Ti scade il tempo … irrimediabilmente


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L’immagine è tratta da  Carpe Diem – Cogli L’attimo

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Il neo libero – schiavismo


Il simplicissimus

industry16_sizedCari amici non c’è l’ho fatta a trattenermi dato il peso dell’infinita leggerezza delle sciocchezze quotidiane che si è costretti a tollerare, angosciato da questo avido brancolare nei meandri del nulla che mormora incessantemente . Quindi, insoddisfatto del post di ieri sull’  Involuzionismo aggiungo un seguito più specifico sulla genesi del rosario unico che viene recitato e biascicato senza sosta tra gli incensi mediatici con l’intento di mostrare che in effetti stiamo procedendo verso il passato e verso quella società inglese del  primo ‘700 che fa da calco alla contemporaneità, che la distanza fra il liberalismo di allora e il liberismo selvaggio di oggi ha il modesto spessore di uno specchio, che una teoria antropologica diede origine a una teoria economica e che oggi una teoria economica sta creando un antropologia a sua immagine e somiglianza. Sebbene tutto questo mondo e le sue varie incarnazioni prendano il nome dalla radice…

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Libereso


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«A me non interessa se uno va nella luna, se poi non riesce a conoscere nemmeno l’erba che ha sotto il piede facendo un passo.
In cento metri di giardino, magari, porti solo il cane a fare i bisogni, ma in duecento metri di terra a un bambino di scuola puoi insegnare una vita: gli fai trovare la pianta medicinale, gli fai trovare la pianta da mangiare, gli fai vedere il mimetismo fra insetti e piante.
Per me la scuola è questa, e io gliele mostro, queste cose, ai bambini.
Tu vedessi come si attaccano, come sono felici, perché scoprono un mondo che non esisteva prima.
Ma a me non interessa raccontargli dell’al di là, lassù nelle nuvole: non mi interessa proprio, che ci sia chiunque, andiamo.
Lasciamo stare, ma la terra no, la terra studiamola».

Da “Libereso, il giardiniere di Calvino”, edizioni Tarka 1993
Nella foto Libereso Guglielmi ritratto da Cristina Mirandola

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L’immagine ed il testo sono tratti da
I giardini di Pomona

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Bucare lo schermo


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Bucare lo schermo : imporsi all’attenzione dei telespettatori, detto di personaggio di spettacolo molto efficace in televisione, capace di far presa sul pubblico
(definizione tratta dal vocabolario Treccani).

E se qualcuno (magari un po’ curioso) dovesse domandarsi se tale definizione possa, ai giorni nostri, ragionevolmente essere estesa dai personaggi dello spettacolo anche a quelli dell’informazione, se possa cioè riguardare anche i vari media mainstream?
Beh … la non facile risposta ad un tale legittimo interrogativo l’ho trovata per caso in una vignetta postata su YouFlame ed è …

“certamente si … assolutamente …”

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Ironia … oppure realtà ???

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Schiavi o uomini liberi?


NonDuale

freeUno schiavo deve essere produttivo, economico, ignorante, specializzato, preciso ed efficiente. Deve essere inoltre spietato con i suoi simili e obbediente per accattivarsi gli elogi e le grazie del padrone.

Un essere umano libero, invece, non pu che esser saggio,olistico, compassionevole e solidale. Avendo smascherato la frode mentale che si nasconde dietro a concetti da schiavo come “efficienza” e “produttivit” vive nell’armonia e nella quiete.

Lo schiavo sopporta le vessazioni a cui soggetto in nome di un poco d’evasione, talvolta terrena o pi spesso ultraterrena.L’uomo libero invece vive celebrando l’esistenza e l’esistenza celebra la vita in lui, in ogni istante.

Lo schiavo un dio indotto a credersi un povero derelitto, un peccatore, una fedele pecorella, un precario che ringrazia chi gli da un posto in cui farsi sfruttare, umiliare e rapinare della vita.
L’uomo libero invece un dio consapevole del proprio potenziale, della propria vera natura non-nata e impersonale…

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L’Uomo è un virus per la Terra?


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La frenetica attività evolutiva dell’Uomo sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza del pianeta e della stessa specie umana. Guerre e inquinamento sembrano contraddire l’armonia cosmica che governa l’Universo …

Veramente l’uomo è un virus per la Terra?

“Desidero condividere con te, Morpheus, una geniale intuizione che ho avuto, durante la mia missione qui.
Mi è capitato mentre cercavo di classificare la vostra specie. Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate.
Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca.
C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è?
Il virus.
Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura”.
(Agente Smith – Matrix).

Perché l’uomo non è in armonia con il cosmo?
Il male è senza dubbio un fenomeno reale sperimentabile nel corso della storia umana. Ma allo stesso tempo è anche un mistero inspiegabile. Qual’è la sua origine?
Se il cosmo e la natura umana fossero radicalmente malvagie, come si spiega la nostalgia del bene che abita il cuore umano, il rifiuto del male e dell’ingiustizia?
D’altro canto, se il cosmo e l’uomo sono buoni, allora come si è giunti dunque a questa perversione?
Spesso si giustifica il male come un’assenza di bene, ma a guardare bene le azioni dell’uomo nella storia, non possiamo limitarci a descrivere il male come una carenza di bene, ma come una vera e propria perversione, una perversione del senso dell’essere e dell’esistere.
Il male degrada e violenta l’uomo. Esso lo pone in contraddizione con se stesso. Non è altro, dunque, che nonsenso e perversione.
La gente se lo chiede: esiste un problema nella relazione tra l’uomo e l’uomo e tra l’uomo e il creato? Esiste una ferita nell’armonia cosmica che contraddistingue il creato e che l’uomo non è in grado di realizzare nel suo rapporto con la natura e con se stesso? Da più parti giungono segnali di un disagio profondo nel cuore umano, come se questo mondo non fosse il nostro.
Non si comprende bene se siamo noi umani stranieri ad esso, vermi ingordi precipitati qui per caso, e perché abbiamo ridotto questo pianeta, un giorno nostra culla accogliente, in un mondo ostile e minaccioso, tale da fargli assumere i nostri connotati di avidità distruttiva e di cinismo indifferente.

L’uomo, da custode a predatore del creato.
Forse bisogna andare all’inconoscibile giorno in cui l’uomo non avvertì più se stesso come natura, come figlio della terra. Da uomo della natura si scopri uomo nella natura, con niente simile a sé. Fu allora che si sentì padrone della Terra e non più custode, dominatore di tutto, per dimenticare l’orrore della sua fragilità e del suo destino di morte. Egli ridusse tutte le cose ad “oggetti” da tenere a bada e da sfruttare a suo piacimento.
E’ così che nasce la cultura umana, la cultura tecnologica, del dominio e dello sfruttamento razionale, freddo, della natura. Per un po’ le cose vanno bene. La tecnica dà una mano allo spadroneggiare dell’uomo sulla terra, fino a quando il criterio che dirige ogni scelta sul pianeta non diventa l’economia.
L’uomo-padrone arraffa quanto è economicamente utile e nel modo in cui è economicamente vantaggioso. Se serve, si devasta un territorio, lo si avvelena anche. Se serve, si cura un nemico o un operaio ferito. Se non serve, lo si lascia morire.
La “new economy”, come oggi la si definisce, oltre a devastare la natura, schiaccia l’uomo, gli impedisce di vivere, a meno che non appartenga ad un ristretto numero di privilegiati.
Perché il creato è stato scippato a tutti ed è diventato proprietà di alcuni, con la complicità di chi ha definito diritto divino la proprietà privata.
Così l’economia diventa incertezza quotidiana, guerra, annullamento dei diritti umani, menzogna, sovvertimento insensato della natura.
Dobbiamo all’economia se oggi a presiedere uno Stato, molto spesso, non è un Presidente ma la “Banca”.
La tecnica è il braccio armato dell’economia, una economia che annulla la dignità umana e che lo asserve all’avidità di pochi gruppi che influenzano la vita dell’intero pianeta.
L’atomo gli fa vincere una guerra, ma inquina generazioni e generazioni. La biologia ci assiste nella fecondità umana, ma non è un suo problema se un giorno programmeremo, secondo le nostre esigenze, una generazione di atleti senza sentimenti, oppure soldati ottusi ed ubbidienti, oppure carne per il consumo sessuale.
Gli organismi geneticamente modificati possono aumentare la produzione, ma la Monsanto si sente innocente se poi magari scopriremo che ci siamo avvelenati coi nostri soldi.
Paradossale ma vero: l’economia non sa che farsene dell’uomo, non vuole la natura umana che in sé è collegata col tutto; vuole solo la propria autoconservazione.
Cioè, in fondo, l’idolatria del dollaro e delle merci.
Questa civiltà che ogni giorno, rispetto ad uomini e cose, si connota con il cinico usa e getta, non è ancora riuscita a farci dimenticare che se non siamo padroni della natura, tuttavia siamo ad essa inscindibilmente collegati, tanto che deturpare il creato è gesto autodistruttivo, e disprezzare l’uomo predispone ad assalire il creato.
Una umanità senza sentimenti, puramente tecnica, non si accorge nemmeno della scomparsa di migliaia di specie animali e vegetali. Non prova nessuna nostalgia per una bellezza sprofondata nel nulla dopo millenni di cammino sulla terra. Dopo averne privato una parte consistente dell’umanità, abbiamo anche privato di diritti animali e piante. Questo discorso, nella logica occidentale viene presa per idiozia!
Può una pianta, un animale avere dei diritti?
Il punto è che sentendoci padroni di tutto, riconosciamo il diritto alla vita a chi vogliamo noi, secondo le convenienze. Si comincia a ridurre la pianta e l’animale ad oggetto, aprendo così la strada a vergognarci di quanto di animale c’è in noi! Fino a dire che anche certi umani sono sottouomini, privi di ogni dignità. E stabiliamo noi che deve vivere e chi deve morire.

L’uomo è nato per distruggere?
L’uomo è biologicamente destinato alla distruttività? Quali dinamiche ostacolano o agevolano la possibilità di una società multiculturale? Con la fine della Guerra fredda, molti hanno sperato che si aprisse un’era di pace, in cui tanta parte delle risorse indirizzate a mantenere l’equilibrio del terrore potesse indirizzarsi finalmente al miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità.
Non è andata così.
E’ solo cambiata la tipologia dei conflitti, con una diminuzione di quelli fra Stati, un aumento dei conflitti interni internazionalizzati, ossia di quelli che pur mantenendo l’epicentro all’interno di uno Stato finiscono per coinvolgere altre nazioni, e una prosecuzione inalterata degli altri conflitti interni, ma con potenziale coinvolgimento di un numero sempre superiore di persone, anche in relazione alla diffusione del terrorismo.
E’ possibile guardare da una prospettiva scientifica a questo fenomeno? Può la scienza aiutare a chiarire i principali fattori che influenzano il rischio di conflitti e di violenze di massa?
La domanda potrà apparire fuori luogo, o quanto meno fuori epoca, a chi ritiene che con l’Olocausto e la bomba atomica la scienza abbia “perso l’innocenza” e posto fine all’ultima delle “grandi narrazioni” che avevano permesso la coesione sociale e ispirato le utopie che si sono succedute nella storia dell’umanità, per aprire le porte a quella società post-moderna descritta da tanti sociologi, da Jean-François Lyotard a Zygmund Bauman, che, divenuta “liquida” e priva di un senso di comunità, cerca di ritrovarlo attraverso la creazione di ghetti identitari più indifferenti che tolleranti verso gli altri e sempre pronti a entrarvi in conflitto.

Vittorio Mariga

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Testo tratto da  Vittorio Mariga 

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Modern Educayshun


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“Educazione moderna” (in lingua originale “Modern Educayshun“, col nome volutamente storpiato) è un cortometraggio del regista australiano di origini indiane Neel Kolhatkar.
Tratta (a suo modo) di alcune “cose” molto in voga di questi tempi …
tra cui il “pensiero unico” nel mondo del “politically correct”.
Un po’ estremo … eppure mi ricorda qualcosa …

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L’Ambientalismo degli stupidi


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È vero, stiamo rovinando l’ambiente. È vero, stiamo depredando il pianeta delle sue risorse naturali. È vero, stiamo avvelenando l’aria, l’acqua e i cibi che mangiamo.
Ma problemi del genere, che sono di portata globale, richiedono soluzioni complesse e ragionate, e non ci si può certo accontentare di gesti simbolici che servono solo ad acquietare momentaneamente la nostra coscienza, ma non possono minimamente intaccare i problemi che abbiamo di fronte.
Sembra invece che ultimamente si sia scatenato una gara a chi riesce a inventare la soluzione più stupida per far vedere che lui ha capito come si fa a risolvere il problema ambientale.
La capofila di queste stupidità è proprio Greta Thunberg, che ha deciso di non viaggiare più in aereo “perché gli aerei inquinano”. Ma pensare oggi di abolire i voli aerei è assolutamente ridicolo, come è ridicolo pensare di poter modificare in modo sostanziale il modo in cui funzionano i loro motori. Talmente ridicolo, fra l’altro è stato il gesto di Greta, che poi per riportare indietro la barca a vela che l’aveva trasportata fino a New York hanno dovuto andarci – in aereo naturalmente – quattro marinai. Per cui, per un biglietto aereo risparmiato da lei, ne sono stati acquistati quattro per l’equipaggio di ritorno.
Ma Greta è stata solo la apripista delle idiozie “a impatto zero”. Ultimamente la rivista Vogue Italia ha deciso di cavalcare l’onda ambientalista con una scelta tanto spettacolare quanto ridicola. Hanno fatto un intero numero della loro rivista senza fotografie (che è un po’ come se la Ferrari facesse un’automobile senza il motore, tanto per capirci: le riviste di moda SONO le loro fotografie). E la loro spiegazione è stata talmente stupida che non riesco riassumerla con parole mie, devo per forza citare la dichiarazione originale dell’editore: “Lo scopo di questa scelta coraggiosa è, semplicemente, di essere più sostenibili”.
Che cosa ci sia di così sostenibile nell’evitare di fare le fotografie ce lo spiega il direttore di Vogue Italia, Emanuele Farneti: “150 persone coinvolte. Una ventina di voli aerei e una dozzina di viaggi in treno. 40 automobili a disposizione. 60 consegne internazionali. Luci che vengono spente ed accese senza sosta per almeno 10 ore, parzialmente alimentate da generatori a benzina. Avanzi di cibo per alimentare le troupes. Plastica per avvolgere i vestiti. Elettricità per ricaricare i telefoni, le macchine fotografiche…”
A questo punto – verrebbe da dire – smettiamo anche di produrre film, perché se la produzione di alcuni servizi fotografici ha un tale impatto ambientale, quella di un semplice film ne ha 100 volte tanto. Lo sapete quanti voli aerei servono per realizzare un film internazionale, quanto mangia ogni giorno una troupe cinematografica, quante volte accende e spegne la luce entrando in studio, quante automobili si muovono durante la realizzazione, e quanti telefonini e cineprese bisogna alimentare ogni giorno con la corrente elettrica? Torniamo quindi ai cartoni animati, con quattro disegnatori segregati in cantina, e diciamo addio al cinema una volta per tutte.
Ma la vera follia di un gesto del genere è che venga proprio da una rivista come Vogue. L’alta moda infatti rappresenta la quintessenza del superfluo, la quintessenza dello spreco, la quintessenza del lusso, la prevalenza assoluta dell’apparire sulla sostanza. Per non parlare dello sfruttamento della manodopera nel terzo mondo, dove buona parte degli stilisti fa produrre propri tessuti per due lire, per poi rivendere i vestiti “griffati” a cifre stratosferiche. Ma loro, invece di chiudere una rivista del genere e andare a lavorare in fabbrica, preferiscono sostituire le fotografie con dei disegnini (per un mese soltanto, sia chiaro), per lavarsi la coscienza sul problema ambientale senza minimamente intaccare un’industria dai profitti miliardari.
Veniamo ora al terzo esempio perché è il più ridicolo di tutti. L’attore Joaquim Phoenix ha deciso di usare sempre lo stesso smoking, da adesso in avanti, per tutti i premi che andrà a ritirare. Dall’articolo dell’ANSA leggiamo: “Phoenix, vegano e ambientalista convinto, ha fatto la scelta consapevole di avere lo stesso tuxedo per l’intera stagione dei premi (dove, c’è da giurarci, sarà protagonista con allori) per ridurre sprechi e avere un’impronta green coerente al suo attivismo.”
E’ infatti noto come la produzione massiccia di smoking da cerimonia sia una delle cause principali del disboscamento della foresta amazzonica, dell’inquinamento atmosferico e dell’estinzione delle balene.
Pensate che bello, se invece di una scemenza del genere Joaquim Phoenix avesse detto: “Da oggi mi presenterò a ritirare qualunque premio mi venga assegnato vestito esclusivamente di abiti di canapa. La canapa infatti è un prodotto pienamente eco-sostenibile, che non inquina e che non porta alcun danno ambientale nella sua coltivazione”.

Ma un discorso del genere avrebbe significato essere intelligenti, e di intelligenza al mondo a questo punto sembra restarne molto poca.

Massimo Mazzucco

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Il Testo è tratto da    Massimo Mazzucco

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fatti di Aulin


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Appartengo a una generazione che è stata abituata a farsi di Aulin.
Aulin sempre, a ogni dolore, a ogni minima infiammazione. Anche i nostri giovani, in molti, fanno così. Aulin, oppure Oki, e via.
Ora, in giro, c’è pieno di tumori al colon e allo stomaco, in TV è tutto un pubblicizzare gastro-protettori e medicinali da prendere a vita contro le gastriti, contro i disturbi all’esofago, problemi che sono davvero all’ultima moda, mi par di capire … E tutto, tutto è ormai una malattia.
Hai la cellulite? È una malattia, va curata.
Le gengive sanguinano? È una malattia, va curata.
“Credevo di essere sano, ma mi sbagliavo. Me l’ha detto il mio dottore …!”

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Ecco, ci hanno riempito e ci riempiono di veleni, ci fanno ammalare e allora ci riempiono di altri veleni, fino alla fine. Fino al punto di minacciarci di finire in galera se non li prendiamo, se non assumiamo (o non facciamo assumere, a chi dipende da noi) l’ultimo dei loro veleni. Quello che ci rifilano con l’intento di rimediare al danno fatto da tutti gli altri.
E tutto questo perché, per cosa?
Per la fretta.
Perché un disturbo, o un dolore, debbono passare in fretta. Devi muoverti a guarire, non puoi aspettare, lasciare che il tuo corpo reagisca naturalmente, coi suoi ritmi e suoi tempi. Devi fare in fretta perché il lavoro ti aspetta. Perché se no ti licenziano.
Devi lasciare tuoi figlio appena nato, in fretta; elaborare il lutto per la morte di tua madre, in fretta. Sposarti, in fretta.
Non puoi mica fare come un tempo, quando ci si chiudeva in casa e si aspettava di guarire. Mesi, magari … Perché non vivi più del tuo lavoro, ormai. Non ti mantieni più producendo direttamente quanto ti serve. No, nell’era del capitalismo tu non puoi farlo più: tu devi lavorare per qualcun altro. E quel qualcun altro ha fretta, cazzo. Quindi o ti muovi, o sei fuori.
Noi, per questa fretta, ci ammaliamo. Poi, per curarci in fretta, prendiamo veleni con cui ci ammaliamo ancor di più.
E questa cosa la chiamiamo progresso. Il progresso della medicina, della scienza … la qualità della vita!
Il dottore ti dice: devi fare una vita normale. Non ti deve mancare nulla. Quindi ti fa assumere schifezze che risolvano in fretta.
Ma la vita normale non è quella. I problemi di tutti i giorni, le difficoltà nei rapporti, le paure, le insicurezze, o gli amori che nascono … tutte quelle cose non fanno in fretta. Ci vuole tempo. Ci vuole tempo e capacità di saper riconoscere i piccoli miglioramenti di ogni giorno. Le minime variazioni, le sfumature apparentemente più insignificanti …
Ecco, io la penso così.
E proprio per questo so che non siamo più liberi di prenderci il nostro tempo, di vivere e di guarire con calma, coi nostri ritmi. Perché dobbiamo tornare a produrre. Perché la nostra vita, ormai, si svolge in un cazzo di ufficio o di reparto che magari odiamo pure, ma in cui traffichiamo incessantemente con il ricatto e la paura di venirne messi fuori, da un momento all’altro.
E giorno dopo giorno, così, moriamo di veleni, di ansia e di infelicità.
Per paura di morir di fame.

BoscoCeduo – La pagina di Pietro Ratto

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Immagine e testo sono tratti da
Ragione Critica

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il segreto per essere felici


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Per tanto tempo ho cercato il segreto per essere felici.
Poi ho scoperto che non esiste, perché ognuno di noi è diverso.
Non c’è una risposta universale.
Però c’è un modo di prendere la vita che può aiutare chiunque a vivere più serenamente.
È la mentalità del “lasciare andare”.
Un tempo ero una persona permalosa, mi tenevo tutto dentro.
Rimuginavo sulle stesse cose per giorni, se non settimane.
Poi ricordo che durante un viaggio mi posi una semplice domanda.
“Ne vale davvero la pena?”
Intorno a me avevo tutta la meraviglia del mondo.
Avevo un corpo funzionante ed ero libero.
Avevo tutto ciò che mi serviva per essere felice.
E invece ero triste e pieno di rancore?
Una follia, uno spreco, un atto di pura ingratitudine.
La vita è troppo breve per essere sempre arrabbiati.
E così lasciai andare.

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I fallimenti e gli errori del passato, i sensi di colpa, le mille paure per il futuro, le aspettative irraggiungibili, le delusioni, le ingiustizie subite, il voler essere perfetti, il paragone con gli altri, il fastidio per le scuse mai ricevute …
Questa è sofferenza auto-inflitta.
È un peso emotivo inutile che trasportiamo dentro e appesantisce l’anima, il cuore e la mente.
Ed è un dolore che ci allontana dalla possibilità di essere felici.
A volte dovremmo semplicemente lasciare andare.
Imparare a vivere con leggerezza e positività, essere meno severi e pretenziosi.
Smettere di essere sempre in guerra con noi stessi e con il mondo intero, perché non c’è nessuna guerra da combattere.
Smettere di confrontarci sempre con gli altri, perché così ci si dimentica di prendersi cura di se stessi.
Concentrarci sul presente, perché la vita non era ieri e non sarà domani, ma è ora, proprio ora.

Moltissima della sofferenza che proviamo è come sabbia trattenuta in un pugno.
Se stringiamo con forza ci infastidisce.
Dopo anni a stringere, inizia a fare male.
E nel tempo diventa parte di noi.
Quando succede, ci identifichiamo con la sofferenza.
Così, essere felici diventa impossibile.
Aprire la mano è invece una liberazione.
Lasciare andare la sofferenza ti fa sentire meravigliosamente leggero.
Come tornare a respirare dopo anni di apnea.
Ma soprattutto, lasciare andare ti fa capire che tutte quelle paure che trattenevi con forza non avevano alcuna consistenza.
Una volta che le lasci andare, le vedi finalmente per quello che sono sempre state: granelli di sabbia nel vento.

Mentre tu sei ancora lì, e ora puoi finalmente riprendere ad amare, sorridere, seguire la tua felicità.

Vivere ❤️

Gianluca Gotto

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Immagine e testo sono tratti da  Gianluca Gotto

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