Per un’utopia sostenibile


“Non permettere che i sogni di un mondo perfetto ti distolgano delle rivendicazioni degli uomini che soffrono qui e ora”

Sorgente: Per un’utopia sostenibile – il Tascabile

Alcune affermazioni espresse non le condivido, altre si …  nel complesso argomento ed articolo interessante.

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La differenza tra ‘sapere’ e ‘sentire’ (parte seconda)


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eccovi la seconda parte del capitolo LA DIFFERENZA TRA ‘SAPERE’ E SENTIRE, tratto dal libro LA CAPRA CHE CANTA di Ludovica Scarpa.
E’ un invito a riflettere su qualcosa che capita certamente a ciascuno di noi quotidianamente ed a cui ognuno ‘reagisce’ in maniera personale.
la prima parte la trovate qui.

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“Alcuni neuroscienziati sostengono che la nostra non sia che una pura ‘impressione’ di scegliere, un sentore soggettivo che dipende da un meccanismo neuronale.
E’ ben strano valutare le nostre sensazioni, dato che sono le nostre uniche esperienze autentiche, sono ‘fatti’ della nostra vita.
Nell’esperienza soggettiva, l’unica in cui ognuno di noi vive, ‘sentiamo’ solo l’impressione che appunto sentiamo, per cui se sentiamo di ‘credere che x‘ ciò equivale a ‘x è vero per noi’, e se x esiste solo nella nostra immaginazione, per noi, appunto, esiste.
Se la libertà di scelta non fosse che un concetto creato dalla mente degli esseri umani, rimane un concetto nostro, e in quanto tale ne possiamo fare qualcosa di buono.
Tutti i nostri concetti sono nostre creazioni culturali che possiamo usare per scegliere di danneggiare o di fare del nostro meglio.
Se allora ci ‘sentiamo’ liberi di scegliere, o meno, possiamo prendere sul serio questo fenomeno naturale a partire da qui: ‘da come ci sentiamo’.
E se le neuroscienze spiegano che la nostra impressione di ‘scegliere’ non è che un’illusione, un meccanismo neuronale, questo nobilita il termine, e sottolinea la capacità creativa della mente: la nostra stessa sensazione di essere un ‘io’, una persona speciale, ‘io stesso e non un altro’ si basa su meccanismi neuronali, che così creano la qualità stessa di tutta la nostra vita, la ‘sensazione’ della sua continuità, forse un’illusione (o utopia? ndr), ma non per questo meno ‘vera-per-noi’.
Nell’esperienza quotidiana, l’unica in cui tutti viviamo, la differenza sta allora nella scelta di svalutarla chiamandola ‘illusione’ o di osservarla con simpatia e rispetto in quanto esperienza fondante di noi esseri umani.
Infatti, per noi ‘credere di essere liberi di scegliere’ significa sentire che la libertà di scelta esiste e che avremmo potuto deciderci in modo diverso, anche se (anzi, proprio perché) la libertà è un concetto, un prodotto autonomo della mente.

4279

Certo possiamo scegliere solo nella misura in cui ‘crediamo di poterlo fare’.
Se crediamo di vivere in funzione dei condizionamenti della società, del mercato e dei nostri geni o di essere schiavi della volontà altrui, se pensiamo di essere automi programmati per reagire, senza alcun spazio di libertà: allora lo siamo.
Se davvero viviamo in una situazione di reale schiavitù, in prigionia, nessuno può impedirci di scegliere almeno come interpretare e come vivere nella nostra mente la situazione: tranquilli, facendo del nostro meglio nella situazione stessa, preparandoci dentro di noi per quando usciremo o pronti a cogliere una buona occasione per liberarci, o disperandoci, sprecando energie?
Se le circostanze esterne non sono come noi preferiamo, perché produrre ulteriore sofferenza anche dentro di noi?
Nessuno ci può sottrarre la libertà di scelta di osservare con distacco i passi che compie la mente per produrre certi stati mentali e non altri.
Tuttavia nessuno può osservare quelli che fa la mente degli altri o imporre questa libertà di scelta o giudicare chi non lo fa; si arriverebbe all’assurdo di dare la colpa a chi non assegna interpretazioni adeguate al sentirsi meglio – presupponendo di definire in astratto cosa sia meglio per un altro.
Se con l’empatia a priori teniamo presente che ognuno fa quello che al momento può, possiamo evitare il rischio di cadere in questo imperialismo moralista cognitivo.
Anche il credere di non avere alcuna libertà di scelta è una scelta interpretativa, nella misura in cui possiamo osservarla e cambiarla, o sospenderla, immaginando alternative sperimentali, come quando diciamo ‘mettiamo che x‘, e proviamo a immaginare le conseguenze di altri scenari.
Ed è una scelta con i suoi costi e benefici anche la possibilità di addebitare al destino o a qualche altra entità il ‘motivo’ delle nostre scelte e non-scelte.
Qui sta il bello: qualsiasi cosa possiamo immaginare esiste per noi, per cui possiamo immaginare cose che immaginiamo utili.
E usarle con responsabilità.
Se i concetti che usiamo sono eredità culturali di esseri umani, illusori e immaginifici, possiamo usarli per osservare i processi della nostra mente e partire per un viaggio nuovo, alla scoperta delle nostre risorse e possibilità, inventando concetti e strumenti cognitivi nuovi, se ci fa piacere.”

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*Il probabile impossibile è sempre da preferirsi all’impossibile probabile*.
Aristotele

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Jean Meslier docet


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Il testamento di una mente critica, pur se prete.
Il messaggio è chiaro.
Ampliamo il ragionamento (non circoscrivendolo alla sola religione menzionata nel video) e proviamo a sovrapporre queste affermazioni a qualche altro tipo di ‘situazione’ del mondo attuale e del recentissimo passato ed avremo la conferma che, se non svincoliamo la nostra mente dal ‘conformismo’ che la imprigiona, avremo sempre una visione distorta della ‘realtà’ in cui viviamo …

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Questione di fede


COZY PENS-Accussí 'a pens

Mi risulta curioso vedere come nelle società laicizzate si è convinti di essersi liberati da un oscurantismo religioso  per evolvere verso una società “libera” in cui è l’uomo stesso, il cittadino ultimo, a dar forma al corpus normativo che regola il notro agire. Una visione, quest’ultima, più umana, nel senso di “decisa dall’uomo”(come se poi la religione l’avesse inventato qualcun’altro! Forse col solo cambiare qualche comandamento avremmo ottenuto lo stesso risultato di una costituzione, senza troppe storie!)

Ma che differenza vi è tra un dio decisore ed un sistema giuridico? Insomma in entrambi i casi abbiamo di fronte un prodotto del pensiero umano che nonostante la sua inconsistenza decide il giusto e lo sbagliato, la pena da scontare, le regole da seguire insomma.

Si tratta di due modelli differenti, certo, ma entrambi declinazione dello stesso bisogno umano, quello di giustizia, di protezione. La legge cosa è se non un padre…

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Sociopatia


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Recentemente si sono verificati parecchi episodi di violenza (di ogni genere ma parecchi, troppi, a sfondo sessuale e comunque con vittime di sesso femminile), ovviamente (e giustamente) non riusciamo a trovare delle motivazioni per atti simili;
cerchiamo allora di ampliare i nostri orizzonti approfondendo (per saperne di più) la conoscenza di una possibile concausa attraverso questo testo tratto da I VIZI CAPITALI E I NUOVI VIZI di Umberto Galimberti;
eccovi uno stralcio del capitolo   SOCIOPATIA

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3850

“Sociopatia, detta anche ‘psicopatia’.
Non spaventiamoci subito di fronte a questa parola.
In fondo ‘psicopatico’ lo diciamo un po’ di chiunque, il più delle volte senza alcuna ragione.
La parola è stata coniata verso fine Ottocento in ambito psichiatrico da J.A. Koch per sostituire quelle sindromi che la psichiatria precedente definiva ‘follia morale’ o ‘imbecillità morale’.
Ma perché inserire una sindrome psichiatrica tra i nuovi vizi?
Perché quella che un tempo era la peculiarità di qualcuno oggi sembra il modo di vivere di molti.
[…]
La sociopatia non è una ‘psicosi’ perché la personalità non è destrutturata, e neppure una ‘nevrosi’ perché il disturbo non nasce da un conflitto.
La sociopatia è piuttosto una immaturità affettiva che nasconde una puerilità di fondo con conseguente indifferenza alle frustrazioni, incapacità di esprimere (compiutamente ndr) sentimenti positivi come simpatia e gratitudine, vita sessuale impersonale e non coinvolgente, apatia morale difficilmente incrinata da sentimenti di rimorso o di colpa, mancanza di responsabilità, falsità e insincerità, condotta antisociale che spesso mette a capo a gesti delittuosi realizzati con freddezza e indifferenza.

4315

Circa le cause, in passato dominò l’interpretazione organicistica formulata da Cesare Lombroso (L’uomo delinquente nda) che incluse la sociopatia tra le forme di ‘degenerazione’.
Oggi prevale l’interpretazione psicogena che fa risalire la sociopatia a una mancata integrazione dell’affettività nel corso dei primi anni di vita, con conseguenti carenze sul piano emotivo e difficoltà di identificazione che portano a un ideale dell’Io informe e confuso.
[…]
Disponiamo ancora di una psiche capace di elaborare i conflitti e, grazie a questa elaborazione, in grado di trattenerci dal gesto?
Esiste nella nostra cultura e nelle nostre pratiche di vita un’educazione psicologica che ci consenta di metter in contatto e quindi di conoscere i nostri sentimenti, le nostre pulsioni, la qualità della nostra sessualità e i moti della nostra aggressività?
Oppure il mondo emotivo vive dentro di noi a nostra insaputa, come un ospite sconosciuto a cui non sappiamo dare neppure un nome?
Se così fosse, dobbiamo aspettarci che certi fatti accadono (sempre più spesso ndr), perché è difficile pensare di poter governare la propria vita senza un’adeguata conoscenza di sé.
[…]

4318

Quello che si può avvertire in questo periodo, caratterizzato da una sovrabbondanza di stimoli esterni e carenza di comunicazione (quella genuina ndr), sono i primi segnali di ‘sociopatia’, che è poi quell’indifferenza emotiva, oggi sempre più diffusa, per effetto della quale non si ha risonanza emozionale di fronte ai fatti a cui si assiste o ai gesti che di compiono.
E chi non sa sillabare l’alfabeto emotivo, chi ha lasciato disseccare le radici del cuore si muove nel mondo pervaso da un timore inaffidabile e quindi con una vigilanza aggressiva spesso non disgiunta da spunti paranoici che inducono a percepire il prossimo come un potenziale nemico.
E tutto ciò perché?
Perché manca un’educazione emotiva: dapprima in famiglia […]. e poi a scuola, quando sotto gli occhi molto spesso appannati dei loro professori ascoltano parole in-incidenti, che fanno riferimento a una cultura troppo lontana da ciò che la televisione ha loro offerto come base di reazione emozionale.
[…]
Il tutto condito da un acritico consumismo, reso possibile da una società opulenta, dove le cose sono a disposizione prima ancora che sorga quell’emozione desiderante, che quindi non è sollecitata a conquistarle e perciò le consuma con disinteresse e snobismo in modo individualistico, dove il pieno delle cose sta al vuoto delle relazioni mancate.

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Ebbene sì, perché l’emozione è essenzialmente ‘relazione’, e dalla qualità delle nostre relazioni possiamo leggere il grado della nostra intelligenza emotiva a cui la scuola potrebbe (e dovrebbe ndr) dare un positivo contributo, introducendo quei programmi di ‘ alfabetizzazione emozionale’, come opportunamente li chiama Daniel Goleman (cfr. Intelligenza emotiva – 1995 – nda) in modo da insegnare ai bambini, oltre alla matematica e alla lingua, anche le capacità interpersonali essenziali che hanno la loro matrice in quei centro emozionali del cervello che sono i più antichi, quelli che hanno consentito agli uomini di dare avvio alla loro storia.
Qui torna alla mente un tesi secondo la quale ‘la morale è un istinto’, l’istinto di solidarietà che favorisce (darwinianamente ndr) la conservazione della specie, spesso in lotta con l’istinto di sopravvivenza individuale.
Non furono pochi quelli che, dopo aver ornato la morale dei più nobili paludamenti, storsero il naso di fronte a questa riduzione della morale al regime pulsionale.

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Oggi, Daniel Goleman ce ne dà conferma:
*Siccome l’educazione delle emozioni ci porta a ‘quell’empatia’ che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezione delle esigenze e della disperazione altrui non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell’altruismo sta nell’empatia che si raggiunge con quella educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l’autocontrollo e la compassione*. (cfr. ibidem).
[…]
Per questo c’è un gran lavoro da fare nell’educazione preventiva dell’anima (e non solo del corpo e dell’intelligenza) per essere all’altezza del nostro tempo, che ha bruciato gli spazi della riflessione, ma soprattutto ha inaridito il sentimento, che è poi l’organo attraverso il quale si ‘sente’, prima ancora di ‘sapere’, cos’è bene e cos’è male.”

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Ripulire il proprio filtro mentale


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4286

Da LA CAPRA CHE CANTA di Ludovica Scarpa ecco uno stralcio del capitolo
SCEGLIERE DI RIPULIRE IL PROPRIO FILTRO MENTALE

“Se sono le nostre pretese e aspettative verso il mondo ad agitarci tanto, una buona scelta può essere quella di non limitarci ad osservare i nostri filtri mentali, ma di deciderci a ripulirli e a ricalibrare le nostre aspettative.
A ridimensionarle, se non è davvero possibile vivere senza alcuna idea che ci orienti intorno a com’è il mondo, senza assegnare significato a ciò che accade, e per farlo abbiamo bisogno di riferirci a qualche assunzione di base.
E se assumiamo che le cose vadano in un certo modo, ci aspettiamo che lo facciano, per cui nel nostro filtro mentale assunzioni e aspettative sono interrelate.

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Le nostre opinioni intorno a come sono e a come dovrebbero essere le cose, se le osserviamo, sono caratterizzate dal nostro rapportarci al tempo: solo nella nostra prospettiva temporale riusciamo a soppesare la nostra esperienza ed assegnare giudizi e interpretazioni.
Abbiamo così uno scenario futuro, a volte implicito, e sulla base di questo diamo importanza, o meno, alle cose.
[…]
Possiamo immaginare che ci siano, nel nostro filtro mentale, numerosi livelli: nei più profondi ci sono anche modalità invariabili, caratteristiche della nostra specie, come quelle che costruiscono il nostro esperirci in uno spazio-tempo e le categorie di causa e effetto, le modalità di base da cui non possiamo liberarci: è ben difficile immaginare un non-tempo o un non-spazio.
Se ci potessimo immaginare come esistenti a un livello atomico o sub-atomico, molte delle cose che ci agitano sparirebbero per noi.

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Ci sono poi i livelli più forti, quelli così vitali per noi da non poterli mettere in nessun caso in discussione.
Se altri li mettono in dubbio siamo indignati, e cioè non solo siamo arrabbiati, ci sentiamo in diritto di esserlo, paladini della verità della verità e della giustizia.
[…]
Non abbiamo la sensazione di scegliere questi valori fondativi, li abbiamo interiorizzati, ci sembrano indipendenti dal nostro volere, ci pare che siano soggettivi.
Sono cornici qualitative dei fondamentali per la nostra identità, per cui frequentare persone che non condividono le nostre convinzioni è doloroso, ed è un dolore così insopportabile che lo nascondiamo dietro rabbia e odio.

4309

A un livello più visibile nel nostro filtro ci sono convinzioni forti ma elaborabili, del tipo: *devo farcela sempre e comunque*. *devo essere perfetto, *mi devono rispettare in qualsiasi occasione*, *devo essere simpatico a tutti*, ma anche *non sono portato per le lingue*, *non capisco la matematica*, *non sono una persona sportiva*… ecc., generalizzazioni o standard mentali come *non ci si può fidare di nessuno*, *una famiglia felice è…*.
Qui vale la pena focalizzare tutta la nostra attenzione.
Queste convinzioni ci ostacolano, se continuiamo a crederci senza distacco.
L’esempio dei clienti che chiedono: *sono freschi i panini?* e della panettiera che finisce per odiarli, ci rendiamo conto di come le convinzioni forti nei nostri filtri mentali ci portino a reagire in modo impulsivo e esagerato alle frasi più innocenti degli altri, che non possono conoscere le nostre personalissime ‘regole costituzionali’ mentali.
Possiamo ad esempio sostituire una convinzione come *devo sempre riuscire a capire gli altri*, con una variante più vivibile *preferisco riuscire a capire gli altri*, che ammette la possibilità di un insuccesso e ridimensiona le nostre aspettative verso noi stessi.
In genere può essere utile riscrivere la propria ‘costituzione interna’, sostituendo ‘di solito preferisco’ a ogni nostro ‘devo’.”

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Conformismo (parte seconda)


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Eccovi uno stralcio della seconda parte del capitolo CONFORMISMO, tratto dal libro I VIZI CAPITALI E I NUOVI VIZI di Umberto Galimberti (la prima parte la potete trovare qui);

una lettura che può solo intristire e far arrabbiare perché spiega magistralmente quella situazione ormai radicata che comporta far parte di questo mondo, un mondo in cui ci sono luoghi ove la libertà manca palesemente ma anche molti luoghi dove la libertà è presunta, fittizia;
luoghi dove gli uomini si dichiarano liberi ma nella realtà sono schiavi;
una schiavitù mascherata da libertà insomma, una schiavitù di pensiero, culturale ma anche di vita che ha trasformato una possibile ‘comunità’ in un semplice (e mansueto) ‘gregge’;
ormai dovrebbe essere chiaro (ma purtroppo ancora a pochi) che ci impongono (grazie a leggi ed a una massiccia e mirata propaganda mediatica) come pensare e cosa pensare e lo fanno impedendoci di imparare a pensare, prospettandoci una vita in cui non serve pensare …

4306

poche persone hanno capito che non sono realmente libere mentre le altre non se ne accorgono solo perché i carcerieri ‘furbastri’ hanno provveduto a costruire una gabbia molto ampia e dalle sbarre dorate e con qualche piccolo confort;
una gabbia fatta in modo che le sue sbarre siano poco visibili agli occhi distratti da media e pubblicità;
le catene con tante maglie sono più lunghe, più comode, più agevoli, ma rimangono pur sempre catene …

§§§

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IL CONFORMISMO COME CONDIZIONE DI ESISTENZA – A differenza di quanto accadeva nelle epoche trascorse, nella nostra vita il ‘vincolo’ non è avvertito come un atto esplicito di coercizione, né come uno sforzo esplicito di adattamento, ma come semplice ‘condizione’ del vivere e dell’agire, che sarebbero impossibili senza senza un’omologazione:
a) al mondo dei prodotti che ci circonda e da cui dipendiamo come produttori e come consumatori;
b) al mondo dello strumentario tecnico e amministrativo che serviamo e di cui ci serviamo;
c) al mondo dei nostri simili retrocessi al ruolo di funzionari delle organizzazioni, perché a essi ci rapportiamo in quanto rappresentanti del mondo delle cose.

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Quando è la vita stessa a compiere il lavoro di omologazione, le procedure che lo attuano, non avendo bisogno per imporsi di misure speciali, sembrano inesistenti, e quando il comando è neutro, più naturale è l’obbedienza e più garantita è l’illusione della libertà.
Parliamo di ‘illusione’ e non di libertà perché di libertà si può parlare propriamente quando si da una scelta tra scenari diversi, tra mondi possibili, e non all’interno di un unico mondo, tra i prodotti di cui senza sosta veniamo quotidianamente riforniti.

4298

Questo rifornimento senza interruzione e senza lacune crea quella ‘presenza piena e confortante’ che annulla da un lato la ‘fantasia’ come ipotesi di mondi diversi, e dall’altro la possibilità di ‘fare esperienza’, perché di esperienza si può parlare solo quando le cose possono essere diversamente da come quotidianamente le sperimentiamo.
E’ infatti l’assenza a rendere visibile la presenza: lo sciopero dei mezzi di trasporto, l’interruzione dell’energia elettrica, il ritardo nei rifornimenti alimentari.

4300

Senza interruzioni, senza lacune, senza sospensione, non ci rendiamo conto di quante catene ci ha reso dipendenti l’età della tecnica e dell’economia globale e, se nell’Ottocento Marx poteva dire che la maggioranza dell’umanità non aveva niente da perdere tranne le sue catene, oggi si dovrebbe dire che senza queste catene non avrebbe di che sopravvivere.
Questa è la ragione per cui quando le catene si spezzano, da parte di tutti ne viene invocata subito la saldatura.
Questa richiesta è l’indice non solo del tassi di dipendenza di ciascun individuo dal mondo della tecnica e dell’economia globale, ma anche dal tasso di collaborazione spontanea, quindi di omologazione e di conformismo, affinché questo mondo permanga il più possibile garantito e assicurato senza interruzioni, rischi o possibilità di cedimento.
Non è dunque possibile vivere nella nostra epoca se non con condotte massificate, cioè omologate al sistema che ci tiene in vita.
[…]

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I MEZZI DI COMUNICAZIONE COME MEZZI DI OMOLOGAZIONE – La società conformista, nonostante l’enorme quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per questo, parla nel suo insieme solo con se stessa.
Alla base infatti di chi parla e di chi ascolta non c’è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo.
Perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo.
Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica (vera per definizione, quindi priva di valore informativo ndr), dove chi ascolta finisce con l’ascoltare le stesse cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque.
In un certo senso si può avanzare l’ipotesi che la diffusione dei mezzi di comunicazione, che la tecnica ha reso esponenziale, tende ad abolire la necessità della comunicazione, perché non si da esigenza di comunicazione là dove è abolita la differenza specifica tra le esperienze del mondo che sono alla base di ogni bisogno comunicativo.

4308

Con il loro rincorrersi, infatti, le mille voci che riempiono l’etere aboliscono progressivamente le differenze che ancora sussistono tra gli uomini, e, perfezionando la loro omologazione, rendono superfluo, se non impossibile, parlare in prima persona.
In questo modo i mezzi di comunicazione cessano di essere dei ‘mezzi’, perché nel loro insieme compongono quel ‘mondo’ fuori dal quale non è dato avere altra e diversa esperienza.
Inutile dire che in questa condizione di perfetto adeguamento si riduce, fino ad annullarsi, lo spazio della libertà e il bisogno di interpretazione.
Ma questa rivoluzione non può essere avvertita perché, per esserlo, occorrerebbe disporre di un altro mondo rispetto al mondo rappresentato, che invece è l’unico che il monologo collettivo dei mass media ci concede di abitare.

4303

Ci veniamo così a trovare in una condizione analoga a quella descritta da Gunther Anders in quel ‘racconto per bambini’ (L’UOMO E’ ANTIQUATO – Considerazioni sull’anima nell’era della seconda rivoluzione industriale (1956) ndt), dove si narra questa storia:
*Il re non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si aggirasse per le campagne per formarsi un giudizio sul mondo; perciò gli regalò carrozza e cavalli:
‘Ora non hai più bisogno di andare a piedi’ furono le sue parole’.
‘Ora non ti è più consentito di farlo’ era il loro significato.
‘Ora non puoi più farlo’ fu il loro effetto’ *.
[…]

4302

COGNITIVISMO E COMPORTAMENTISMO (o Behaviorismo ndr) COME PSICOLOGIE DEL CONFORMISMO – Questo spiega perché nella nostra epoca sono diventate egemoni quelle ‘psicologie dell’adattamento’ il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all’apparato.
Non diversamente si spiega il declino della psicoanalisi come indagine sul proprio profondo, e il successo del cognitivismo e del comportamentismo.
Il primo per aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo; il secondo per adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto ‘originale’ della propria identità, perché non abbiano ricadute pubbliche.”

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4301

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SoS … ultimo avviso


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4305

SoS … Ultimo avviso alla Terra

“Buona domenica, io sono una staffetta con le ali, portavoce di Madre Natura, e quelli grigi e sciocchi nei palazzi sullo sfondo di questa foto siete voi, senza offesa, o magari anche sì.
Dice Madre Natura -vi riporto testualmente le Sue parole delle 5:26 ora italiana-:
«Sono molto rammaricata, figli miei, di vedermi costretta ad avvisarvi, con turbolenze e terremoti, con lo scioglimento dei ghiacci, con tifoni, tsunami e tornado, che la vita è in agonia per la vostra stessa ingordigia che sta finendo col divorare se stessa, come un padre impazzito che mangi i propri piccoli.
Faccio appello a tutti i bambini, ai giovani, alle mamme come me e agli ultimi saggi: ribellatevi con tutta la fragile forza che avete!
Impedite alle orde più oscure e malvagie della Terra di portare a compimento il loro nero disegno d’Ignoranza. Contrastatele con la potente luce della Conoscenza e dell’Amore!».
A questo punto, prima di spiccare il suo volo ferito, la staffetta portavoce di Madre Natura (nella foto) ha concluso:
“Ho letto ieri sul Wall Street Journal -ormai anche noi volatili abbiamo imparato a leggere per disperazione- che gli Stati Uniti avrebbero deciso di non uscire più dagli accordi di Parigi negoziati nel 2015 dall’amministrazione Obama, facendo dietrofront su quanto invece annunciato dal presidente Trump.
Che spettacolo, ragazzi!
A questa notizia, tutti gli animali del mondo hanno gioito in un’esplosione di cinguettii e ruggiti, latrati, grugniti, miagolii entusiasti e muggiti dolcissimi.
Ma poco fa, purtroppo, quella scema della Casa Bianca ha dichiarato che «Non ci sono stati cambiamenti nella posizione degli Stati Uniti sugli accordi di Parigi. Come il Presidente ha chiarito già abbondantemente gli Stati Uniti si ritireranno. A meno che non riusciranno a rientrare con termini più favorevoli al Paese».
Di “favorevole” c’è solo che te ne vada all’inferno, presidente Trump & Company, dico io.
Vi ho augurato buona domenica, ma ora aggiungo maledetta domenica, fratelli umani.
Statevene pure ripiegati sui vostri sterili “me stesso” continuando a specchiarvi su quegli smartphone del cacchio, oppure reagite, buon Dio, reagite!
Se un ragazzino cinese è riuscito a fermare i carri armati, voi che siete milioni e milioni è mai possibile che non riusciate a impedire la distruzione del pianeta?”.
E con un sospiro e un impercettibile singhiozzo, scrollandosi tutto il dolore del mondo dalle ali, l’uccello della foto è volato via.

Diego Cugia di Sant’Orsola

§

sarebbe necessario ?


§

4304

« Non sarebbe ancora sempre necessario scrivere un libro che mostrasse l’intera corruzione dei nostri governi e dei nostri costumi, ora nei suoi lati ridicoli ora in quelli spregevoli, ne presentasse in modo naturale e senza esagerazioni le necessarie conseguenze, e illustrasse i principi di un governo migliore e di migliori costumi, unitamente ai mezzi per arrivarvi? »

J.G. Fichte, “Pensieri causali d’una notte insonne”

§§§

due secoli e non sentirli ?

sarebbe necessarissimo ma (anche alla luce di tutte le altre cose dette e lette sull’argomento) mi domando quanti lo leggerebbero …
e tra coloro che lo leggerebbero quanti annuirebbero e quanti farebbero ‘spallucce’ …

sull’auspicio finale dico solo : “ottimo” specialmente se mi si fornisce qualche realistico ‘mezzo’ per giungere a quel risultato;

“Pensieri causali d’una notte insonne” ???
Le nostre ormai sono infestate dagli incubi …

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Liberi o Felici ?


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4227

Attingo ancora a piene mani a Fernando Savater ed al suo libro POLITICA PER UN FIGLIO, introducendo un altro argomento ‘universale’ che pone (o dovrebbe porre) domande e successive relative risposte …

ecco uno stralcio dal capitolo LIBERI O FELICI?

“Volendo essere sinceri, vivere in un società libera e democratica è qualche cosa di molto, ma molto, complicato.
In fondo tutti i totalitarismi del nostro secolo (e di quello passato ndr) ‘comunismo, fascismo, nazismo’ e quelli che devono ancora venire, se per caso ne mancasse qualcuno (voi che ne dite? ndr) sono tentativi di semplificare con la forza la complessità delle società moderne: si tratta di enormi ‘semplificazioni’, semplificazioni criminali che cercano di tornare a un ordine gerarchico primitivo in cui ognuno aveva la sua collocazione, tutti appartenevano alla madre Terra e al Grande Tutto Collettivo.

4268

Il nemico è sempre lo stesso: l’individuo, egoista e sradicato, il capriccioso che si allontana dall’accogliente unità sociale (che un pensatore abbastanza ‘crudele’ (forse meglio ‘crudo’, ndr), Friedrich Nietzsche, chiamava ‘il calore della stalla’, e si prende troppe libertà per conto suo.
I totalitarismi iriridono sempre alle libertà ‘formali e borghesi’ che esistono nei regimi più aperti: le ridicolizzano, ne dimostrano l’inutilità, le considerano semplici sciocchezze … ma, appena possono, le distruggono!
Sanno che, malgrado la loro apparente fragilità e la loro frequente inefficacia, l’unanimismo totalitario non può convivere con le elementari libertà politiche: se sono tollerate, alla lunga esse finiscono per eliminare l’autorità fatta di carri armati e polizia.
Dunque è logico che gli Stati Totalitari pretendano di sopprimere le libertà individuali, e perciò non si accontentano di dividere il potere con i cittadini.
Ma i nemici della libertà non sono sempre esterni agli individui: si trovano anche dentro di loro.

4262

Uno psicanalista con velleità di sociologo, Erich Fromm, scrisse mezzo secolo fa un libro molto interessante, il cui titolo è significativo: FUGA DALLA LIBERTA’.
Il problema è questo: al cittadino fa paura la sua libertà, la varietà di possibilità e di tentazioni che gli si offrono. gli errori che può fare e le bestialità che può arrivare a commettere… ‘se lo vuole’.

4263

Si trova a galleggiare nel consueto mare di dubbi, senza punti di riferimento, dovendo scegliere personalmente i propri valori, sforzandosi di valutare da solo che cosa deve fare, senza che la tradizione, gli dei o la saggezza dei capi possano alleggerirgli troppo il compito.
Ma soprattutto il cittadino ha paura della ‘libertà degli altri’.
Il sistema che si basa sulla libertà è contrassegnata dal fatto che non posso mai sapere quello che accadrà.
Dunque avverto la libertà degli altro come una minaccia, perché mi piacerebbe che fossero perfettamente prevedibili, che assomigliassero a me e non potessero andare mai contro i miei interessi.
Se gli altri sono liberi, è chiaro che possono comportarsi bene o male.
Non sarebbe meglio che dovessero essere buoni per ‘forza’?

4264

Non corro troppi rischi lasciandoli liberi?
Molte persone rinuncerebbero volentieri alla propria libertà a condizione che anche gli altri fossero privati della loro: tutto andrebbe come deve andare e chi s’è visto, s’è visto.
[…]
Voglio dire che si sono già visti cittadini liberi usare la propria libertà per distruggere le libertà e servirsi della ‘maggioranza’ democratica per distruggere la democrazia.
Le libertà pubbliche implicano delle ‘responsabilità’.

4266

Essere responsabili significa essere capaci di ‘rispondere’ per ciò che si è fatto, assumendosi le proprie responsabilità, e questo riconoscimento delle proprie responsabilità implica almeno due atteggiamenti importanti: primo, dire ‘sono stato io’, quando gli altri vogliono sapere chi ha fatto determinate azioni che hanno causato, più o meno direttamente, determinato effetti (buoni, cattivi, tutti e due insieme); secondo, essere capaci di dare spiegazioni (cioè argomentare ndr) quando ci chiedono il perché delle nostre azioni.
‘Rispondere’, non c’è bisogno di dirlo, ha a che fare con ‘parlare’, articolare una comunicazione con gli altri.
In democrazia, la verità delle azioni che avranno ripercussioni pubbliche non appartiene mai soltanto all’agente incaricato di compierle, ma si stabilisce in dibattito, più o meno polemico, con il resto della comunità.
[…]

4265

Gli irresponsabili possono essere di molti tipi.
Ce ne sono di quelli che non si prendono la responsabilità di quello che hanno fatto (o non hanno fatto ndr): *la colpa non è mia, è delle circostanze*.
Loro non hanno mai fatto niente, la colpa è sempre del sistema politico ed economico vigente, della propaganda, dell’esempio degli altri, della propria educazione o della mancanza di essa, di un’infanzia infelice, di un’infanzia troppo felice e viziata, degli ordini dei superiori, degli usi comuni, di una passione travolgente, del caso … (e sono sempre pronti e veloci ad indossare la maglietta che vedete a lato)
Badate che non sto dicendo che per comprendere ‘compiutamente’ le azioni di una persona non si debbano tenere presente il suo passato, le circostanze, ecc.

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Ma una cosa è tenerli presente e un’altra è farli diventare una fatalità che annulla la capacità dell’individuo di ‘rispondere’ per le sue azioni.
Ovviamente, questo rifiutarsi si essere ‘soggetti’ per diventare oggetti puri alla mercé delle circostanze ha luogo solo quando le conseguenze di un fatto che ci viene imputato sono poco piacevoli: se invece si cerca il responsabile di qualcosa per dargli un premio o una medaglia, diciamo subito *sono stato io* con il massimo orgoglio.
Accade raramente che qualcuno dica di non essere stato lui, ma il caso o le circostanze, quando gli si attribuisce un atto eroico o un’invenzione geniale …
[…]”

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Beh … direi che aggiungere un commento sia superfluo, c’è già a sufficienza per una bella riflessione e, per qualcuno(a volte, me compreso), di un mea culpa;
ed in giro di questi ‘qualcuno’ ne circolano parecchi …

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La differenza tra ‘sapere’ e ‘sentire’


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Tratto da LA CAPRA CANTA di Ludovica Scarpa
eccovi uno stralcio del capitolo
LA DIFFERENZA TRA ‘SAPERE’ E SENTIRE

“Alcuni intendono con empatia il ‘sapere’ che cosa sente l’altro, ad esempio il suo dolore, e tuttavia gioirne.
Col termine possiamo indicare invece una differenza qualitativa, quella tra il sapere e il sentire.
Pensiamo al caso di chi sa di far del male e lo fa coscientemente, traendone soddisfazione, ad esempio un torturatore, e chiediamoci: che cosa ‘sente’ chi si comporta così?
Sente la propria soddisfazione nell’avere potere sull’altro, ma non il dolore dell’altro, soffrendone come se fosse il ‘suo’.
Ma è proprio questa caratteristica dell’empatia a farne la base dell’intersoggettività, per superare la partigianeria dell’Io, barricato nel proprio solitario sentire.
Usare il termine empatia per chi si rallegra del dolore altrui rende inservibile il concetto.
Utilizzo allora quello di empatia-a-priori per intendere il ‘sentire come ci si sente nel sentirci come si sente l’altro’: sentire diventa per noi una nuova modalità cognitiva, un sapere ‘in modo immediato’, un sentire al quadrato, o anche al cubo.
Aprirsi all’empatia-a-priori è scegliere di sintonizzarsi sui bisogni (spirituali ndr) degli esseri umani, sulla loro preferenza fondamentale per il vivere bene: e non fare differenze tra la mia, la tua, la sua sofferenza.
Questa energia cerca di evitare interpretazioni, focalizzando l’attenzione sul sentire immediato.
E’ una disponibilità emozionale al passaggio dalla soggettività all’intersoggettività.
Mi posso allenare a raggiungere questo livello del ‘sentire di sentire’ ponendomi la domanda, quando mi sento x :
come mi sento a sentirmi x ?
Con il sentire al quadrato ci avviciniamo a un capire per approssimazione, mai sicuro, facciamo esperienza di come è un sentirsi come ci si sente a sentirsi in un certo modo.
Nel farlo creiamo nella mente e nel cuore nuovi livelli di osservazione, di consapevolezza.
Focalizziamo l’attenzione empatica, una scorciatoia per superare il dualismo soggetto-oggetto, col cuore aperto all’intersoggettività.
Tuttavia, col limite di basarci sulla nostra esperienza e sul nostro sentire.
Ma l’empatia verso il il nostro bisogno tragicamente umano di certezze ci aiuta ad accettare la nostra condizione e ad allenarci a farne a meno ogni volta che ci è possibile, e quindi a poter rinunciare al bisogno di di aver ragione e lottare.
Possiamo distinguere se stiamo facendo del bene o del male solo ‘sentendo’: per cui, se siamo abituati più a sapere che a sentire, rischiamo di essere implacabili con le nostre certezze, e più disponibili alla rabbia.

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Non è possibile non sentirci in alcun modo, la nostra mente ci informa sempre, con sensazioni di emozioni, segnalandoci se è il caso di rilassarci o di stare in guardia.
Una variante della interconnessione empatica è il fenomeno del contagio emozionale che sperimentiamo ogni giorno (e con qualcuno che lo usa ad arte
… ndr).
L’empatia ci rende più comprensivi anche verso noi stessi: la tradizione buddhista parla della mente non lavorata dalla consapevolezza come di una scimmia che salta di ramo in ramo, di concetto in concetto e da un’immaginazione all’altra, senza senso, e credendo senz’altro a quello che assegna: possiamo provare simpatia per la nostra scimmietta, che fa del suo meglio e che si allena con noi.
Non servono allora le ideologie, se con l’empatia a priori prendiamo sul serio e in modo immediato il valore, i bisogni, le preferenze e le risorse caratteristici di noi esseri umani e, e la nostra vulnerabilità.
E questa mi pare davvero una buona notizia.
Con la ‘logica del sentire’ e la generale preferenza per il bene, quel che riusciamo a superare, con le nostre scelte, è il bisogno di tenerci strette a certezze, a sistemi di credenze e convinzioni, a quei prodotti culturali che rispondono al bisogno di appartenenza.
Da antropologi dell’esperienza possiamo studiare con distacco la libido sociale di voler vivere una vita sentendo di stare dalla parte giusta.
La Storia ce ne mostra il prezzo in termini di violenza, e non ci stupisce: le ideologie danno potere a desideri collettivi, e, come abbiamo visto, i desideri in sé sono una forzatura potenzialmente violenta della realtà.
Chi è ‘certo’ di stare dalla parte giusta può facilmente disprezzare gli altri e credere ‘sinceramente’ che il dolore che infligge loro sia accettabile.
Al livello di vita quotidiana ci danneggiamo inutilmente disprezzando le opinioni e i modi di vivere dell’altro, presupponendo un’intenzione malvagia dietro ai suo sforzi per occuparsi come può dei suoi bisogni.
Cercando di realizzare il desiderio di non danneggiare, staremo allora particolarmente in guardia dalle nostre ‘certezze’ tendenziose.
E se osserveremo con distacco e prudenza i meccanismi mentali che ci permettono di produrne.
Ci ‘sentiamo’ liberi di scegliere – o di non farlo – e di osservare come funziona la nostra mente oppure di vivere ‘in automatico’.
Ci prendiamo la responsabilità delle nostre scelte se – invece di chiederci se un comportamento è oggettivamente ‘giusto’ -, ci chiediamo. sentendo con attenzione come ci sentiamo, quali sono gli ‘effetti’, per tutti, del comportamento che stiamo per mettere in atto, e se siamo pronti a farcene carico.”

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Io ho sempre interpretato la parola ‘empatia’ secondo una accezione positiva e mai ho pensato all’empatia collegata al ‘sentire’ di uno stupratore o torturatore (pur conscio che alcuni di quelli che arrecano dolore lo fanno perchè provano del piacere nel farlo), l’avrei descritto con un termine diverso.

Ho altresì sempre creduto che l’empatia sia uno dei requisiti fondamentali che un Uomo dovrebbe possedere;

Brano la cui lettura non è forse agevoòlissima ma degno di grande attenzione

“non fare differenze tra LA MIA, LA TUA, LA SUA sofferenza” è un pensiero bellissimo (tipico anche della cultura dei nativi americani);

altrettanto dicasi per “quali sono gli ‘effetti’, PER TUTTI, del comportamento che stiamo per mettere in atto, e se siamo pronti a farcene carico”;

sono 2 pensieri sui quali sarebbe opportuno soffermarsi a riflettere …

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Conformismo


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Da I VIZI CAPITALI E I NUOVI VIZI
di Umberto Galimberti
dal Capitolo CONFORMISMO

*Oltre agli obblighi cui siamo preparati, concernenti le restrizioni pulsionali, ci sovrasta il pericolo di una condizione che potremmo definire ‘la miseria psicologica della massa’.
Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale s’è stabilito soprattutto attraverso ‘l’identificazione reciproca dei vari membri’ *
IL DISAGIO DELLA CIVILTA’ – (1929) – Sigmund Freud –

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“A nessuno è data la possibilità di scegliersi l’epoca in cui vivere, né la possibilità di vivere senza l’epoca in cui è nato, non c’è uomo che non sia figlio del suo tempo e quindi in qualche modo ‘omologato’.
Accade però che, rispetto alle epoche che l’hanno preceduta, la nostra epoca è la prima a chiedere l’omologazione di tutti gli uomini come condizione della loro esistenza.
Non dunque un’omologazione come ‘dato di fatto’ ma un’omologazione ‘di principio’, le cui ragioni vanno ricercate in quelle condizioni per cui, nell’età della tecnica e dell’economia globale, lavorare significa ‘col-laborare’ all’interno di un apparato, dove le azioni d ciascuno sono già anticipatamente descritte e prescritte dall’organigramma per il buon funzionamento dell’apparato stesso.

LA COSCIENZA OMOLOGATA – Un’azione è omologata quando è conforme a una norma che la prescrive, quindi quando non è una ‘azione’, ma una ‘conform-azione’.
E conformazioni sono tutte le azioni che si compiono in un apparato e in funzione dell’apparato, al cui interno il ‘fare da sé’ cessa dove comincia ciò che ‘deve essere fatto’ in perfetto accordo con le altre componenti dell’apparato.
Gli scopi che l’apparato si propone non rientrano nelle competenze del singolo individuo e talvolta, stante l’alta sofisticazione tecnica, nelle possibilità delle sue competenze.
Ciò comporta che la coscienza dell’individuo si riduce alla ‘coscienziosità’ nell’esecuzione del suo lavoro (o compito ndr), e in questa riduzione è l’atto di nascita della ‘coscienza conformista’, a cui viene richiesta solo una buona qualità di collaborazione, indipendente dagli scopi dell’apparato.
Ma quando lo scopo del lavoro viene separato dal lavoro richiesto per raggiungerlo, lo scopo non proietta alcun riflesso sull’attività di chi vi partecipa, e perciò tutti coloro che collaborano con l’apparato, essendo esonerati dal sapere quello che fanno, compiono azioni che sono per principio ‘irresponsabili’, perché ciò che a loro si chiede è solo la responsabilità della buona esecuzione, non la responsabilità del suo scopo.
Ora, privare un’attività del suo scopo significa privare chi vi prende parte di un vero rapporto con il ‘futuro’, e, senza futuro, l’agire si muove in quell’orizzonte senza tempo che lo trasforma in un fare senza senso, pura risposta alle richieste dell’apparato, non dissimile della rigida risposta che ogni animale dà agli stimoli che provengono dal suo ambiente.
[…]

IL SANO REALISMO – Sarà per questo che fin da piccoli ci siamo sentiti dire che il successo si consegue più facilmente se ci si adatta alle esigenze degli altri (rinunciando ovviamente a realizzare noi stessi), e così abbiamo fatto quando imitavano i tratti e gli atteggiamenti di tutte le collettività in cui entravamo a far parte.
[…]
Alla minima obiezione c’era sempre chi ci ricordava che questo atteggiamento si chiama ‘sano realismo’, mentre in noi sorgeva il sospetto che con questa espressione non ci si riferisse tanto a rappresentazione fedele del reale, ma quella determinata ‘presa di posizione’ sul reale che è l’ accettazione indiscussa dell’esistente, il cui valore consiste semplicemente nell’essere così come esso è, senza la minima cura della sua qualità morale.

L’INCOSCIENZA DELLA COSCIENZA OMOLOGATA – Affinché l’adattamento non venga avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo, che è poi il mondo della tecnica e dell’economia globale, non venga avvertito come uno dei ‘possibili’ mondi, ma come ‘l’unico’ mondo fuori dal quale non si danno migliori possibilità di esistenza.
Allora e solo allora l’ordine e l’obbedienza non saranno più percepiti come fatti coercitivi.
[…]
Se il mondo dei beni da produrre e consumare riesce a costituirsi come mondo coeso e senza lacune, senza interruzioni, senza alternative, gli obblighi imposti da questo mondo e le obbedienze richieste non saranno più avvertiti come tali, bensì come ‘condizioni naturali’ per essere nel mondo.
Ma quando ‘un’ mondo riesce a farsi passare come ‘l’unico’ mondo, l’omologazione degli individui raggiunge livelli di perfezione tali che i regimi assoluti o dittatoriali delle epoche che ci hanno preceduto neppure lontanamente avrebbero sospettati di poter realizzare.”

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