Perseverare è umano


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E’ un libro scritto da un psicologo che si occupa da sempre di prestazioni sportive, in particolare di discipline di resistenza;
si intitola  PERSEVERARE E’ UMANO  (ed è del 2012) ed è scritto da Pietro Trabucchi, psicologo e professore incaricato dell’Università di Verona.
Alla fine di ogni capitolo c’è un piccolo riassunto, denominato: PUNTI CHIAVE, dove l’autore condensa quanto esposto, in semplici ‘regole’ (o forse meglio definirli ‘consigli’) sui perché e sul come affrontare le tante situazioni a cui, volenti o nolenti, siamo tenuti a dare risposte personali.
Eccovi alcuni dei ‘consigli’ di cui sopra.

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“Intorno al concetto di ‘motivazione’ esiste molto disorientamento.
Poiché la nostra cultura ha smarrito il senso dell’impegno e delle volontà individuali, siamo portati a pensare la motivazione come qualcosa che dipende esclusivamente dalle condizioni esterne.
Ci motivano sempre gli altri o le situazioni fuori da noi.
In realtà essere auto-motivati non è una condizione eccezionale: rappresenta la norma per la nostra specie.
Molti esempi lo dimostrano.
Tutti abbiamo delle motivazioni, la differenza tra gli individui sta nella loro capacità di farle durare a lungo nonostante ostacoli, difficoltà e problemi. La capacità di perseverare, di far durare a lungo la motivazione viene detta ‘resilienza’.
La resilienza non è un dono magico o sovrannaturale: è una capacità cognitiva, cioè legata al modo con cui elaboriamo le informazioni e ci rapportiamo con la realtà.
Essa può essere allenata e accresciuta da tutti, in qualsiasi momento della vita.
Ma richiede impegno e disciplina. Non ci sono ricette miracolose.

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Perché l’auto-motivazione è (o dovrebbe essere ndr) una condizione ordinaria per gli esseri umani? Per una ragione non filosofica, ma evolutiva.
Per un milione e mezzo di anni i nostri antenati sono sopravvissuti (accrescendo la loro disponibilità di calorie e proteine) grazie alla ‘caccia persistente’: l’inseguimento di ungulati per diverse ore, fino al loro collasso cardiocircolatorio;era l’unica possibilità di cacciare queste prede quando ancora non esistevano lance o archi.
[…]

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Oggi cominciamo a scoprire anche le evoluzioni cerebrali: mantenere elevata la motivazione sulla ‘preda’ per ore nonostante fatica e pericoli ha sviluppato nuove aree del cervello.
E’ il cervello motivazionale.
La motivazione intrinseca o auto-motivazione, legata al piacere di sentirsi capaci, ha una base biologica profonda.
Da essa dipende la nostra sopravvivenza come animali non specializzati che nascono con un cervello incompiuto.
Questo tipo di spinta motivazionale genera più impegno di qualsiasi altra motivazione basata su rinforzi esterni (autorità, sanzioni, incentivi).
Facendo leva sul senso di competenza, sul piacere di farcela, possiamo ottenere dalle persone un impegno straordinario.

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Chi è mosso dalla motivazione intrinseca è più resiliente.
La sua spinta motivazionale non viene demolita dalle difficoltà come invece succede comunemente con chi è mosso da rinforzi esterni.
Essa infatti trasforma gli ostacoli in sfide.”

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Interessante lettura ed interessante l’accenno all’evoluzione della specie; al riguardo però mi sento di dire che la razza umana ha sviluppato (ma non è l’unica) una capacità parallela a quella descritta (per fortuna non in tutti i suoi rappresentanti); quale vi chiederete … semplicemente quella del ‘parassitismo’; questa scelta presuppone che piuttosto che sforzarsi in prima persona alcuni preferiscano sfruttare lo sforzo altrui.
I campi di applicazione di tali azioni parassitarie si possono facilmente riscontrare semplicemente guardandosi intorno.
La motivazione che si sviluppa e rafforza dentro di se è sicuramente la più produttiva, quindi Trabucchi ha per me ragione;

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Una ulteriore riflessione mi ha indotto questo scritto; mi ha fatto pensare alla ‘paura’ come un’arma; in effetti i primi cacciatori prevalevano sulle loro prede utilizzando proprio la loro paura come arma;
oggi possiamo riscontrare come questa ‘arma’ spesso, tra gli uomini, sia ancora molto utilizzata ed, in alcuni casi di soggetti particolarmente deboli e/o predisposti, addirittura contro se stessi …

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come mangiare il gelato


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Capitolo COME MANGIARE IL GELATO
(ricordate che lo scritto è del 1989 ma Eco del 1932)

“Quando ero piccolo si comperavano ai bambini due tipi di gelati, venduti da quei carrettini bianchi con coperti argentati: o il cono da due soldi o la cialda da quattro soldi.
Il cono da due soldi era piccolissimo, stava appunto bene in mano a un bambino, e si confezionava traendo il gelato dal contenitore con l’apposita paletta e accumulandolo sul cono.
La nonna consigliava di mangiare il cono solo in parte, gettando via il fondo a punta, perché era stato toccato dalla mano del gelataio (eppure quella era la parte più buona e croccante, e la si mangiava di nascosto, fingendo di averla buttata).
La cialda da quattro soldi veniva confezionata con una macchinetta speciale, anch’essa argentata, che comprimeva due superfici circolari di pasta contro una sezione cilindrica di gelato.
Si faceva scorre la lingua nell’interstizio sino a che essa non raggiungeva più il nucleo centrale di gelato, e a quel punto si mangiava tutto, le superfici essendo ormai molli e impregnate di nettare.
La nonna non aveva consigli da dare: in teoria le cialde erano state toccate solo dalla macchinetta, in pratica il gelataio le aveva prese in mano per consegnarle, ma era impossibile identificare la zona infetta.
Io ero però affascinato da alcuni coetanei cui i genitori acquistavano non un gelato da quattro soldi, ma due cono da due soldi.
Questi privilegiati marciavano fieri con un gelato nella destra e uno nella sinistra, e muovendo agilmente il capo leccavano ora dall’uno ora dall’altro.
Tale liturgia mi appariva così sontuosamente invidiabile che molte volte avevo chiesto di poterla celebrare, invano.
I miei genitori erano inflessibili: un gelato da quattro soldi sì, ma due da due soldi assolutamente no.
Come ognuno vede, né la matematica né l’economia né la dietetica giustificavano questo rifiuto.
E neppure l’igiene, posto che poi si gettassero entrambe le estremità dei due coni,
Una pietosa giustificazione argomentava invero mendacemente, che un fanciullo occupato a volgere lo sguardo da un gelato all’altro fosse più incline a inciampare in sassi, gradini o abrasioni del selciato.
Oscuramente intuivo che ci fosse un’altra motivazione, crudelmente pedagogica, della quale però non riuscivo a rendermi conto.

4516

Ora, abitante e vittima di una civiltà dei consumi e dello sperpero (quale quella degli anni trenta non era), capisco che quei cari ormai scomparsi erano nel giusto.
Due gelato da due soldi in luogo di uno da quattro soldi non erano economicamente uno sperpero, ma lo erano certo simbolicamente.
Proprio per questo li desideravo: perché due gelati suggerivano un eccesso.
E proprio per questo mi erano negati: perché apparivano indecenti, insulto alla miseria, ostentazione di privilegio fittizio, millantata agiatezza.
Mangiavano i due gelati solo i bambini viziati, quelli che le fiabe giustamente punivano, come Pinocchio quando disprezzava la buccia e il torsolo.
E i genitori che incoraggiavano questa debolezza da piccoli ‘parvenus’ (e sapete quanti ne sono cresciuti … ndr), educavano i figli allo stolto teatro del ‘vorrei ma non posso’, ovvero preparavano, diremmo oggi, a presentarsi al ‘check in’ della classe turistica con un falso Gucci acquistato da un ambulante sulla spiaggia di Rimini.
L’apologo rischia di apparire privo di morale, in un mondo in cui la civiltà dei consumi vuole ormai viziati anche gli adulti, e promette loro sempre qualche cosa in più, dall’orologino accluso al fustino, al ciondolo regalo per chi acquista la rivista.
Come i genitori di quei ghiottoni ambidestri che invidiavo, la civiltà dei consumi finge di dare di più, ma in effetti dà per quattro soldi quello che vale quattro soldi.
Butterete via la radiolina vecchia per acquistare quella che promette anche l’autoreverse, ma alcune inspiegabili debolezze della struttura interna fanno sì che la nuova radiolina duri solo un anno.
La nuova utilitaria avrà sedili in pelle, due specchietti laterali regolabili dall’interno e il cruscotto in legno, ma resisterà molto meno della gloriosa Cinquecento che, anche quando si rompeva, si rimetteva in moto con un calcio.
Ma la morale di quei tempi ci voleva tutti spartani, e quella odierna ci vuole tutti sibariti.”

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Grandiosa scelta pedagogica quella dei genitori di Eco.
Una descrizione di quasi 30 anni fa di alcuni fenomeni che oggi sono ancor più esasperati.
Sarà che il mio accordo con i pensieri espressi è totale, ma credo proprio che sia una pagina di grande valore; che mette in guardia dai rischi certi che la strada intrapresa dall’Uomo porti verso un precipizio;
la società dei consumi (esasperati), alla fine, ci consumerà …

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come non sapere l’ora


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Il testo e del solito Eco
(scritto nel 1988, ricordiamolo)
Capitolo
COME NON SAPERE L’ORA

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“L’orologio di cui sto leggendo la descrizione (Patek Philippe Calibro 89) è da tasca, doppia cassa in oro da diciotto carati e dotato di 33 funzioni.
La rivista che lo presenta non mette il prezzo, immagino per mancanza di spazio (però basterebbe segnarlo in miliardi anziché in lire).
Preso da frustrazione profonda, sono andato a comperarmi un Casio nuovo da 50.000 lire, così come tutti coloro che desiderano follemente una Ferrari per calmarsi vanno ad acquistare almeno una radiosveglia.
D’altra parte, per portare un orologio da tasca dovrei acquistare anche un panciotto intonato.
Però, mi dicevo, potrei tenerlo sul tavolo.
Passerei ore e ore sapendo il giorno del mese e delle settimana, il mese, l’anno, la decade e il secolo, l’anno del ciclo bisestile, minuti e secondo dell’ora legale, ora, minuti e secondi di un altro fuso orario a scelta, temperatura, ora siderale, fasi lunari, ora dell’alba e del tramonto, equazione del tempo, posizione del sole nello Zodiaco, per non dire di quanto potrei dilettarmi, rabbrividendo di infinito sulla rappresentazione completa e mobile della mappa stellare, o stoppando e rattrappando con i vari quadranti del cronometro e del segnatempo, decidendo quando arrestarmi per poco grazie alla sveglia incorporata.

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Dimenticavo ancora: volendo potrei conoscere anche l’ora che fa.
Ma perché dovrei?
Se possedessi questa meraviglia sarei disinteressato a sapere che sono le dieci e dieci.
Spierei piuttosto la levata e il tramonto del sole (e potrei farlo anche in una camera oscura), mi informerei sulla temperatura, farei oroscopi, sognerei di giorno sul quadrante azzurro le stelle che potrei vedere di notte, ma la notte la passerei a meditare quanto ci separa dalla Pasqua.
Con un orologio così non è più necessario rendersi conto del tempo esterno, perché ci si dovrebbe occupare di esso per tutta la vita, e il tempo che esso racconta si trasformerebbe, da immagine immobile dell’eternità, in eternità in atto, ovvero il tempo sarebbe soltanto una fiabesca allucinazione prodotta da quello specchio magico.
Racconto queste cose perché da un po’ di tempo circolano riviste dedicate agli orologi da collezione, patinate a a colori, abbastanza care, e mi chiedo se la comperano solo lettori che le sfogliano come un libro di fate, o se si rivolgono a un pubblico di acquirenti, come talora sospetto.
Questo vorrebbe dire che, quanto più l’orologio meccanico, miracolo di un’esperienza centenaria, diventa inutile perché sostituito da orologini elettronici di poche migliaia di lire, tanto più nasce e si diffonde il desiderio di ostentare, guardare amorosamente, tesaurizzare come investimento, mirabolanti e perfette macchine del tempo.

4516

E’ evidente che queste macchine non sono concepite per comunicare l’ora che batte.
L’abbondanza di funzioni e la loro elegante distribuzione su numerosi e simmetrici quadranti fa sì che, per sapere che sono le tre e venti di venerdì 24 maggio, occorre muovere a lungo gli occhi seguendo il moto di numerosissime lancette e annotandosi i risultati via via su un taccuino.
D’altra parte gli invidiosi elettronici giapponesi, ormai vergognosi della loro prisca praticità, arrivano oggi a promettere quadranti microscopici che forniscono pressione barometrica, altitudine, profondità marina, cronometro, countdown, termometro, oltre che, naturalmente, banca dati, tutti i fusi orari, otto sveglie, calcolatore convertitore di valuta e segnale orario.
Tutti questo orologi, come l’intera industria dell’informazione oggi, rischiano di non comunicare più nulla perché dicono troppo.
Ma dell’industria dell’informazione hanno un’altra caratteristica: non parlano più di nulla salvo che di se stessi e del loro funzionamento interno.
Il capolavoro è raggiunto da alcuni orologi per signora con lancette impercettibili, quadrante in marmo senza ore e minuti, e sagomato in modo da poter dire, al massimo, che siamo tra mezzogiorno e mezzanotte, forse dell’altro ieri.
Tanto (suggerisce implicitamente il designer), le signore a cui è destinato che altro hanno da fare, se non guardare una macchina che racconta la propria vanità?”

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4576

La lettura di questo testo mi fa venire in mente un vecchio modo di dire (tratto da un passo di Orazio), leggermente da me modificato per l’occasione …
“unire il Futile al dilettevole” (o, se preferite, potremmo anche dire “unire l’INutile al dilettevole”).
Sia ben chiaro che mi levo tanto di cappello per la maestria di chi assembla manufatti del genere; trattandosi di un orologio meccanico, cioè privo di automatismi, è stupefacente notare la capacità di creare un oggetto così complicato, solo con la sapienza della meccanica.
Però è altrettanto chiaro che a scoraggiarmi dal solo pensiero dell’acquisto di un tale ‘accessorio’ non è certamente soltanto il prezzo.

4577

§

E voglio concludere (con un po’ di ironia, anche se non paragonabile a quella di Eco) ricordando un altro modo di dire che mi sta sovvenendo, tratto da un aforisma di Hermann Hesse :
dopotutto “anche un orologio fermo segna l’ora esatta.
Due volte al giorno …”

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la Vita Media


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4548

Inizia una nuova settimana e ‘vi tocca’
la favola del Bencivenga
Capitolo LA VITA MEDIA

“Tommaso il fattore era un uomo qualunque.
Aveva moglie e figli, cugini e nipoti, galline e conigli, e un asinello dall’aria impertinente.
Lavorava sei giorni e al settimo riposava: niente di speciale, una partita a scopone, un bicchiere di vino e due chiacchiere con gli amici.
Da giovane era stato alpino e ogni tanto andava ai raduni, dove si cantava tutti insieme e ci si abbracciava commossi.
Un giorno la moglie gli cucinò una bella pasta e fagioli.
A Tommaso piaceva molto la pasta e fagioli, e poi quella era veramente straordinaria, così ne mangiò dieci piatti e si sentì pieno pieno, con lo stomaco che tirava come un tamburo.
Si mise a letto e se ne morì.
A questo punto, direte voi, la storia è finita.
E invece no: in un certo senso comincia adesso.
Dovete sapere che, nel momento in cui aveva chiuso gli occhi, Tommaso aveva vissuto esattamente la vita media degli uomini di allora: settantadue anni, quattro mesi, undici giorni, tre ore, venticinque minuti, quarantasette secondi e trentanove centesimi.
Ed era stato l’unico a vivere esattamente tanto così, perché la vita media è un po’ come se la vivessero tutti e poi magari non la vive nessuno.
Uno vive trent’anni e un altro cinquanta, e la media fa quaranta; ma magari quarant’anni non è vissuto nessuno.
Quando io cervellone che conteneva tutti i dati digerì la morte di Tommaso, si accesero tante lucette rosse e squillarono tanti campanellini, e tanti uomini in camice bianco con una bora nel taschino cominciarono ad agitarsi.
La coincidenza era troppo singolare per non approfittarne.
Un uomo che vive esattamente la vita media rappresenta un po’ tutti, e allora bisogna studiarlo nei minimi particolari, scoprire tutto di lui, perché è un po’ come scoprire tutto di tutti.
Diventò un caso nazionale.
Orde di specialisti, ricercatori, giornalisti, presentatori, opinionisti, commentatori e soubrette invasero la fattoria., intervistarono moglie, figli, cugini e nipoti, fotografarono galline e conigli, trasmisero in diretta il raglio dell’asinello, sottoposero ad analisi critica la ricetta della pasta e fagioli.
Alcuni personaggi con grande spirito di iniziativa passarono settimane a giocare a carte lì vicino, per conoscere tutti gli antichi compagni di Tommaso, e non mancò chi si mise in testa una penna da alpino, e si presentò ai raduni.
Dopo mesi di questa ossessione, la vita di Tommaso era stata sezionata ed esaminata a fondo, e a coronamento dell’impegno uscì un bel volume rilegato con sovraccoperta, intitolato: TOMMASO IL FATTORE: UN UOMO DEL NOSTRO TEMPO.
La cittadinanza orgogliosa eresse un monumento sulla pubblica piazza.
Così, per un po’, Tommaso non fu più un uomo qualunque.
Non che a lui interessasse: le cose avevano smesso di interessarlo proprio quando era diventato qualcuno.
Il che è bene, perché non soffrì quando la vita media si allungò di dodici centesimi di secondo e lui ritornò ad essere uno come gli altri.”

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Morale della (bella) favola …
credo che ne esistano più d’una.
Ad esempio a me viene in mente l’alterazione della realtà che si ottiene con l’utilizzo di svariati ‘filtri mentali’ (non sempre utilizzati ‘spassionatamente’); in questo caso i media hanno fatto diventare un uomo normale … ‘qualcuno’.
Ma sei qualcuno se fai qualcosa di particolarmente significativo nella vita oppure basta una facezia come ‘essere un medioman’?
Viviamo ormai in un mondo in cui contano più le facezie, le apparenze, le esagerazioni piuttosto che la vera ‘sostanza’, viviamo in un mondo che ormai ricerca, provoca, costruisce la ‘mediocrità’ e la innalza a ‘valore assoluto’ …
Siamo nel regno del ‘Grande Fratello’ (non solo televisivo).
E leggere questo bella favola, non so perché, mi ha fatto pensare anche all’Istat ed all’argomento di stretta attualità : l’aumento dell’aspettativa di vita …
(una vera e propria bufala, in tutti i sensi …)

§

il Silenzio è essenziale


§

4573

“Il silenzio è essenziale.
Abbiamo bisogno di silenzio tanto quanto abbiamo bisogno di aria,
così come le piante hanno bisogno di luce.
Se le nostre menti sono affollate di parole e pensieri,
non c’è spazio per noi.
E’ il silenzio che ci guarisce e ci nutre.”

(Thich Nhat Hanh)

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Immagine e testo tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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come seguire le Istruzioni


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Umberto Eco scrisse nel 1985 parole premonitrici (e condite da una buona dose di elegante ironia) su quello a cui andavamo tutti incontro: la cosiddetta modernità.

Capitolo   COME SEGUIRE LE ISTRUZIONI

“Tutti avranno sofferto, in un bar, di quelle zuccheriere che, non appena il cliente cerca di estrarre il cucchiaino, il coperchio cala come una ghigliottina, lo fa saltare in aria e disperde lo zucchero nell’atmosfera circostante.
Tutti avranno pensato che l’inventore di questo strumento dovrebbe essere posto in un campo di concentramento.
Invece probabilmente ora si gode i frutti del suo delitto in qualche spiaggia esclusiva.

4571

Una volta l’umorista americano Shelley Berman (da poco scomparso, ndr) ha suggerito che costui sia lo stesso che inventerà tra breve un’auto sicura con le portiere che si aprono dall’interno.
Ho guidato per vari anni un’auto eccellente sotto vari aspetti salvo che aveva il portacenere del guidatore sullo sportello sinistro.
Chiunque sa che si guida tenendo il volante con la sinistra mentre la destra rimane libera per il cambio e per i vari comandi.
Se pertanto si fuma guidando (e ammetto che sia male), si fuma con la destra, per mettere la cenere alla sinistra della propria spalla sinistra, occorre compiere una complessa operazione. distogliendo gi occhi dalla strada.
Se la macchina, come era il caso di quella di cui parlo, arriva ai centottanta all’ora, mettere la cenere nel portacenere, impiegando alcuni secondi di distrazione, significa peccare di sodomia nei confronti di un TIR.
Il signore che ha inventato questa faccenda era un professionista che ha procurato la morte di molte persone, non per cancro dei fumatori, ma per impatto contro corpo estraneo.
Io mi diletto di sistemi di scrittura su computers.
Se comperate uno di questi programmi, vi viene consegnato un pacchetto con i dischetti, le istruzioni e la licenza, che costa dalle ottocentomila lire al milione e mezzo, e potete ricorrere per imparare all’istruttore della ditta o al manuale.
L’istruttore della ditta è di solito addestrato da quello che ha inventato la zuccheriera di cui sopra, ed è opportuno sparargli con una Magnum appena pone piede in casa vostra.
Vi prendete una ventina d’anni, meno con un buon avvocato, ma avete guadagnato tempo.

4572

Il guaio avviene quando consultate il manuale, e le mie osservazioni riguardano qualsiasi manuale per qualsiasi tipo di artificio informatico.
Un manuale per computer si presenta come un contenitore di materia plastica con spigoli taglienti, che non dovete lasciare alla portata dei bambini.
Quando sfilate i manuali dal contenitore, essi appaiono come una molteplicità di oggetti a più pagine, rilegati in cemento armato e quindi intrasportabili dal soggiorno allo studio, titolati in modo che che voi non sappiate quale dovete leggere per primo.
Le case meno sadiche ve ne forniscono di solito due, quelle più perverse anche quattro.
La prima impressione è che il primo dica le cose passo per passo, per gli stupidi, che il secondo istruisca gli esperti, il terzo i professionisti e così via.
Errore.
Ciascuno dice delle cose che l’altro non dice, le cose che vi servono subito sono nel manuale per ingegneri, quello per ingegneri nel manuale degli stupidi, Inoltre, prevedendo che nei prossimi dieci anni voi dobbiate incrementare il manuale, essi sono fatti come raccoglitori con circa trecento fogli mobili.
Chi ha manovrato un raccoglitore sa che dopo una o due consultazioni, a parte la difficoltà di girare le pagine, gli anelli si deformano, e dopo poco il raccoglitore esplode, spandendo i fogli per tutta la stanza.

4516

Gli esseri umani che cercano informazioni sono abituati a manovrare cose che si chiamano libri, magari con le pagine colorate sul taglio, o con delle dentellature, come le rubriche telefoniche, in modo che si possa trovare subito quel che serve.
Gli autori di manuali per computer ignorano questa abitudine umanissima, e provvedono oggetti che durano circa otto ore.
L’unica soluzione è smembrare i manuali, studiarli sei mesi con l’aiuto di un etruscologo, condensarli in quattro schedine (che tanto basta) e buttarli via.”

§§§

A me pare che l’indubbia veridicità di tali parole confermi che spesso qualcuno si avvalga anche (e forse volutamente) dell’ausilio di un operatore dell’Ufficio Complicazione Affari Semplici.
Io vi garantisco che ho trovato sempre qualcosa di ‘fastidioso’ (oppure ‘mancante’, omesso, poco chiaro) in tutti i manuali di istruzioni che mi son capitati tra le mani;
quindi …
o sono stupido io, oppure …
(comunque, non escludo a priori che la ‘risposta’ esatta sia la prima    😉    )

§

PS – per non parlare dei piccoli mobiletti da montare …
Oltre che dover consultare la ‘mappa del tesoro’ (rigirandola sotto sopra più volte), non vi è mai capitato che negli ‘allegati’ necessari all’assemblaggio manchi una vite ?
A me (quasi) sempre …

§

PS 2 – un cliente che si sente inadeguato nel risolvere piccoli (e risolvibili) problemi diventa un ottimo cliente per ‘soluzioni’ drastiche e non necessariamente indispensabili (tipo ‘sostituzione’, appunto …).

§

non c’era nessuno (forse …)


§

Apparentemente sembra trattarsi di un gioco di parole, un virtuosismo lessicale di Bencivenga, un po’ fine a se stesso;
ma essendo una favola una morale dovrà pure averla, no?

§

4548

Capitolo NESSUNO

“Una volta non c’era nessuno, ma chi l’avrebbe mai detto?
Nessuno, appunto: siccome non c’era nessuno, nessuno diceva niente.
Così questa storia che non c’era nessuno era molto strana.
Era vera, senz’altro, perché in effetti non c’era nessuno, ma nessuno poteva dirla.
Prima o poi ci fu qualcuno, ma le stranezze non erano finite.
Quando qualcuno cominciò a raccontare la storia che una volta non c’era nessuno, gli altri aggrottarono la fronte e sollevarono enormi punti interrogativi.
Perché come si faceva a sapere che una volta non c’era nessuno?
Quando non c’era nessuno, non c’era nessuno a saperlo, e il momento che ci fu qualcuno non si poteva certo dire che non ci fosse nessuno.
Così, ancora una volta, la storia non era vera ma nessuno poteva dirla.
Ora tutti dicono che c’è sempre stato qualcuno.
Non è vero, ovviamente, perché una volta non c’era nessuno.
Ma è tutto quel che si può dire.”

§

… o forse no ?

§

dell’Esternazione


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Questo ‘pezzo’ contiene tutto : un’arguzia ed un’ironia (di una incomparabile ‘finezza’) ma unita a cultura in ogni sua espressione: linguistica, storica, filologica, filosofica …

E’ tratto da
IL SECONDO DIARIO MINIMO
di Umberto Eco
Capitolo
DELL’ESTERNAZIONE

4516

“Mi è capitato tra le mani un volumetto in dodicesimo, rilegato in vitello coevo, debole ai giunti.
E’ senza data e il luogo d’impressione (Bagnacavallo) è chiaramente fittizio, ma non avrei esitazione a definirlo opera secentesca per le forti arrossature dovue alla qualità della carta.
Il titolo suona De l’Esternattione – Ouuero di Come Principi, Ministri, Poeti & Philosophi Possano Celare il Loro Pensiero Rendendolo Argutamente Apparente in Qualsiuoglia Circumstantia.
L’opera appartiene evidentemente a quel genere illustrato da ‘L’Oracolo manuale o arte di prudenza’ del Graciàn, dal ‘Breviario dei politici’ del Mazarino e da ‘Della dissimulazione onesta’ di Torquato Accetto.
Ma mentre questi manuali insegnavano all’uomo di corte come nascondere i propri segreti, simulare apparenti virtù, o dissimulare le vere per non divenire l’oggetto di invidia di altri cortigiani, il nostro tratterello rovescia con guizzo d’ingegno la situazione.
Si veda per esempio il capitoletto dedicato a ‘Il Governo dei Popoli’.
In esso si dice: *Se tu hai un reggimento di popoli, quando qualcuno ti visiti, mostrati intento a stilare una lettera al tuo Ministro, e poni cura che ciò che scrivi sia ben palese all’occhio dell’Indiscreto, ripetutamente volgendo la charta onde favorire il suo Sguardo Linceo, così che Colui legga che tu fai carico il Ministro d’essere non già tuo fraterno Servitore, ma Infame e figlio di Madre rimasta Sconosciuta ai pubblici registri, pronto per l’Hospidale de’ Pazzi incurabili, assiduo de la Sinagoga de gli Ignoranti.
E in tal modo la tua missiva diventerà oggetto di gran chiacchiera in ogni Serraglio de gli Stupori del Mondo.
Ma fa sì che il giorno appresso, lo stesso Indiscreto, ti oda dire del Medesimo Ministro che egli sia uomo di non comune Virtù, e sodale tuo carissimo, in modo e maniera che nuovo e contrario stupore sopraggiunga agli spectatori del Serraglio.
In tale misura il tuo intento si trasformi in Impresa Enigmatica al pari di un Edippo Egiptiaco, e molto i vari Cervelloni Mondani parleranno di te come Reggitore accorto, e capace di argute complicazioni; e vedendoti Architetto di tante e opposte Machinattioni su la Piazza Universale, non penseranno che altre tu ne architetti in qualche Mondo Sotterraneo.*
Il nostro Anonimo non lesina consigli ai Cortigiani: *Ma se ti avvenga di nutricare inurbani pensieri circa il Sovrano, non mormorare per Suburre, ma più tosto grida a l’Assemblea ‘oh, quell’allocco!’ o pur anco ‘parmi ch’egli sia stolido & demente’, così che il Sovrano mai più ardisca a farti cogliere dai suoi Sicari, perché la voce pubblica addebiterebbe a lui, ormai ribollente l’ira, l’Atroce Mandato.*
L’Anonimo passa poi a distribuir consigli agli Uomini di Lettere:
*Ancorché sudare le charte e perfettionare ad amussim sonetti caudati, che sono cagione di Inutile Fatica, se tu sei putacaso convinto dell’eccellenza de l’Ariosto e ti è discaro un Tale che affermi l’eccellenza del Tasso, appari a l’Accademia e a Colui distribuisci Ceffate & Sorgozzoni.
Né t’affliggere a riflettere se tu sia perché pensi, come vogliono i Cervelloni Ultramontani, né se pensi perché sei, come direbbero i Dottori d’Alcalà, che molto ne soffrirebbe il Cervellone Cabbalistico tuo, ma abbi l’idea di un Theatro in cui tu, esibendo i Corbelli tuoi, et agitando con la Man Manca la tua Virile Pannocchia, la Man Dritta pertandola al naso e muovendone i Diti a guisa di Ventaglio, facci Espressione ‘Emblema che suoni a Dispregio della Sorella o Madre di Colui – si che quello, preso da desiderio di Emulattione, tragga in cambio et ostenti il proprio Cannocchiale (più cinico che Aristotelico nda) e incautamente mostri al popolo che la sua Arma è di molto inferiore a la tua per grandezza et Erettione – in tal guisa che tu solo possa essere celebrato come Portento d’Acutezza, da poiché in tal modo oggi si misura l’Ingenio.*
Di questo testo credo dovrà tener gran conto chi in futuro volesse tentare una ricerca sullo spirito dell’età neobarocca.”

§

 

Irrilevanza Comparata


§

Chissà quante volte vi sarà capitato di pensare che parole appena udite (o lette) fossero prive di senso; probabilmente il più delle volte sarà stato durante l’ascolto della TV, un TG oppure un Talk Show politico oppure la lettura di un quotidiano.
E’ un fenomeno di sempre maggior rilevanza in questi tempi in cui la pochezza dgli attuali politici si accompagna alle loro scelte sempre più spregiudicate (e spesso eticamente discutibili); nulla comunque in confronto alla comunicazione mainstream ed alla pubblicità.
Forse per descrivere il fenomeno vi verrà in mente il neologismo ‘supercazzola’ …
ed allora vediamo come tratta l’argomento uno che in quanto a cultura non era certamente uno sprovveduto.
Ovviamente si tratta di un corso di laurea breve in strane facoltà di un ateneo un po’ particolare …

§

4570

Il capitolo è
PROGETTO PER UNA FACOLTA’
DI IRRILEVANZA COMPARATA

DIPARTIMENTO DI OSSIMORICA
Urbanistica tzigana
Enologia musulmana
Fonetica del film muto
Iconologia Braille
Istituzioni di rivoluzione
Lingue franco-germaniche
Lingue uralo-malanesiane
Lingue ugro-romanze
Idrografia selenitica
Dinamica parmenidea
Statica eraclitea
Oceanografia tibetana
Microscopia siderale
Oftalmologia gastrica
Spartanica bizantina
Istituzioni di devianza
Istituzioni di aristocratica di massa
Istituzioni di oligarchia popolare
Storia delle tradizioni innovative
Elementi di senescenza dei momenti aurorali
Dialettica tautologica
Eristica booleana

DIPARTIMENTO DI ADYANATA (o impossibilia)
Fortuna della lingua etrusca nel medioevo
Morfematica del Morse
Storia dell’agricoltura antartica
Storia degli Stati Uniti nell’epoca ellenistica
Storia della pittura nell’isola di Pasqua
Lettura sumera contemporanea
Istituzioni di docimologia montessoriana
Psicologia delle folle nei paesi sahariani
Fenomenologia dei valori cromatici nella Sindone
Storia della pittura paleolitica
Storia dell’agricoltura nel Giurassico
Storia delle istituzioni familiari presso i Templari
Anatomia delle tigri africane
Filatelia assiro-babilonese
Ippica azteca
Tecnologia della ruota negli imperi precolombiani
Teoria della aerofagia da impiccagione
Tratti pertinenti in rectofonia
Sintattica del borborigmo
Fonologia della pausa

4516

DIPARTIMENTO DI BIZANTINICA
Cefaloctomia idraulica
Fenomenologia del colpo di glottide nella fellazione danese
Semaforica del trivio e del quadrivio
Microscopica degli indiscernibili
Psicoterapia degli insiemi non normali
Teoria dei separati (complementi di teoria degli insiemi)
Calcolo infimo (complementi di calcolo sublime)
Calcolo semolato (complementi di calcolo integrale)
Storia delle ovvietà di Zermelo
Tecnica del terzo incluso
Logica informale
Storia delle fonti del Rajna
Ars oblivionalis
Storia dela filosofia pre-presocratica
Archeologia degli istituti di archeologia
Geografia del Vaticano
Complementi di complementi
Storia delle colonie del principato di Monaco
Storia di Uqbar

DIPARTIMENTO DI TETRAPILOCTOMIA
[Malgrado le denominazioni tecniche (il cui ermetismo è dovuto anche a ragioni di decenza), il buon etimologo saprà dedurne i contenuti, che sono nell’ordine: tecnica di scrittura su superfici idriche, arte di tagliare il brodo, costruzione di macchine per salutare la zia, tecnica di appiccare il fuoco alle natiche altrui, arte di scamparsela per un pelo, analisi di formule come ‘vaffanculo’, arte di attaccarselo al membro virile, ritmica della penetrazione a posteriori, arte di inviare qualcuno a morire ammazzato. Per tetrapiloctomia si intende ovviamente la scienza che consente di spaccare il capello in quattro]

Idrogrammatologia
Poziosezione
Avunculogratulazione meccanica
Piropigia
Pilocatabasi
Perlocutoria della scatotecnica
Tecnica delle soluzioni mentulopensili
Sodomocinesica
Scleropatomittenza

Gli studenti possono conseguire la Laurea in Irrilevanza comparata dando 18 esami in materie assolutamente sconnesse e senza rapporto reciproco.
[…] “

§

l’Impalcatura


§

4548

Capitolo L’IMPALCATURA

“L’origine del fenomeno non è chiara.
Alcuni avranno voluto ripararsi, forse trascorrevano una lunga convalescenza; forse erano fragili e vulnerabili per una delusione d’amore.
Deve essere stato allora che hanno pensato di costruirsi intorno una complessa impalcatura, fatta di cavi, pulegge e stantuffi, con una facciata impassibile, impermeabile, immodificabile rivolta all’esterno.
Inizialmente, dunque, doveva essere uno strumento di difesa.
Poi, come spesso capita in casi simili, ne saranno emersi vantaggi secondari e imprevisti.
Si poteva stare al riparo dell’impalcatura, protetti da sguardi indiscreti e domande insidiose, e uscire allo scoperto solo quando era il momento di essere sinceri e spontanei, di lasciarsi andare a una confessione o a un abbraccio.
Certo era faticoso sostenere tutti quei cavi, e le pulegge e gli stantuffi; ma ci si esponeva a meno rischi e ci si rivelava solo quando lo si giudicava opportuno.
E, nascondendosi e rivelandosi in modo selettivo, si potevano condizionare parenti, amici e nemici e fare i propri comodi.
Da lì è facile vedere che la cosa non poteva che generalizzarsi: come in una corsa agli armamenti, uan volta che la bomba (o la corazza) ce l’ha uno, sono costretti a munirsene anche quelli che non ci avevano mai pensato.
E’ così che dobbiamo essere arrivato allo stato attuale.
Lo conoscete tutti: siamo oppressi da marchingegni sempre più intricati; gli ultimi modelli consistono addirittura di impalcature multiple, inserite une nelle altre, impalcature che proteggono altre impalcature.
E quando saremo pronti per una confessione o un abbraccio, non sappiamo dire altro che la nostra fatica, l’unica cosa ormai che occupi le nostre giornate.
Non sappiamo stringere che il nostro comune, inarticolato rimpianto.”

§

Undici nuove Danze per Montale


§

Umberto Eco si stagliava sulla categoria dei ‘mediocri’ (che già imperversano da un bel po’) con testi di tutti i tipi.
E’ di uno di questi tipi che vi voglio parlare ora, con un suo scritto che si rifà al concetto dell’ OU LI PO (Ouvroir de Littérature Potentielle), quella particolare possibilità di esprimere la stessa cosa in più maniere, apparentemente differenti, ma che, in realtà, mantengono lo stesso concetto anche se espresso in altri modi.

4516

Dall’arcinoto libro, ecco il capitolo
UNDICI NUOVE DANZE PER MONTALE
si parte da una poesia del poeta che è questa:

“Montale (tale e quale)

Addio, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. E’ l’ora. Forse
gli automi hanno ragione, Come appaiono
dai corridoi murati!

– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? – “

§

4568

Già così, la poesia nella sua poetica, un po’ ermetica, potrebbe bastare.
Invece Eco da più versioni dello stesso testo, ‘giocando’ oppure facendo l’equilibrista, utliizzando la tecnica dei ‘lipogrammi’ nel modo seguente:

Senza A (vuol dire che il testo non può utilizzare la lettera A)

Congedi, fischi, buio, cenni, tosse
e sportelli richiusi. E’ tempo. Forse
son nel giusto i robot. Come si vedono
nei corridoi, reclusi!

– Odi, pur tu il severo
sussulto del diretto con quest’orrido,
ossessivo ritorno di un bolero? –

Senza E (idem)

Addio sibili al buio, colpi rari
di cristalli abbassati. Ora, magari
i Mac Intosh non sbagliano. Mi appaiono
dei corridoi, murati!

– Dona pur tu, su, prova,
al litaniar di un rapido l’improvvido,
ostinato ritmar di bossa nova … –

Senza I

Un suono nella notte, un cenno, tosse
lo sportello è sbattuto. E’ l’ora. Forse
non erra quel computer. Come allude
da quello schermo, muto!

– Do forse alla macumba
che danza questo treno la tremenda
ed ottusa cadenza di una rumba? –

Senza O

Addii, sibili ed esili starnuti
tra un battere di vetri. E’ tardi. Muti.
gli ingranaggi san bene. Tu li vedi
su quei sedili, tetri.

– Presti anche tu, chissà.
al litaniar dei rapidi quest’arida
cadenza di un demente cha-cha-cha? –

Senza U

Addii, fischi di notte, cenni, tosse
e sportelli abbassati. E’ l’ora. Forse
i replicanti han vinto. Coma appaiono
di corridoi, clonati!

– Non si sente forse, a sera
la litania del rapido dll’orrido
ancheggiare lascivo di habanera? -“

§

Ora potremmo definire queste composizioni dei semplici ‘divertimenti’ lessicali. Ma potremmo altresì apprezzarli per un attento e corretto uso delle parole, un vero e proprio esercizio di stile;
stile che, inutile ricordarlo, si è andato via via perdendo per manifesta incapacità da parte di chi, pur avendo assunto il compito di comunicare sapienze e aprire a nuove possibilità, si è assai colpevolmente accontentato di recitare una parte;
Incapacità probabilmente non casuale, ricercata, voluta ed agevolata da un sistema sociopolitico, economico e di potere a cui il degrado dello ‘status (quo) mentis’ è gradito.
Se vi dovessero essere venuti in mente dei Ministri della Pubblica istruzione, degli Intellettuali, dei Giornalisti ultimamente in circolazione … vuol dire che avete capito il senso del commento …

§

 

 

 

La giustizia dei bambini


Parole ed immagini che rinfrancano il cuore …

adoraincertablog

Eravamo all’inizio del nostro lavoro in Africa. Ancora in quel tempo in cui accadeva che come citrulli ci dessimo, di tanto in tanto, alla distribuzione di caramelle.

Fila di bambini davanti a noi, altri che ne arrivano da tutte le parti richiamati da quella misteriosa e silenziosa sirena che in situazioni di questo genere nei villaggi sempre si attiva.

Forse qualcuno fa il furbo, forse dopo avere preso la prima si rimette in fila. Forse qualcuno invece è troppo timido per reclamare quel che gli spetta e resta in disparte.

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Come cestinare i Telegrammi


§

4516

Capitolo COME CESTINARE I TELEGRAMMI

(premessa: è stato scritto circa 30 anni fa)

“Una volta al mattino, ricevendo la posta, si aprivano le buste chiuse e si buttavano via quella aperte.
Ora le organizzazioni che inviavano le buste aperte, le inviano chiuse e magari espresso.
Uno si affanna ad aprire il plico e vi trova un invito assolutamente irrilevante.
Anche perché le buste più sofisticate hanno ormai sistemi di chiusura ermetica che resistono a tagliacarte, morsi, colpi di coltello.
Alla colla è stato sostituito il cemento a presa rapida, quello da dentista.
Per fortuna ci si salva dalle vendite promozionali, perché si annunciano subito dall’esterno con la scritta ‘Gratis’ in oro zecchino.
Mi hanno insegnato da piccolo che se ti propongono qualcosa gratis, devi chiamare i carabinieri.
Ma le cose vanno peggiorando.
Una volta si aprivano con interesse, convulsamente, i telegrammi: o annunciavano una brutta notizia o informavano dell’improvviso decesso dello zio d’America.
Ora chiunque abbia da dire qualcosa che non interessa, manda un telegramma.

4565

I telegrammi sono di tre tipi.
Tipo imperativo: *Invitiamola dopodomani importante convegno su coltivazione lupini nell’Aspromonte presenza sottosegretario foreste, preghiamola urgentemente comunicare ora arrivo via telex* (seguono sigle e numeri che occupano due fogli, in cui naturalmente e per fortuna scompare la firma del pretenzioso mittente).
Tipo sottinteso: *Come da accordi precedenti confermiamo sua partecipazione convegno assistenza koala paraplegici, preghiamola urgentemente contattare via telefax*.
Naturalmente gli accordi precedenti non esistono, o forse la richiesta di accordi segue per lettera.
Ma quando la lettera arriva, è superata dal telegramma già buttato e si butta anche quella.
Tipo enigmatico: *Data tavola rotonda su informatica et coccodrilli spostata per noti motivi, invitiamola confermare impegno nuova data.* Quale data? Quale impegno? Buttiamo.
Ora però in telegramma è stato sopraffatto dal plico ‘overnight espress’.
Costa delle somme da far impallidire De Benedetti, può essere aperto solo con un paio di cesoie da filo spinato, ma è fatto in modo che anche aperto non rivela subito il proprio contenuto, perché occorre ancora superare la barriera di varie strisce di scotch.

4563

Talora viene inviato per puro snobismo (come le cerimonie di consunzione rituale di Mauss (Marcel, sociologo e antropologo famoso per la teoria dello scambio del dono: dare, ricevere, ricambiare ndr): alla fine c’è dentro un bigliettino che dice ‘ciao’ (ma si perdono alcune ore per trovarlo, e non tutti hanno le braccia lunghe come Mister Hyde).
Più spesso ha funzione ricattatoria. e contiene anche un coupon per la risposta.
Chi lo invia sottintende *Per dirti quello che ti debbo dire ho speso una somma esorbitante, la rapidità dell’invio ti dice la mia ansia, visto che c’è la risposta pagata, se non rispondi sei un mascalzone*.
Tanta protervia va punita.
Ormai apro solo gli overnight che ho espressamente sollecitato per telefono.
Gli altri li butto, ma anche così danno noia perché intasano il cestino.
Sogno piccioni viaggiatori.
Spesso telegrammi e overnight annunciano premi.
A questo mondo ci sono riconoscimenti e premi che tutti sono contenti di ricevere (il Nobel, il Toson d’oro, la Giarrettiera, la Lotteria di Capodanno) e altro che non chiedono altro che di essere ricevuti.
Chiunque abbia da lanciare una nuova crema per calzature, un profilattico ritardante o un’acqua solforosa, organizza un premio.
Si è già dimostrato che non è difficile trovare i giurati. Il difficile è trovare i premiati.
Ovvero, se ne troverebbero se si premiassero i giovani a inizio carriera, ma in quel caso non verrebbero la stampa e la televisione.

4564

Quindi il premiato, come minimo, deve essere Rubbia.
Ma se Rubbia andasse a ricevere tutti i premi che gli impongono, addio ricerca.
Il telegramma che annuncia il premio deve quindi assumere un tono imperativo e lasciar intravvedere gravi sanzioni in caso di rifiuto: *Lieti comunicarle che questa sera tra mezz’ora le verrà assegnato il Sospensorio d’Oro informiamola che sua partecipazione est indispensabile per ricevere voto unanime et disinteressato giuria altrimenti saremmo dolorosamente costretti a scegliere un altro*.
Il telegramma presuppone che il destinatario balzi sulla sedia ed esclami *No, io, io!*

4566

Ah, dimenticavo. Ci sono anche le cartoline che ti arrivano da Kuala Lumpur firmate ‘Giovanni’.
Giovanni chi?”

§

Eh si … son cambiati i tempi, son cambiate molte cose …
Oggi il ‘cestino’ si trova sul PC.
La buca delle lettere ormai viene riempita solo dai volantini pubblicitari di supermercati e negozi di elettronica (e qualche bolletta); il cestino del PC invece viene sistematicamente riempito dai nipoti dei messaggi descritti nel libro: le mail che pubblicizzano di tutto e di cui non si capisce mai come i mittenti abbiano avuto il ‘nostro indirizzo’ …
mail che ottengono lo stesso scopo dei ‘nonni’ (quello di infastidire) e per ironia della sorte sono pure più a buon mercato.
Siamo ormai in balia della ‘Premiata Ditta M&P’ … “Marketing & Propaganda” …

§

La Nota Blu


§

4548

Capitolo LA NOTA BLU

“C’era una volta la nota blu.
Era una nota bassa e poco rappresentativa; le altre non le davano confidenza e non ci tenevano ad accordarsi con lei.
La nota blu rimaneva sola e quasi non la si avvertiva: si confondeva con il chiasso di strade e cortili e non diventava mai musica.
Non sapeva neanche di essere blu, perché nessuno glielo aveva detto.
Le altre note, che erano tutte incolori, non ci facevano caso: per loro contava solo la brillantezza del timbro, la durata e l’intensità.
Solo con queste cose si faceva musica.
E la nota blu era bassa e sfiatata, e per quanto si impegnasse a danzate con tutte le sue forze e saltasse continuamente da un fiore a un muretto, dal campo arato al picco di una montagna, l’aria non risuonava mai di un canto festoso.
Così era triste.
Non era l’unica ad esserlo, però.
C’era anche un bambino triste, perché le note che risuonavano per gli altri a lui non arrivavano, e non facevano musica.
Quando gli altri bambini cantavano, li si vedeva solo aprire la bocca in modo sguaiato e poco elegante, e non capiva che cosa ci fosse da ridere.
E, siccome non sentiva e non capiva, non riusciva a parlare e a fare musica.

4561

Un giorno il bambino che non sentiva incontrò la nota blu, in un momento in cui lei di dava particolarmente da fare intorno a una campanula bianca.
La trovò splendida: c’era un perfetto accordo tra il blu e il bianco, e con il verde dell’erba e il rosso dei papaveri, e la sagoma agile e slanciata della nota blu infondeva gioia e spensieratezza.
Il bambino non aveva mai visto una nota, perché tutte le altre note erano incolori, e ne fu sorpreso e estasiato e si mise a seguirla per ogni dove: da una zolla della terra alla barba di una capra, dal davanzale di una finestra all’aiuola di un giardino.
E, mentre la seguiva, sorrideva, perché quella che vedeva era musica e adesso sapeva di poterla fare.
Ci volle un po’ di tempo perché la nota blu si accorgesse del bambino: stando a lungo da soli, si perde ogni interesse in qul che fanno gli altri.
Quando se ne accorse, lì per lì rimase perplessa: le altre note erano più acute e intense, più lunghe e vibranti; perché allora il bambino seguiva lei?
Poi, pian piano, capì, e ne fu felice.
Da quel momento anche lei seppe di essere blu.”

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4562

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