Seminario sull’Autenticità (prima parte)


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3443

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Nel libro  SOCRATE AL CAFFE’

possiamo trovare il capitolo
SEMINARIO SULL’AUTENTICITA’
( prima parte )

“Sulle riviste economiche e nel corso di incontri e simposi si parlava molto di ‘ritorno ai valori fondamentali’ (ricordiamo che il testo ha circa una ventina di anni, ndr).

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Le medie e grandi imprese cominciavano a ricorrere a società specializzate in ‘risorse umane’ per fornire al personale un ‘codice etico’ in grado di ridare agli impiegati e ai quadri il senso della responsabilità e l’orgoglio di far parte della loro ditta.
Effetto moda o manipolazione? Quanto c’era di ‘autentico’ in questo brain-storming?
La questione è sempre attuale.
Molti dirigenti d’azienda sono tentati di usare l’etica per esorcizzare un male che nessuna tecnica finora utilizzata e nessuna scienza finora interpellata ha saputo risolvere.
Il più delle volte, però, non si tratta tanto di interrogarsi assieme sul carattere pernicioso che ha assunto il corso degli eventi, quanto piuttosto di ridare agli impiegati il gusto della battaglia e di permettere all’impresa di ritrovare il dinamismo necessario alla salvaguardia dell’avvenire.
Arrivata d’oltre Atlantico, questa ondata di etica non trova difficoltà nel penetrare in un’Europa in preda al dubbio, assalita dall’angoscia del domani e di un mondo economico in crisi, scossa da scandali in serie.

4699

Di chi e di che cosa ci si può ancora fidare?
L’interrogativo è carico di significati.
Il ricorso all’etica è dunque motivato da una giusta causa: il rifiuto di rassegnarsi alla corruzione e alla fatalità.
Ma vi è anche un processo di anestesia della riflessione: riflettere sull’origine del male, rischia di fare troppo male, di portare alla luce rivelazioni dolorose che potrebbero demotivare invece di rimobilitare. Dal punto di vista dell’efficacia immediata, è meglio far scomparire il sintomo!
Non sono sicuro che sia un buon ragionamento.
Lo spettro del licenziamento ossessiona tanto gli impiegati quanto i quadri; quello del fallimento assilla gli imprenditori, e quello di un tracollo finanziario la maggior parte degli economisti, compresi i più ottimisti.
Nessuno trova la serenità distogliendo lo sguardo dal pericolo. Chi mai può trarre vantaggio da un atteggiamento simile? Per quanto tempo? Se la morale può ancora dare un aiuto, passerà dal contrario di ciò che si pratica sotto il nome di ‘etica’.

Be Authentic sign with clouds and sky background

La sua prima condizione è la ‘autenticità’.
Da cui la scelta di questo tema come oggetto del primo seminario.
[…]
Con i ‘seminari di ricerca’ i professori universitari forse passano a lato di queste aberrazioni, ma in che misura contribuiscono ad alzare il livello di riflessione di coloro che, appunto, si trovano intrappolati nelle forme comuni di ‘seminario’?
Essi non si rivolgono al mondo dell’impresa, né tanto meno alla moltitudine di persone che desiderano vivere meglio facendo un uso migliore del loro passaggio sulla Terra.
Ma il più delle volte, con imperativi strategici e tattici definiti dal loro piano di carriera, essi non attirano che altri universitari (laureandi e colleghi), e se tra questo c’è qualcuno animato da una reale sete di sapere, quanti invece cercano solo di farsi conoscere per costruire il proprio futuro?
Il mio seminario doveva evitare tutti questi scogli.
[…]
Non avevo nessuna voglia di riprodurre il modello delle caste.
Doveva essere possibile fare qualcosa di meglio.
Il ritorno all’etica era diventato un ‘leitmotiv’ perché non sondarne la profondità?
Il fatto che le istanze dirigenti delle imprese siano divenute sensibili a un risanamento dei comportamenti nella sfera delle finanze, degli scambi e della produzione, ha avuto l’effetto di permettere a molti di coloro che si occupavano di formazione di proporre l’etica come un nuovo ‘prodotto’.

4701

Ma questo genere di prestazione non si differenzia affatto dallo spettacolo televisivo, in cui il pubblico è tanto ‘massivo’ quanto ‘passivo’.
A questa esibizione dell’intervento preferisco il ritorno ai testi fondatori.
L’obiettivo del primo seminario sulle origini della morale occidentale era di far risalire ogni partecipante ‘dall’a valle’ del suo discorso ‘all’a monte’ dei riferimenti.
Ognuno doveva perciò sentirsi coinvolto.
Ma non per questo un simile procedimento giustificava sceneggiate con vocazione terapeutica. Si trattava di un seminario di riflessione, non d’azione.
Se invitavo a fare una pausa nella frenesia della lotta per il potere o per la sopravvivenza, non era certo per permettere al corpo di prendere il sopravvento sullo spirito, alla follia sulla ragione.
Era, al contrario, per rendere allo spirito e alla ragione le loro prerogative, per permettere ai partecipanti di sondare il tenore del proprio desiderio – più o meno svanito, più o meno desideroso di tornare autentico – e di definirne le modalità con cognizione di causa.
Tutti dovevano sentirsi coinvolti e intervenire per spiegarsi.”

Fine prima parte

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non ci riguarda ???


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Una grande verità destinata a diventare realtà;
è solo questione di tempo.
La cosa ancor più desolante sta nell’ignavia e nell’egoismo dell’Uomo che non tiene in considerazione che i danni provocati dal proprio atteggiamento saranno pagati in maniera ancor più grande dai suoi stessi figli …

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Immagine tratta da  Cose che nessuno ti dirà di nocensura.com

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il centesimo


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centesimo

IL CENTESIMO

“Per terra nella grande piazza, davanti ai ruderi di un vecchio edificio visitato ogni giorno da migliaia di turisti, giaceva abbandonato un centesimo.
Non era acquattato in un angolo o coperto da una foglia; era in piena luce; eppure nessuno, anche tra quanti approfittavano di ogni scusa per compiere virtuosi una flessione o uno step, si chinava a raccoglierlo.
Nemmeno il suo padrone, quando gli era caduto mentre prendeva gli spiccioli per il giornale, se n’era curato.
Fosse stato un pezzo da dieci centesimi, o da cinque, si sarebbe affrettato a recuperarlo; ma un centesimo è una moneta dispari, non fa cifra tonda, quindi nessuno si prodiga per accaparrarsene il piccolo peso e il minuscolo ingombro.
Il bimbo Mattia, però vedeva le cose diversamente dagli altri.
Intanto era più vicino al terreno, così invece di guardare i maestosi palazzi, che gli veniva il torcicollo, stava bene attento ai suoi piedi, e anche ai ciottoli e alle formiche.
Poi non sapeva niente dei valori di mercato e curve di interesse non sapeva che raccattare un centesimo gli sarebbe costato, su scala logaritmica, più joule di quanto fosse opportuno nella sua fascia di età e di reddito.
Lo incantava quell’oggetto ramato e tondo, luccicante in mezzo ai ciottoli e alle formiche, e in men che non si dica lo aveva già in mano e se lo rigirava da tutte le parti, perché aveva tanti stemmi e figure che appena comparivano, in leggero rilievo, tinta su tinta, sullo sfondo uniformemente rossastro.

4548

La mamma ebbe una reazione preoccupata.
*Non prendere roba per terra* ingiunse. *Che cos’hai in mano?* E poi, dopo un attimo, *ah, è un centesimo*. *Mettilo in tasca*.
Le faceva piacere che il bimbo rivelasse un precoce interesse per il denaro; gli avrebbe fatto comodo da grande.
Mattia obbedì perché era un bravo bambino, ma non lasciò il centesimo da solo; tenne anche la mano in tasca, stretta sul centesimo, e gli piaceva sentirne il piccolo peso e il minuscolo ingombro in quel suo pugno che sembrava delle dimensioni giuste per apprezzarli.
Più tardi la mamma entrò in un negozio e comprò calze e magliette, prosciutti e meloni.
Il conto finale era di euro 200,01, e la mamma pagava in contanti.
Era disperata all’idea di ricevere una montagna di monetine, che forse sarebbero cadute e lei non si sarebbe chinata a raccoglierle.
Ma si ricordò del centesimo di Mattia e glielo chiese, e lui, che era un bravo bambino, fu contento di collaborare, e per una volta Mattia e la sua mamma fecero la spesa insieme, con i loro soldi.
Questo poi nessuno lo sa, nemmeno Mattia, perché bambini e monete non parlano la stessa lingua.
Intendo dire che era contento anche il centesimo: se il bimbo non lo avesse raccolto, sarebbe rimasto chissà quanto a lungo per terra, e si sarebbe corroso e ossidato.
E soprattutto non avrebbe avuto questa splendida esperienza, che per una volta anche lui avrebbe fatto cifra tonda.”

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Tutto finisce prima o poi


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Tutto finisce prima o poi,
come la vita su questa stupenda terra;
siamo di passaggio anche se facciamo di tutto per non ammetterlo;
così l’amore come la vita ha un tempo.
I pensieri hanno un tempo dopo di che svolazzano via da qualche parte,
il dolore ha un tempo forse solamente un po’ più lungo della felicità.

L’importante non è il tempo ma l’attimo vissuto.

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Adattamento di un testo tratto da    ClownWords

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Est eticamente


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Ma cosa vuole dire vivere esteticamente e
cosa vuol dire vivere eticamente?
Cosa è l’estetica nell’uomo?
E cosa è l’etica?
A ciò risponderò:
l’estetica nell’uomo è quello per cui egli
spontaneamente è quello che è;
l’etica è quello per cui
diventa quello che diventa.
Chi vive tutto immerso,
penetrato nell’estetica, vive esteticamente.

Søren Kierkegaard <> Aut – Aut

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Immagine e testo tratti da   I sentieri della filosofia

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a proposito di Fake News


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Se rifiuterai una sensazione senza ben distinguere fra ciò ch’è dovuto a opinione, ciò che attende conferma, ciò ch’è presente con evidenza in base a sensazione o ad affezione o a un qualunque atto di intuizione rappresentativa della mente, finirai col confondere anche le altre sensazioni con opinione vana, e non riuscirai più ad usare alcun criterio di giudizio.

E se nelle nozioni fondate sull’opinione tu farai valere ugualmente sia ciò che attende conferma sia ciò che non riceve conferma, non potrai sfuggire all’errore, perché non ti sarai liberato assolutamente dall’ambiguità nel giudizio circa la verità o falsità di una conoscenza.

Epicuro <> Massime Capitali

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Immagine e testo tratti da  I sentieri della filosofia

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la Realtà


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“Noi tutti abbiamo il presagio o il presentimento permanente che al di sotto di questa realtà in cui viviamo e siamo, giace nascosta una seconda diversa realtà.
È la cosa-in-sè, il reale contrapposto al sogno della vita presente.”

(Arthur Schopenhauer)

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Immagine e testo tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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il Medico


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Vorrei far pervenire questo breve scritto alla Ministra (?) Lorenzin …

« Se il medico non fa altro che tastarmi il polso e considerarmi uno dei tanti pazienti, prescrivendomi freddamente ciò che devo fare o evitare, io non gli sono debitore di nulla perché egli vede in me solo un cliente e non un amico.
Il vero medico, invece, si è preoccupato di me più del dovuto; è stato in ansia non per la sua reputazione ma per me; non si è limitato ad indicarmi i rimedi, ma li ha applicati con le sue stesse mani; è stato fra quelli che ansiosamente mi assistevano: di conseguenza io sono in obbligo ad un uomo simile non come medico ma come amico. »

~ L.A. Seneca ~ – “De beneficiis”, VI, 16, 2

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Testo tratto da  Filosofia e Storia della filosofia

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un posto per un’idea


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4687

UN POSTO PER UN’IDEA

“Sara aveva avuto un’idea.
Era una bella idea: a pensarci veniva da sorridere.
Sara voleva conservarla, come faceva con tutte le cose che le piacevano.
Un giorno aveva trovato una coccinella, rossa con dei puntini neri, che quando ti camminava sulla mano ti faceva un po’ il solletico, e l’aveva chiusa in una vecchia scatola di mentine.
C’era spazio per muoversi, e lei ci metteva delle briciole perché la coccinella non soffrisse la fame. Poi, quando voleva sentirla camminare sulla mano e farsi fare un po’ il solletico, la tirava fuori dalla scatola e ci giocava insieme.
Un altro giorno aveva trovato una grossa conchiglia, bianca e azzurra, che quando la tenevi vicino all’orecchio sentivi mugghiare il mare, e l’aveva nascosta nel primo cassetto del comò, sotto le calze.
Si stava morbidi lì, come sulla sabbia, e anche molto più puliti.
Poi, quando voleva sentir mugghiare il mare, le bastava aprire il cassetto e sollevare le calze.

4686

Con l’idea, però, era un bel problema.
Perché un’idea non si può chiudere in una scatola, non si può nascondere sotto le calze. Un’idea non si può neanche prendere in mano, Come si fa a conservare un’idea?
Se sapessi scrivere, azzardò Sara, potrei fermarla sulla carta e non volerebbe più via.
Forse dovrei dirlo alla mamma, così la scrive.
Ma no, concluse dopo averci pensato su, chi me lo dice che i segni sulla carta la fermano davvero, un’idea?
E’ l’idea, invece, che va a stare con i segni, e questi diventano qualcosa di più che segni perché l’idea è con loro, ma se un giorno l’idea decide di volar via non restano altro che segni, e non vogliono dire più niente.

4548

Sara era disperata, e come sempre quando era disperata andò a chiedere consiglio al nonno.
Il nonno era seduto sulla sedia a dondolo e sembrava guardare nel vuoto. Forse anche lui aveva avuto un’idea.
Sara gli disse:*Nonno, sono tanto triste*.
*Perché?* chiese il nonno.
*Perché ho avuto un’idea,*
*Una brutta idea?* fece il nonno un po’ preoccupato.*
*No, una bella idea: a pensarci viene da sorridere.*
*E allora perché sei triste?*
*Perché ho paura di perderla.*
*Di perderla?* Il nonno sembrava non capire.
*Sì, di perderla. Se adesso mi viene in mente qualcos’altro, me la dimentico e quando voglio pensarci non la trovo più e non posso più sorridere.*

4688

Il nonno scosse la testa.
*Sara* disse *sai perché le idee non si possono tenere in mano?*
*No, nonno.*
*Perché altrimenti la gente le chiuderebbe in una scatola o in un cassetto, come fai tu con i tuoi tesori, e in giro non ne rimarrebbero più, di quelle belle almeno, di quelle che fanno sorridere.
Così, invece, nessuno le può prendere e loro sono libere di volare intorno.
Oggi vengono in mente a te, domani a un altro, ma nessuno le può imprigionare, non sono di nessuno ed è un po’ come se fossero di tutti.
E a tutti può capitare di pensarci e di sorridere.*
*Ma nonno,* disse Sara *se perdo la mia idea non sarò più contenta come prima.*
*Sì lo sarai, perché non la perdi per sempre. Un giorno ti tornerà in mente e sorriderai ancora, più di adesso anzi, perché sarà come incontrare un vecchio amico che non vedevi da tanto tempo. La terrai un po’ con te, poi la saluterai e lei tornerà al suo posto, in mezzo al mondo.”

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Certo è una favola, senza alcuna valenza di realtà, ma è bellissima …

Ben altro discorso se volessimo riflettere un po’ sulle idee. Quelle che circolano (ormai da molto tempo) nel mondo; poca ‘roba’ troverebbe Sara che la farebbe sorridere e stare bene.
La saggezza del nonno è ormai prerogativa di pochissimi suoi coetanei e se questi sono politici o ‘tecnici’ oserei dire che è ormai ‘estinta’. E le generazioni più giovani? Seguono imperterriti le stesse orme.
Le idee (quelle buone) così come la bellezza, la gioia, la serenità, gli affetti, sono doni che vanno coltivati, difesi, custoditi, preservati, non si possono tenere in una scatola oppure in cassetto; sono un proprio e vero tesoro che la vita ha donato agli uomini ma che, a quanto è dato vedere, questi ultimi hanno rifiutato, troppo indaffarati a ricercare altri tipi di effimeri ‘tesori’ (o presunti tali).

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4685

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Sconfitta del Pensiero (seconda parte)


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3443

tratto da  SOCRATE AL CAFFE’
(libro del 1998) di Marc Sautet
Capitolo SCONFITTA DEL PENSIERO
( seconda parte )
( la prima parte lo trovate qui )

 

[…]
Il divario tra le promesse fatte dalla scienza (completata nell’azione della tecnica) e ciò che avviene nelle pòlis attuali alimenta, logicamente, una forte risposta religiosa.
E’ un rischio maggiore per l’avvenire della ragione, ma anche un’occasione da cogliere.
Questo crollo delle coscienze, che può far vacillare lo Stato nella follia, rende alla filosofia la sua vocazione prima: quella della ricerca in comune della verità.
[…]

3444

Anche quando alla conclusione di un dibattito al caffè regna la frustrazione, o quando durante una consultazione è richiesto un lavoro ingrato, quando la tensione si inasprisce tra i partecipanti e seminari o quando, in viaggio, gli uni vogliono continuare mentre gli altri ne hanno abbastanza, il piacere c’è.
Si tratta di un piacere molto particolare, ma intenso, che fa apparire quelle persone come dei superstiti, come uscissero d un coma.
La fonte del loro piacere, probabilmente, è simile al sentimento che prova colui che si rende conto di essere ancora in vita, di aver scampato la morte.
Vi è in questo una gioia semplice: quella di esistere dopo aver sfiorato il peggio, ed esserne coscienti.
Ma può essere già troppo tardi?
Questa iniziativa è forse vana? Può darsi che sia una faccenda chiusa?
Stando alle grida di allarme lanciate alla fine degli anni Ottanta sul destino della cultura occidentale, le cose purtroppo sarebbero così.

4673

Senza negare che la filosofia abbia per vocazione la cura delle preoccupazioni umane, né che possa procurare piacere, una pleiade di pensatori competenti cominciò allora a proclamare la fine dell’età dei Lumi.
Un’autentica corrente di pessimismo prese ad attraversare l’intellighenzia, diffondendo una pessima novella, le tenebre si impadronirono del mondo.
Sfruttando più o meno la metafora che aveva fatto la fortuna degli Enciclopedisti, tutti si compiacevano nel ricordare che il giorno era spuntato qualche secolo prima, quando il pensiero razionale si era imposto sulle superstizioni, per poi constatare con sconforto che ormai era tornata a cadere la notte, poiché la ‘sottocultura’ prevaleva sulla ragione: secondo loro la fine del nostro secolo era caratterizzata da un oscuramento inesorabile.
In nome della tolleranza, della mescolanza delle culture, dal diritto alla differenza, non entriamo nella nella notte dove tutti i gatti sono bigi?
La risposta sembra nascere spontanea: ormai il fanatismo ha la meglio, poiché la ‘sottocultura’ disarma il mondo occidentale nei suoi confronti.
Così, vinte dai Lumi alla fine del Rinascimento, le tenebre si prendono oggi la rivincita facendoci precipitare una seconda volta nei tormenti della barbarie.”

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il Libro


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4683

IL LIBRO

“C’era un volta un libro che non voleva essere letto.
Era un libro pieno di parole sapienti e detti arguti, ma anche molto difficile da capire.
Per capirlo bisognava essere sapienti e arguti come lui, e aver letto tanti altri libri e ascoltato tanti discorsi e aver visto la luce e il buio.
Se non eri così sapiente e non avevi letto e ascoltato tanto, avresti vagato per le pagine a caso, avresti raccolto una frase qui e una parola là solo perché ti ricordavano qualcosa, ma quel che ti ricordavano sarebbe stato sbagliato: non sarebbe stato quello che il libro voleva dire.
E il libro ne avrebbe sofferto: è triste esser presi in mano e scorsi distrattamente e capiti male.
Così il libro nascondeva le sue parole sapienti e i suoi detti arguti in pagine incomprensibili, dietro paragrafi astrusi e riferimenti cifrati.

4548

A nessuno veniva voglia di leggerlo e il libro rimaneva sullo scaffale; era sempre solo ma almeno non soffriva.
Arrivò però il giorno in cui tutti gli altri libri erano stati letti e compresi alla perfezione, e qualcuno prese in mano il libro che non voleva essere letto.
Non era un uomo molto sapiente o arguto.
Per le prime tre pagine non fece che sbadigliare; poi a un tratto fu colpito da qualcosa a pagina quattro, dove il libro parlava di un albero di glicine.
Non parlava in modo traslato, non si sa bene se per sineddoche o catacresi: il suo riferimento nascosto era l’esperienza del sublime in quanto approssima asintoticamente il regno dei fini.
Ma l’uomo non sapeva nulla del sublime e asintoti e catacresi: era rimasto colpito perché a casa sua, da piccolo, c’era un albero di glicine, robusto e fiero, che ogni anno lo potavi e lui risorgeva più rigoglioso e profumato.

4682

Ne fu tanto colpito che gli venne voglia di parlarne; così prese una penna e si mise a scrivere la sua storia, di quando era bambino e il mondo odorava di glicine.
Ora c’è un altro libro accanto a quello che non voleva essere letto, e i due si fanno compagnia.
In un certo senso infatti, un senso molto ‘traslato’, parlano della stessa cosa.
Il libro che non voleva essere letto continua a non capirlo nessuno: nessuno è sapiente e arguto abbastanza, o ha visto la luce nel buio.
Ma un po’ di compagnia non dispiace neanche a lui.”

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solo l’essenziale, per avere più tempo per vivere


il pensiero di un ‘grande’ uomo …

Nosce Sauton

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“Se mi preoccupo troppo delle cianfrusaglie, di una casa grande, dei servizi, finirò per non avere più tempo e per dovermi occupare soltanto di queste cose. Se ho molto denaro, devo preoccuparmi che non me lo rubino e per di più dovrò lavorare ancora per averne dell’altro. E se sperpero e spendo molto, è perché sto vivendo sulle spalle del lavoro altrui.

Che senso ha tutto questo? Io preferisco avere il maggior margine di tempo disponibile per fare quello che a me piace. Si potrebbe dire, quindi, che sono sobrio per avere tempo.

L’unica cosa che non si compra sulla terra è la vita, dunque: sii avaro nel modo in cui la spendi! Mi sembra che l’umanità sia impazzita e perda tempo in mille modi: non ha tempo per i figli, i giovani non hanno tempo per le fidanzate… la mia sobrietà è un modo per dire: «Ehi ragazzo, non…

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Fenomenologia di Mike Bongiorno (seconda parte)


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4677

tratto dal    DIARIO MINIMO
di Umberto Eco

FENOMENOLOGIA DI MIKE BONGIORNO

( la prima parte è nel post precedente )

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“Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità.
Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune.
[…]
Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo.
Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.
Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta.
Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur.
[…]

4678

Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo (però può essere aiutato come si può notare nella vignetta a lato, ndr 😉 ).
Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà.
Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.
Evita la polemica, anche su argomenti leciti.
Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… «Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?»).
Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante.
Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.
Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: «Cosa vuol rappresentare quel quadro?» «Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?» «Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?».

4679

Porta i clichés alle estreme conseguenze.
Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è «bruciata».
Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene desidererebbe diventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda.
In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi […].
Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l’artificio retorico è una sofisticazione.
In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza.
Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro.

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Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.
Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo.
Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull’esistenza del migliore dei mondi possibili.
Egli ignora la dimensione tragica della vita.
Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità.
Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo.
Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello.
Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli.
In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere.
Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.”

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Con tutto il dovuto rispetto per un uomo che non c’è più, non possiamo esimerci dal riflettere sull’appena letto ‘massacro’ valoriale ed intellettuale compiuto da Eco (e ricordiamo che lo scritto è antecedente alla scomparsa del famoso conduttore);
– sulla mediocrità che alberga nei palinsesti televisivi (ed oggi ancor più che ieri),
– sul modello di ‘cultura’ (o forse meglio definirla ‘pseudocultura’) propagandato,
– sull’effetto mediatico provocato dell’elargizione di corposi montepremi,
– sui valori di riferimento predominanti nell’uomo comune e, non ultimo,
– sulle parole di apertura del testo, cioè sulla affermazione (da me condivisa) che l’uomo è circuito dai mass media (e perché no, anche dai politici).

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Fenomenologia di Mike Bongiorno (prima parte)


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4677

tratto dal     DIARIO MINIMO
di Umberto Eco

FENOMENOLOGIA DI MIKE BONGIORNO

“L’uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già.
In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze.
Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l’evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione.
Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com’è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman.
L’ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.

4674

La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman.
La TV presenta come ideale l’uomo assolutamente medio.
[…]
Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna.
Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto.
Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.
Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria «Fenomenologia di Mike Bongiorno», dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio.

4675

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente.
Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente.
[…]
Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi.
Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale.
Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.
In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa.
Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono.
Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo.
In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.
[…]
L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa.
L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.

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Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore («Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!»).
Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: «Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?».
[…]
Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).
Oltre ai miti accetta della società le convenzioni.
È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.
[…]”

fine prima parte

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