Il delirante dialogo interiore


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4480

[…]
La mente è uno strumento molto potente che quando è al servizio dell’essere umano gli permette di progettare e realizzare grandi cose, ma che quando prende il controllo sull’essere umano è capace di relegarlo nella scomoda posizione dello schiavo.
[…]
Prova a immaginare per un momento di essere seduto con degli amici a un tavolo di un locale molto affollato.
Ci sono più di duecento persone che parlano contemporaneamente.
Le senti? Ok.
Adesso per un momento chiudi gli occhi e senti questo fastidioso brusio che evoca confusione, scarsa chiarezza ed estrema difficoltà di comprensione.
Bene, questa è una fedele immagine dello stato abituale della tua mente.
Ho detto «abituale» e non «normale».
Lo stato abituale della mente non ha proprio nulla di normale!
[…]

«Che palle, piove di nuovo, sono tre giorni che piove e devo andare in banca a depositare i soldi, chissà se c’è ancora quel tipo lento allo sportello, mi ricorda mio zio, poveraccio, chissà se hanno accettato la domanda di adozione di Giuseppe, in Italia è proprio vero che non si può fare niente, chissà quanto gli costa tutta quella faccenda… speriamo non porti a casa un bimbo con le orecchie a sventola, sennò sai quanto lo prendono in giro a scuola… ho preso il pane per stasera? mannaggia, forse è meglio se me lo scrivo, dove ho messo la penna? ho abbastanza benzina?…».

E avanti così, un’assurdità dopo l’altra a macinare lamentele e sterili considerazioni.
Come fa la mente a imprigionarti nelle trame delle sue infinite idiozie associative?
a) Attraverso l’ininterrotto fluire del dialogo interiore con predilezione verso pensieri confusi, ansiogeni, e in generale negativi come il ricordare cose dolorose del passato e il preoccuparsi per l’incertezza del futuro.
b) Attraverso una marcata inclinazione all’autosvalutazione e all’autosabotaggio.
c) Attraverso l’uso sciaguratamente continuo e creativo della lamentela.
d) Attraverso il giudizio critico verso sé, gli altri, le situazioni e le cose.
e) Attraverso l’arte di raccontarsela razionalizzando tutto secondo criteri irreali.
f) Attraverso la fuga da tutto ciò che è intenso, appassionato, libero e irrazionale.
g) Attraverso il rifiuto dell’azione disciplinata rivolta verso la realizzazione creativa.
h) Attraverso l’attaccamento ad abitudini stereotipate, ad automatismi compulsivi e a schemi rigidi.
i) Attraverso il mantenimento di sé nel senso di colpa per qualunque cosa.
l) Attraverso la permanenza in un continuo stato di paura.
L’essere umano viene tenuto in scacco proprio sovralimentando la mente di superficie con un’infinità di pensieri confusi, irreali, inutili in grado di produrre soltanto le emozioni a bassa frequenza energetica citate più sopra.
Si tratta di un funzionale insieme di manovre strategiche e di azioni così devastanti da riuscire a farci dimenticare efficacemente chi siamo e da farci rimanere addormentati.
[…]

Queste frasi sono tratte da ‘Avrah Ka Dabra‘ di Dario Canil

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E pensare che comunemente il ‘dialogo interiore’ è visto come una cosa positiva, una sorta di riflessione e/o meditazione; eppure basta modificare l’angolo di visuale e lo spettacolo che vediamo cambia clamorosamente; basta ‘guardare’ meglio i nostri pensieri e questi mutano aspetto, a volte (forse più spesso di quanto noi crediamo) da ‘angeli’ si trasformano in ‘demoni’ parlanti …

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Condizionati


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4478

“Ma come possiamo essere liberi di guardare e studiare quando le nostre menti dalla nascita alla morte sono regolate da una cultura particolare nel limitato modello del nostri io?
Per secoli siamo stati condizionati da nazionalità, casta, ceto, tradizione, religione, lingua, educazione, letteratura, arte, costumi, consuetudini, propaganda di ogni tipo, pressioni economiche, dal cibo che mangiamo, dal clima in cui viviamo, dalla nostra famiglia, i nostri amici, le nostre esperienze, ogni forma di influenza che vi viene in mente, e di conseguenza le nostre reazioni a ogni problema sono condizionate.
Siete consapevoli di essere condizionati?”

(Jiddu Krishnamurti)

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Discorriamo sul ‘metodo’


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Dal DISCORSO SUL METODO di René Descartes
ecco un estratto dalla PARTE QUARTA

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“Non so se devo intrattenervi sulle prime meditazioni che qui ho fatto, poiché sono così metafisiche e così poco comuni che forse non incontreranno il gusto di tutti.
E tuttavia, affinché si possa giudicare se i fondamenti che mi sono dato sono abbastanza saldi, mi trovo in qualche modo costretto a parlarne.
Avevo notato da tempo che, per quanto riguarda i costumi, bisogna qualche volta seguire opinioni di cui conosciamo l’estrema incertezza come se fossero indubitabili, secondo quanto è stato detto; ma, poiché allora desideravo dedicarmi soltanto alla ricerca della verità, ritenni di dover fare il contrario e rigettare come assolutamente falso tutto ciò in cui avrei potuto avanzare il minimo dubbio, per vedere se dopo non fosse rimasto tra le mie convinzioni alcunché di interamente indubitabile.

4470

Quindi, poiché i nostri sensi a volte ci inducono in errore, volli supporre che non ci fosse alcuna cosa così come essi ce la fanno immaginare.
E dato che ci sono uomini che ragionando si ingannano anche riguardo ai più semplici argomenti di geometria e cadono in paralogismi, io, ritenendo di essere soggetto a sbagliare al pari di chiunque altro, rigettai come false tutte le ragioni che in precedenza avevo dato per dimostrate.
E infine, considerato che gli stessi identici pensieri che abbiamo da svegli ci possono venire anche quando dormiamo, senza che in questa circostanza ve ne sia uno solo di vero, presi la risoluzione di fingere che tutte le cose che si erano introdotte nella mia mente fino ad allora non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni.

4471

Subito dopo, però, mi resi conto che, proprio mentre volevo pensare che tutto fosse falso, bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa.
E osservando che questa verità: ‘cogito ergo sum’, era così salda e certa che tutte le più stravaganti supposizioni degli Scettici non avrebbero potuto farla crollare, giudicai che potevo accoglierla senza riserve come il primo principio della filosofia che cercavo.

4472

Poi, esaminando con attenzione ciò che ero, e vedendo che potevo fingere di non aver un corpo e che non vi fosse mondo o luogo dove mi trovassi, ma che non per questo potevo fingere di non esistere, e che, al contrario, dal fatto stesso che pensavo a dubitare della verità delle altre cose seguiva con grande certezza che io esistevo: mentre, se appena avessi smesso di pensare, qualora fosse stato vero tutto il resto che avevo da sempre immaginato, non avrei avuto nessuna ragione di credere di esistere; da tutto ciò conobbi di essere una sostanza la cui intera essenza o natura consiste solo nel pensare, e che forse per esistere non ha bisogno di nessun luogo né dipende da alcuna cosa materiale.

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Di modo che questo io, cioè l’anima, in virtù della quale sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, rispetto al quale è perfino più facile da conoscere; e se anche il corpo non esistesse, l’anima non mancherebbe di essere tutto ciò che è.
[…]
In seguito a questo,riflettendo sul fatto che dubitavo, e che di conseguenza il mio essere non era del tutto perfetto, poiché vedevo chiaramente che conoscere era un perfezione più grande che dubitare, mi misi a cercare da dove avessi imparato a pensare a qualcosa di più perfetto di quel che io non fossi; e conobbi con evidenza che doveva essere di una natura effettivamente più perfetta.
Per quel che riguarda i pensieri che avevo di molte altre cose fuori da me, come del cielo, della terra, della luce, del calore e di mille altre, non mi preoccupavo di sapere da dove venissero, poiché, non notando in essi niente che mi sembrasse renderli superiori a me, potevo credere che, se erano veri, dipendevano dalla mia natura per quella certa perfezione che aveva; e se non lo erano, mi venivano dal nulla, cioè erano in me in quanto ero manchevole.

4477

Ma non poteva valere la stessa cosa per l’idea di un essere più perfetto del mio: poiché che tale idea mi venisse dal nulla era palesemente impossibile: e poiché è altrettanto contraddittorio che il perfetto consegua e dipenda dal meno perfetto quanto le è che dal nulla proceda qualcosa, non poteva neppure venire da me stesso.
Così non restava che ammettere che tale idea fosse stata posta in me da una natura realmente più perfetta della mia, e che anzi avesse in sé tutte le perfezioni di cui potevo avere un’idea, e cioè, per spiegarmi con una sola parola, che fosse Dio.”

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La mia opinione è che Cartesio aveva capito che l’Uomo era abituato a dare per vere le cose (solo salvo smentita) mentre riteneva fosse più corretto darle per false e ricercarne l’eventuale verità: questo implica un ‘cogitamento’ che nel primo caso non è assolutamente necessario; ovviamente questo modo di procedere comporta uno sforzo (seppur positivo).
La differenza che io vedo ?
Sta nel fatto che nel primo caso si daranno per vere sia le verità che le menzogne, nel secondo soltanto le verità.

4474

Anima / Corpo …
belle intuizioni …
Che siano due cose unite ma separate ormai è assodato, che l’anima (la mente ?) sia più importante del corpo direi pure (anche se parrebbe che non sia così per tutti);
resta un mistero sapere se nascono insieme e se muoiono insieme, oltre che ‘vivere’ insieme … una domanda che credo che sia un mistero irrisolto ancora oggi, tutti quelli che trovano la risposta non possono tornare a dircela   😉  

4475

La parte finale parla di un ‘qualcosa’ che Cartesio chiama Dio e credo di poter dire che, in questo campo come non mai, occorre tenere ben separato l’oggetto dalla parola con la quale lo si identifica; la visione ricorrente di Dio (per noi occidentali) è una immagine ampiamente distorta e assolutamente antropomorfizzata creata dall’Uomo (per tanti motivi, tutto sommato non positivi); molto meglio (almeno a mio parere) è pensare al ‘divino’ come fece Spinoza, ‘qualcosa’ (almeno credo di aver capito) di ben più grande dell’Uomo ma di cui l’Uomo è parte integrante.
Il ‘divino’ è dentro e fuori di noi …

In ultima analisi Cartesio quindi consigliava di scomporre il ‘complesso’ in parti più semplici e, solo dopo averle acquisite come vere o plausibili, ricomporre l’intero.
Probabilmente l’esatto contrario di quello che fanno i più …

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il fiore


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Ognuno di noi durante il corso della vita, si imbatte in quel fiore come è accaduto al piccolo iniziato monaco tibetano Dechen.
Quando proviamo dei sentimenti a un certo punto, molti di noi ci comportiamo come il ragazzino del video.
La più grande prova d’amore, e anche la più difficile, consiste nel lasciare che gli altri siano ciò che desiderano essere.
Ogni persona deve prendere le sue decisioni e fare i propri errori, solo allora imparerà e crescerà.
Cercare di controllare la vita degli altri, anche se “per il loro bene”, è un’intrusione che probabilmente causerà solo danni.
Dobbiamo imparare ed accettare che, dare il nostro amore e prenderci cura di qualcuno o qualcosa, non deve assolutamente cambiare la natura di ciò che amiamo e non è perchè amiamo, sappiamo cosa è meglio per lo stesso.
Tutti noi abbiamo quel fiore nella nostra vita ed è probabile che a un certo punto ci comportiamo come il ragazzino del video.
Il fiore può simboleggiare diverse cose: può trattarsi di un rapporto in cui pretendiamo di controllare l’altro, perché confondiamo l’amore con il possesso, o può rappresentare il figlio al quale non permettiamo di volare con le proprie ali.
Personalmente penso che gli altri ci fanno da specchio e valutando sotto questo punto di vista la storia di Dechen, penso che il voler tener con noi materialmente ciò che amiamo derivi da una richiesta interiore verso noi stessi, quella di imparare ad amarci.
Le persone e le cose belle che viviamo nel corso della nostra vita, quando finiscono le subiamo come una perdita, non come una crescita e belle emozioni da ricordare, ci si affossa sempre nel ricordo della perdita.
Di fatto capita regolarmente che, quando smettiamo di soffrire per per qualcosa di bello che avevamo e che non abbiamo più, allora arrivano nuove esperienze, nuovi ricordi…
Però… ogni volta l’essere umano cade nel vizio di voler tenere con se ciò che ama, senza mai imparare la lezione….

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Video e testo tratti da    Abbattiamo IL Sistema

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il decentramento dell’Universo


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4463

Si legge nella Presentazione:

“Un libro sui giovani, perché i giovani, anche se non sempre lo sanno, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive ed orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare.
Solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma è la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa.”

(ma siamo proprio certi che quanto letto riguardi solo i giovani ??? ndr)

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4465

Capitolo Il decentramento dell’universo

“Gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la descrizione che di volta in volta il mito, la religione, la filosofia, la scienza hanno dato del mondo.
Una descrizione attraverso parole stabili, collocate ai confini dell’universo per la sua delimitazione e all’interno dell’universo per la sua articolazione.
Tra “le cose di lassù” e “le cose di quaggiù”, come voleva la geografia di Platone, la più dicente, la più descrittiva, era possibile riconoscere quella gerarchia di stabilità che consentiva di orientarsi tra il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il pregevole e lo spregevole.
L’ordine delle idee tracciava un itinerario ascensionale che dalla terra portava al cielo, e il cammino aveva una direzione, un senso, un fine.
Nella realizzazione del fine c’era promessa di salvezza e verità.

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Un giorno la filosofia greca incontrò l’annuncio giudaico-cristiano che parlava di una terra promessa e di una patria ultima.
L’anima che Platone aveva ideato si trovò orientata ad una meta e prese a vivere l’inquietudine dell’attesa e del tempo che la separava dalla meta.
Un tempo non più descritto come ciclica ripetizione dell’evento cosmico, ma come irradiazione di un senso che trasfigurò l’accadere degli eventi in storia, dove alla fine si sarebbe compiuto ciò che all’inizio era stato annunciato.
Ma anche questa cosmologia e questa temporalità non tardarono a vacillare e con esse tutte quelle idee che ne segnavano la scansione.
Annunciando che era la terra a ruotare intorno al sole, a sua volta lanciato in una corsa senza meta, la scienza consegnò una nuova descrizione del mondo, in cui si riconosceva il carattere relativo di ogni movimento e di ogni posizione nello spazio, che a sua volta andava sempre più a confondersi con il tempo, fino a togliere al linguaggio della filosofia e della religione tutte le idee normative che dicevano orientamento e stabilità.

4466

La conseguenza fu il decentramento dell’universo.
La nuova descrizione implicava ancora le antiche parole, ma queste, nell’indicare le cose, non designavano più la loro essenza, ma solo la loro relazione.
Senza più né “alto” né “basso”, né “dentro” né “fuori”, né “lontano” né “vicino”, l’universo perse il suo ordine, la sua finalità e la sua gerarchia per offrirsi all’uomo come pura macchina indagabile con gli strumenti della ragione fatta calcolo.
Questa dischiuse lo scenario artificiale e potente della tecnica, in cui l’uomo scoprì la sua essenza rimasta a lungo nascosta e resa inconoscibile dalla descrizione mitica del mondo.

4467

Da terra-madre la terra divenne materia indifferente, il cielo cedette la mitologia delle stelle alla polvere cosmica, e l’anima dell’uomo, congedatasi da ogni orizzonte di senso, prese a vagare in compagnia di quello che Nietzsche chiama “il più inquietante fra tutti gli ospiti: il nichilismo”, in cui riconosciamo la cadenza del nostro attuale pensare e disorientato sentire.”

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Una lettura che fa venire alla mente tante cose che si possono riassumere nella frase “una istantanea del presente e del futuro”.
I tanti problemi attuali hanno radici profonde nei comportamenti e nelle scelte di un passato neppure troppo lontano e penso che abbiano inizio nel momento in cui la Terra da ‘madre’ è diventata ‘materia’.

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Per essere pienamente umani, dobbiamo vivere fra gli umani, ovvero non solo ‘come’ gli umani ma anche ‘con’ gli umani …


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Il testo che segue è tratto dal bel libro POLITICA PER UN FIGLIO di Fernando Savater.
Perché dico bello (a parte per il fatto che mi piace) ?
Un amico che lo ha letto mi disse “proprio perché essendo scritto per ‘un figlio’, il suo, ma anche per tutti i giovani che si ritrovano a vivere in un mondo che non hanno scelto e che non hanno contribuito a creare, mi pare di poter dire che ha un valore ‘doppio’…” come dargli torto ?

4457

Uno scritto di William Shakespeare, nell’Amleto, è perfetto per rendere plasticamente il tema:
“Il mondo è fuori squadra: che maledetta noia essere nato per rimetterlo in sesto.”

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4227

Nel prologo alla prima edizione (quella del 1993) Savater si rivolge direttamente al figlio, Amador:

“[…]
Il principale responsabile di questa nuova serie di sermoni, o prediche noiose, o come vuoi chiamarli, sei proprio tu: quindi adesso non ti lamentare.
Molte volte mi hai detto che quasi tutti i ragazzi di tua conoscenza sono completamente indifferenti ai politici e alla politica: pensano che tutta la faccenda sia una presa in giro orchestrata da emeriti furfanti che mentono perfino quando dormono; sono convinti che la gente comune non possa fare nulla per cambiare le cose, perché l’ultima parola è sempre di quei quattro ‘furbi’ che stanno in alto.
Insomma, conviene molto di più dedicarsi a vivere il meglio possibile e a guadagnare dei bei soldini, perché tutto il resto sono storie e tempo buttato.
Questo atteggiamento mi sembra un po’ allarmante e anche, scusa se te lo dico con sincerità, poco intelligente.
Ti spiego perché, cominciando a rispondere alle ovvie domande che farai su come si fa ad interessarsi di politica nello stesso modo in cui, credo, hai finito per accettare che sia giusto interessarsi di etica.

4458

Qual è la differenza fondamentale fra la posizione etica e quella politica?
Sono due modi di affrontare la vita, cioè di usare la nostra libertà, ma l’etica è prima di tutto una prospettiva ‘personale’, che ogni individuo ha quando si occupa solo di ciò che è meglio per il suo vivere bene in un determinato momento, e senza aspettare di convincere gli altri che è quello il modo migliore di vivere, il più umanamente appagante.
Nell’etica si dice che ciò che conta è star bene con se stessi e avere il coraggio intelligenti di agire di conseguenza, qui e ora: non ha senso rinviare qualche cosa che ci conviene fare ‘adesso’, la vita è breve e non sempre si può lasciare il meglio per domani …
Invece la posizione politica cerca (o dovrebbe, ndr) un altro tipo di accordo: quello con gli altri, il coordinamento, l’organizzazione fra molti di ciò che riguarda molti.
Quando penso moralmente non devo convincere nessuno oltre a me stesso; in politica è imprescindibile che convinca o mi lasci convincere.
Siccome nelle questioni politiche non si tratta solo della mia vita, ma dell’armonia fra essa e molte altre, il tempo della politica ha una durata maggiore: non comprende solo l’improrogabile folgorazione dell’attimo, dell’ora, ma anche periodi più lunghi e dunque progetti per il futuro, quel futuro in cui io potrei non esistere più, ma nel quale vivranno coloro che amo e dove può durare ciò in cui ho creduto.
[…]

4459

Sul terreno dell’etica la libertà dell’individuo si risolve in ‘azioni’ pure, mentre in politica bisogna costruire ‘istituzioni’, leggi, forme durature d’amministrazione … meccanismi delicati che si guastano facilmente o che non funzionano mai del tutto come ci si attendeva.
Voglio dire che la relazione tra l’etica e la mia vita personale è abbastanza evidente, ma la politica mi risulta subito ‘aliena’ e gli sforzi che faccio in questo campo, in genere, restano frustrati (sarà per colpa degli ‘altri’?).
[…]
La vita umana non permette semplificazioni improprie ed è importante avere una visione d’insieme, la prospettiva più adeguata è quella che ci ‘ingrandisce’, non quella che tende a miniaturizzarci.

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Gli esseri umani non sono come i bonsai, che più li tagli e più sono belli.
E non sono nemmeno semplici alberi in mezzo al bosco, unità insignificanti di un complesso più grande e, dunque, più importante.
[…]
Per questo sostengo che ognuno ha il diritto di godersi la vita il più umanamente possibile, senza sacrificarla né agli dèi né alla patria e neppure alla causa dell’umanità sofferente.
Ma d’altra, parte per essere pienamente umani, dobbiamo vivere fra gli umani, ovvero non solo ‘come’ gli umani ma anche ‘con’ gli umani.
[…]
Gli antichi greci (gente sveglia e intelligente che, come sai, ammiro in modo speciale) definivano chi non si occupava di politica con il nome di ‘idiotes’; questa parola significava persona isolata, che non ha nulla da offrire agli altri, ossessionata dai piccoli problemi di casa sua e in fin dei conti alla mercé di tutta la comunità.

4461

opera della fotografa Maggie Taylor

Da quell’idiotes greco deriva il nostro ‘idiota’ attuale, e non c’è bisogno che ti spieghi che cosa vuol dire.
Nel libri precedente (Etica per un figlio, ndr) ho osato dirti che l’unico obbligo morale che abbiamo è quello di non essere imbecilli, nelle svariate forme di imbecillità che possono rovinarci la vita.
Comunque il messaggio di questo libro che cominci a leggere è un po’ aggressivo e irriverente, visto che può essere riassunto in tre parole: non essere idiota!”

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Lette queste parole provate ora a pensare a quello che sta succedendo (politicamente parlando) in questo Paese ed ancor più proprio in questi giorni …
non vi sorge spontanea qualche domanda ?
Che so … del tipo … “chi sono gli idioti” ?
Oppure chi sono i creduloni, gli ignavi, o (peggio) i furbi ?

Nel motto di questo blog si può leggere un mio pensiero :
“anche se non ti occupi di politica, stai sicuro che la politica si occuperà di te …”
nessuno può disinteressarsene perché siamo tutti coinvolti, sta a noi scegliere se essere anche ‘soggetti’ oppure semplici ‘oggetti’ politici.
Accettare passivamente che la politica abbia la attuale scarsissima (o infima) ‘qualità’ è una colpa e le conseguenze siamo noi stessi a pagarle (e purtroppo i nostri figli).

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l’Uomo, tra requiem e resurrexit


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Da un testo di Vittorino Andreoli inserito nel libro del 2008 L’UOMO DI VETRO,
ecco un estratto dal capitolo L’UOMO, TRA REQUIEM E RESURREXIT

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“Io non so se questa grande civiltà stia per finire, e nemmeno riesco a immaginare con quali segnali si annuncerà la cessazione dei principi si cui reggeva, né se sarà una morte rapida oppure lenta.
So che è tempo perché l’uomo trovi un equilibrio differente, sia sul piano individuale che interpersonale, affinché possa rimanere un animale sociale e l’ambiente collettivo continui a essere la cornice in cui l’umanità vive.
So che deve cambiare la strategia di esistenza, il senso che si deve attribuire al tempo che passa, alla stessa fine e ai limiti di cui l’uomo è fatto.
Mai come in questo momento storico i disturbi mentali sono tanto gravi e diffusi; l’ansia sembra una compagna fissa di ciascuno di noi, indipendentemente dall’età.
La depressione, che è una dichiarazione di stanchezza di rimanere al mondo e di voglia di morire, ha raggiunto percentuali che ormai ne fanno il disturbo più ‘normale’ che si conosca.
Le malattie centrate sulla paura, fino alla paura della paura e gli attacchi improvvisi di terrore, sono un’entità nuova e drammatica a cui è correlata la patologia della nostra mente.
I disturbi sociali, intesi come difficoltà a inserirsi attivamente nel contesto della città, e che comprendono anche la violenza inaudita di un anonimo verso un ignoto, sono tali da spaventare.
Una brutalità che va oltre la logica di un nemico da eliminare e di un ostacolo da rimuovere, ma che si scaglia contro un nessuno, contro chi nemmeno si conosce e pertanto è escluso da qualsiasi avversità.
La violenza è giunta ad essere un comportamento banale, così come l’ammazzare.
[…]
Occorrono un’innovazione del mondo e nuove strategie di stare insieme e di aiutarsi reciprocamente nell’avventura esistenziale.
[…]
Nella pianificazione di un nuovo umanesimo, inteso come l’insieme di principi fondamentali per far sì che che l’uomo viva assieme agli altri uomini alla ricerca della serenità, di una serenità di tutti per non essere in balìa delle paure del vicino, bisogna partire da un dato che mi pare indiscutibile: la fragilità costitutiva dell’uomo e della sua condizione esistenziale.
La fragilità non è una medicina per sanare i gravi disturbi della società, le sue tragedie; è una caratteristica positiva a cui si legano grandi espressioni sociali, possibili all’uomo e all’umanità nel suo insieme.
[…]
La fragilità è bisogno dell’altro e non sopportazione.
L’altro diventa una necessità e permette non solo di essere aiutati ma anche di soddisfare il bisogno fortissimo di aiutare.
Permette di capire, finalmente, che fare il padre ed essere padre corrisponde alla necessità di aiutare a crescere e di sentire di avere una posizione autorevole che diventa la forza dell’educazione.
Permette di vivere senza compromessi, senza le furbizie per avere cose e denaro e per perdere al contempo dignità e credibilità.
[…]
La fragilità è all’origine della comprensione dei bisogni e della sensibilità di capire in quale modo aiutare ed essere aiutati.
Un umanesimo spinto a conoscere la propria fragilità e a viverla, non a nasconderla come se si trattasse di una debolezza, di uno scarto vergognoso per la voglia di potere, che si basa sulla forza reale e semmai sulle sue protesi.
Vergognoso per una logica folle in cui il rispetto equivale a fare paura.
Una civiltà dove la tua fragilità dà forza a quella di un altro e ricade su di te promuovendo salute sociale che vuol dire serenità.
Serenità, non la felicità effimera di un attimo, ma la condizione continua su cui si possono inserire momenti persino di ebbrezza.
La fragilità come fondamento della saggezza capace di riconoscere che la ricchezza del singolo è l’altro da sé, e che da soli non si è nemmeno uomini, ma solo dei misantropi che male hanno interpretato la vita propria e quella dell’insieme sociale.
La fragilità è dentro il mistero e il mistero impedisce che si affermi e si imponga la verità, poiché sulla verità si fanno guerre, persino sulla verità degli dèi.
[…]
Questo è l’incipit di una nuova civiltà e solo così si può aprire un tempo sereno per svilupparla, per scoprirla.
[…]
E’ tempo di ripartire e io non so come sarà – se sarà – il futuro, conosco il tempo presente e il declino della civiltà che precipita con la velocità di un masso che cade in un vuoto infinito.
Una parola è poco, ma è qualcosa se la si è tirata fuori dal dolore e dalla voglia che l’uomo viva meglio e sia più uomo.
Il rischio attuale che di umano gli sia rimasta attaccata addosso solo la miseria: un uomo miserabile e infelice, ubriaco di illusioni e di inganni, fatti e subiti.
Non potrà vedere scritte molte pagine di questa nuova storia poiché mi aspetta la morte e l’appuntamento mi troverà sconcertato poiché nel vecchio libro risulta essere la più grave delle ingiustizie e il mistero che più mi indigna.
E’ il momento che anche la fragilità muore.
Mi sentirò per un attimo senza la mia fragilità che ho amato e che mi ha aiutato a vivere, ma che non mi serve per morire.”

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In un libro intitolato “L’Uomo di vetro” il termine “fragilità” non può che ricorrere spesso, è quasi scontato;
eppure su questo termine focalizzerei una riflessione che potrebbe anche aiutare a raggiungere una diversa comprensione delle parole appena lette (e del libro tutto): cercando su un dizionario il termine ‘fragilità’ troveremmo più significati, io propongo di non assegnargli quello di ‘debolezza’ (fisica o psichica) ma di provare, leggendo quella parola, ad assegnarle ogni volta il significato di ‘delicatezza’ oppure di ‘sensibilità’.
Non connotiamo nella fragilità l’antitesi di robustezza (che in altri contesti è più che coerente) ma piuttosto la fortuna di possedere quelle 2 virtù dell’animo che non sono coltivate da tutti.

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Ira


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3850

Eccovi una nuova pagina tratta dal libro
I VIZI CAPITALI E I NUOVI VIZI
di Umberto Galimberti che ci parla dell’IRA

E’ un argomento intrigante ma che si presta a possibili fraintendimenti;
la citazione del testo della psicologa D’Urso è una specie di elenco dei sinonimi figurati dell’ira, dei modi usati per descriverla; a queste si aggiunge l’analisi ed i commenti dell’autore;
a mio giudizio quanto ho letto non la trovo una apologia dell’ira (come a prima vista a qualcuno potrebbe sembrare, in special modo leggendo l’ultima riga) ma una esortazione a squarciare un velo di ipocrisia con la quale spesso la si osserva e la si giudica;
le parti su cui concordo maggiormente sono due e si possono riepilogare brevemente con i passi che parlano di:
‘misurata espressione’ e ‘giusta misura’;
fanno riflettere molto anche le citazioni;
tutte cose, queste, che fanno la differenza …

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4451

“Tra l’ira funesta del Pelide Achille e l’ira di Dio dopo il peccato di Adamo, sembra che l’Occidente, che ha nella cultura greca e in quella giudaico-cristiana le sue matrici, rinvenga nell’ira, o come più frequentemente si dice nella ‘rabbia’, uno dei suoi segni distintivi.
L’ira non è l’aggressività, che al pari della sessualità è una pulsione assolutamente fondamentale per la conservazione dell’individuo e della specie.
L’ira è un sentimento mentale ed emotivo di conflitto con il mondo esterno o con se stessi che controlliamo poco e maneggiamo peggio perché, in preda all’ira, non siamo più padroni delle nostre azioni.
Per questa sua componente irrazionale, l’ira, come ci ricorda Aristotele, non è da confondere con l’odio, che può raggiungere i suoi scopi distruttivi solo percorrendo rigorosamente le vie della razionalità.

4452

La psicologa Valentina D’Urso (cfr, Arrabbiarsi – 2001) fa un repertorio degli scenari da cui vengono tratte le espressioni che nominano questo sentimento.
Il primo prevede la ‘personificazione della rabbia’ come se questa fosse un alter ego che bisogna ‘controllare’.
Qui il soggetto si identifica con la sua parte razionale e perciò: ‘tiene l’ira sotto controllo’, evita che ‘l’ira lo assalga’ o ‘lotta contro l’ira’.
Altro scenari sono la ‘fisica dinamica’, per cui:
‘si incanala la rabbia in una reazione costruttiva’, oppure ‘la si accumula finché esplode’;
la ‘meteorologia’ evocata a proposito dell’ ‘umore burrascoso’ e della ‘voce tonante’;
la dinamica dei gas per cui: ‘la rabbia compressa scoppia’ o ‘la rabbia attizzata si estingue’;
la ‘meccanica della crescita graduale’ per cui: ‘la rabbia ribolle e trabocca’;
‘gli scenari animali’: ‘era una belva’, ‘un essere inviperito’;
la ‘degradazione del corpo’ come ‘la bava alla bocca’, ‘la voce strozzata’, ‘il digrignare dei denti’, fino a ‘mangiarsi il fegato dalla rabbia’ e ‘farsi il sangue marcio’.

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Valentina D’Urso

Non mancano infine riferimenti culturali tratti dal mondo che abbiamo lasciato alle spalle come: ‘perdere le staffe’ (con riferimento al controllo del cavallo), ‘gettare olio sul fuoco’ (dove lo scenario è quello contadino), ‘uscire dai gangheri’ (con riferimento alle cerniere dei vecchi armadi), ‘alzarsi col piede sbagliato’ (con riferimento al mondo magico e all’influenza dei sogni), ‘un diavolo per capello’ (dove sullo sfondo c’è il mondo religioso), e infine le ‘metafore sessuali’:
‘mi sono rotto le palle’, ‘mi hai fatto incazzare’.
C’è infatti una sotterranea parentela tra ira e sessualità, se è vero che la parola ‘orgia’ (dal greco orghé) significa ‘collera’, ‘ira’.
Se il linguaggio riproduce fedelmente le emozioni originarie, quel che risulta da queste espressioni abituali è che l’ira è percepita come qualcosa d’altro da noi, che può impossessarsi di noi, facendoci perdere la capacità di controllo e l’uso della ragione.
C’è dunque nella considerazione che abbiamo dell’ira qualcosa di significativamente immorale, nel senso che ciascuno di noi si identifica con la parte razionale e ben educata di sé e rifiuta di riconoscere come propria la parte passionale, della cui attivazione è sempre responsabile l’altro.

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In realtà le passioni sono dinamiche del corpo che lo danneggiano sia quando vengono eccessivamente compresse, sia quando vengono scatenate senza limiti.
Per cui, l’ira compressa che preme contro le pareti del nostro Io senza sfondarle, nella fantasia popolare genera il cancro, così come il suo scatenamento aumenta la pressione, provoca l’attacco cardiaco o il colpo apoplettico.
Per questo i filosofi, da Aristotele a Nietzsche, hanno sempre pensato e detto che la salute del corpo e l’equilibrio della mente non si mantengono con la repressione delle passioni o peggio con la loro rimozione, ma con la loro ‘misurata espressione’.
Scrive infatti Aristotele:
*Adirarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa*. (cfr, Etica a Nicomaco)

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Qui ci vuole intelligenza, quell’intelligenza che Nietzsche così descrive:
*Tutti sono convinti che l’intelligenza sia qualcosa di conciliante, di giusto, di buono, qualcosa di contrapposto agli impulsi, mentre essa è solo un certo rapporto degli impulsi tra loro*. (cfr. La gaia scienza)
Facciamoci carico delle nostre passioni e, invece di comprimerle come il senso comune, l’ipocrisia e una cattiva scuola religiosa ci hanno insegnato, diamo loro espressione avendo cura della ‘giusta misura’.
[…]
L’ira, infatti, è un modo per riaffermare se stessi e il proprio mondo di valori.”

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Non chiederci la parola che squadri da ogni lato


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Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale

Opera visiva Jesus Leguizamo

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immagine e testo  tratti da  INFORMAZIONE LIBERA

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