ora quelle di posta elettronica, ci pernmettono di formarci immagini talora precise di persone che non abbiamo mai visto fisicamente. Per riferirci a una consuetudine diffusa soprattutto tra gli adolescenti, un fenomeno oggi di moda è la pratica della chat. Persone che non si sono mai viste e che forse mai si vedranno possono, attraverso di essa, intrattenere fra loro rapporti stretti, magari destinati a durare a lungo.
Se Merleau-Ponty fosse vissuto al giorno d’oggi avrebbe probabilmente considerato questo fenomeno degno di entrare in uno dei suoi trattati.
Siamo agli antipodi di quello che diceva Condillac: per Merleau-Ponty l’uomo percepisce prima con la mente, poi con i sensi. […]

Paragona questo al comportamento attuato, nel noto mito di Platone, dal prigioniero della caverna che si affida alle ombre alle quali è abituato senza pretendere di giudicarle in base alla luce esteriore.
V’è allora da dire che la vita dell’uomo si svolge in gran parte in questa situazione di penombra, fra percezioni parziali e irreali, più simile a quelle degli arti fantasma che non a precisi dati.
Questo è in sostanza l’insegnamento ultimo che ci ha lasciato Merleau-Ponty.
La scienza si illude di accumulare certezze perché è convinta della solidità delle nostre conoscenze intellettuali.
Ma Merleau-Ponty mostra che al di sotto di esse vi è l’ambiguo mondo delle percezioni, dominato da una situazione di penombra paragonabile a quella della caverna platonica.
Cosa possiamo dire della percezione di un arto fantasma? Per parlarne occorre superare la nostra convinzione sulla solidità del mondo percepito.
Dice Merlaeu-Ponty che *per vedere il mondo e coglierlo come paradosso occorre rompere la nostra familiarità con esso, e questa rottura non può insegnarci altro che lo scaturire immotivato del mondo* (cfr. Fenomenologia della percezione).
Il mondo che noi percepiamo ci si presenta con un carattere di inevitabilità, e tuttavia questa inevitabilità si accompagna a una mancanza di giustificazione, come nel caso dell’amputato che continua a percepire dei crampi alla gamba inesistente.
Ma va ben oltre il caso singolo dell’arto fantasma, anzi ne fa il pretesto per valutare le nostre congetture sull’esistenza del mondo che percepiamo.
Di quel mondo, a priori non sappiamo nulla.
Ma allora che senso ha affermare l’esistenza di non si sa che?
Al proposito egli cita un noto passo del Menone platonico: *In qual modo, o Socrate, cercherai quello che ignori affatto cos’è? Quale delle cose che ignori riproporrai a oggetto della ricerca? E posto che tu l’azzecchi, come saprai che è quel che è, se non lo conosci?* (80 d).
Dobbiamo dunque concludere che Merleau-Ponty condivida il disfattismo di quei sofisti che negavano ogni possobilità di conoscenza?
Se così fosse, non avrebbe dedicato un volume di seicento pagine a studiare i fenomeni della percezione.
La verità è che egli ha voluto analizzarli dopo aver fatto tabula rasa delle ingenuità su cui si fonda il senso comune.
E per sbarazzarsene la maniera migliore gli è sembrata ricondurle ad alcuni paradossi tipici, come quello diabolico dell’arto fantasma”.

Quindi ? Valutate con attenzione le vostre percezioni e confrontatele con la risultanze di una realtà fisica, eviterete – probabilmente – tanti errori di valutazione.

Dove non c’è ‘corrispondenza’ difficilmente troveremo il vero,
ma molto spesso il verosimile… E a buon intenditor…     🙂

By Alfredo

la competizione è la radice di tutti i mali


Venerdì scorso, Nicholas Negroponte ha tenuto un discorso in seno all’evento The Shape of Things To Come (la forma delle cose che verranno), organizzato da Piaggio Fast Forward a Milano e presentato da Marco Montemagno.

Negroponte è il fondatore del Media Lab del Mit, il laboratorio di ricerca interdisciplinare del Massachusetts Institute of Technology, e il creatore del progetto One Laptop Per Child (un computer portatile per ogni bambino), pensato per fornire gli strumenti educativi necessari allo sviluppo educativo nel terzo mondo.

Venerdì c’ero anch’io. Quello che segue (e che potete vedere nel video che ho sottotitolato per voi) è un estratto del suo discorso, dal quale si capisce bene cosa significa avere una visione del mondo e ragionare su altri piani mentali rispetto alle categorie dell’umano e mediocre pensiero.

LA COMPETIZIONE E’ LA RADICE DEL MALE

L’incrementalismo (ndr: un metodo di lavoro che funziona aggiungendo a un progetto piccoli cambiamenti progressivi, invece di pianificazioni di lunga portata) è nemico della creatività. E in questo so di espormi, sostenenedo che le start-up siano un problema globale molto serio, perché abbiamo impedito a tantissimi talenti di pensare in grande.

Il Media Lab del MIT laurea 50 studenti all’anno. In passato, la metà di loro lavorava sui grandi problemi: la fusione, l’eliminazione della povertà, l’impegno sugli obiettivi umani che riguardano il miglioramento dell’umanità… E adesso, invece, si occupano tutti di queste sciocche, piccole start-up che fanno app per gli iPad e per gli iPhones, che rubano soldi – la cupidigia gioca un ruolo in tutto questo – e fanno cose buffe, ma di queste 50 persone, oggi, solo una lavora su un grande e difficile problema. Pagheremo un prezzo per questo, in futuro.

La competizione! La competizione è la radice di quasi tutti i mali. Assumo che l’Italia abbia gli stessi problemi di altri paesi che conosco meglio, come gli USA, la Cina, il Giappone. Abbiamo trasformato l’apprendimento in una cosa competitiva, con la complicità dei genitori. Basta con gli esami! Smettiamola di uccidere i bambini con gli esami, perché quello che sapete non importa! Non importa per niente! E ve ne darò evidenza.

Io odio le misurazioni: se sei costretto a misurare qualcosa, significa che la differenza è troppo piccola: l’evidenza delle cose è la migliore misura. Ma se tu misuri l’educazione, ad esempio, viene fuori che la Finlandia è al primo posto della lista, quasi ovunque. Ma di parecchie lunghezze, eh? Non è solamente prima e basta: gli altri sono molto dietro.

Bene: in Finlandia, dall’asilo fino alle elementari, non ci sono verifiche, nessuna! Non ci sono compiti, nessuno! Vanno a scuola per meno giorni all’anno e fanno l’orario più ridotto di tutti. Direte: aspetta un minuto! Come possono essere primi? Non hanno niente delle cose che noi giudichiamo più importanti: fare più esami, avere giornate di studio più lunghe, tutte queste cose insomma… E la ragione è che non c’è competizione! I bambini collaborano. Imparano in maniera collaborativa. La competizione, specialmente tra Paesi, è un concetto malato ed è alla radice di molti mali.

Ora parliamo di missione contro mercato. Una missione è molto diversa da un mercato. E la maggior parte delle persone non capisce la differenza. Avere buoni risultati come corporation, anche per ottime ragioni, in realtà non è ciò che aiuterà il mondo. Sì, se tutti sono migliori, più educati e fanno cose che si definiscono buone, questo, certo, potrebbe migliorare il mondo. Ma se hai come missione l’educazione, allora, come parte della società civile, sei costretto a migliorarlo!

Vi racconto una cosa che mi ha irritato tantissimo. Ero in una stanza, recentemente, impegnato in una riunione nella quale tutti credevano che le persone si dividessero in due categorie: gli imprenditori e i filantropi. Gli imprenditori ad esempio sono i manager delle grandi società, mentre i filantropi sono quelli che fanno piccole ONG o grandi fondazioni. Io dissi: “Siete pazzi! Avete completamente eliminato un terzo gruppo che non fa parte né di un’organizzazione benefica né del mondo imprenditoriale: è il pubblico impiego. Nessuno in questa stanza che ha esortato i propri figli ad entrare nel settore pubblico“.

Non c’è nessuno che pensa al settore pubblico come una grande cosa da fare, e invece il settore pubblico è quello da cui realmente dipendiamo. Quando mi sveglio la mattina, mi faccio una domanda: le normali forze di mercato fanno la stessa cosa che farò io oggi? E se la risposta è sì, allora non devo farlo! Non ho bisogno di farlo se lo stanno già facendo le comuni forze di mercato. Io ho bisogno di fare quello che le forze di mercato non fanno.

Adesso fatemi finire con il mio progetto preferito: la connettività. E dovrei in realtà dire l’accesso, perché potresti non avere bisogno di essere connesso con qualcuno, ma hai bisogno dell’accesso in generale, e ne hai bisogno non come un servizio, che è un’opportunità per le corporation: ne hai bisogno come parte dei diritti umani, o almeno per responsabilità civica.

Pensate per un secondo a questo: uscite dalla porta, dopo questo incontro, e vi mettete a camminare su un marciapiede. Il modello di business dei marciapiedi non è basato su un ritorno dell’investimento dove tu paghi per camminare sul marciapiede. Ci cammina sopra una persona ricca e ci cammina sopra una persona povera. E tu dipendi dal settore pubblico perché sia pulito, perché sia scorrevole, perché sia bello. Non si paga in una maniera diretta. Ma indovinate? Pagate attraverso quelle che si chiamano tasse. Ed è parte della società. E invece, se ti colleghi a internet ancora adesso devi pagare: non è come una strada. Beh, internet non è mai stato come una strada: è stato più come l’elettricità o altre cose basate sul modello “più consumi, più paghi”, ma quello era il passato. E in particolare, nei paesi in via di sviluppo, il futuro è di costruire proprio quella parte di società civile.

Sto lavorando davvero sodo, più che posso, per riuscirci, ma il mio problema è che finora internet è stato un così grande affare! Se guardate alle dieci persone più ricche del mondo, guardatele e contate quante di loro hanno costruito le loro fortune sulle telecomunicazioni. E’ un business davvero redditizio! La società di telefonia del Bangladesh, la società dei telefoni cellulari, ha avuto due miliardi di dollari di ricavi lo scorso anno. Un miliardo era di soli profitti! Dove sono finiti quei profitti? I profitti sono ritornati agli azionisti: molto poco è stato reinvestito sulla rete.

Dovremmo ripensare a quello che può essere fatto nel settore pubblico e non dare per scontato sempre che il settore pubblico non possa fare niente. E se voi ritenete che il settore pubblico non possa combinare niente, provate a salire su un treno in Svizzera! In Giappone il ritardo totale di tutti i treni, accumulato sulla rete della compagnia Shinkansen, in un anno intero, è stato di 18 secondi! Si possono fare molte cose, se ci si impegna mettendosi dalla parte della società civile.

tratto da http://www.byoblu.com/post/2015/10/06/negroponte-la-competizione-e-la-radice-di-tutti-i-mali.aspx