la Musica è … per tutti


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L’Evoluzione umana


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“Gli esseri umani credono a tutto quel che sentono dire invece di credere soltanto a quello che hanno potuto riconoscere direttamente attraverso una giudiziosa riflessione, maturata da un “dibattito comparativo” fra tutti i dati già immagazzinati in loro.
Una cosa l’uomo deve ben comprendere: la sua evoluzione non è necessaria che a lui.
Nessun altro vi è interessato, ed egli non deve contare sull’aiuto di nessuno; infatti, nessuno è tenuto ad aiutarlo e neppure ne ha l’intenzione.
Al contrario, le forze che si oppongono all’evoluzione di grandi masse umane, si oppongono anche all’evoluzione del singolo.
Spetta a ciascuno di noi eluderle. E se un uomo può sottrarsi ad esse, l’umanità non lo può.
Comprenderete più tardi come questi ostacoli siano utili; se non esistessero bisognerebbe crearli intenzionalmente, poiché soltanto vincendo degli ostacoli l’uomo può sviluppare in sé le qualità di cui ha bisogno.

Queste sono le basi per una visione corretta dell’evoluzione umana.
Non esiste evoluzione obbligatoria, meccanica.
L’evoluzione è il risultato di una lotta cosciente.
L’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione della sua coscienza, e la coscienza non può evolvere inconsciamente.
L’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione della sua volontà, e la Volontà non può evolversi involontariamente.
L’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione del suo potere di fare, e fare non può essere il risultato di ciò che accade.
La Volontà vera esiste soltanto quando un solo ‘io’ governa, quando c’è un “padrone” nella casa.
Un uomo comune non ha “Padrone”.
Egli è governato ora dalla mente, ora dai sentimenti e ora dal corpo.
Spesso l’ordine arriva dall’apparato formatorio e ancora più spesso quest’uomo riceve gli ordini dal centro sessuale.
La nostra volontà è la supremazia di un desiderio su un altro.
La libera volontà è la funzione del padrone in noi.”

(G.I. Gurdjieff)

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Immagine e testo tratti da    Realtà, inganno e manipolazione

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Moderna libertà di stampa


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Venerdì scorso interessante faccia a faccia tra Massimo Giannini e Alessandro Di Battista durante la trasmissione ‘Accordi E Disaccordi’ in onda su Canale Nove.
Probabilmente ne siete a conoscenza.
In questo brevissimo video abbiamo la conferma: Giannini è un giornalista libero.
Libero di dire “verità alternative” (chiamiamole così …); il problema è che come lui ce ne sono troppi

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Au Revoir


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Au Revoir

Che bella questa traduzione opera di una
sconosciuta MARIA (trovata su Internet)

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Oggi non sono me stesso
E tu, tu sei qualcun altro
E tutte queste regole non funzionano
E tutti quegli inizi possono finire

Che condizione bizzarra, quella in cui siamo
Che condizione bizzarra, quella in cui siamo

Facciamo un gioco
In cui tutte le vite che conduciamo possono cambiare
Facciamo un gioco
In cui niente di quello che vediamo resta se stesso

Troveremo altri pezzi del puzzle
Chiusi a chiave
Posso mostrarti quante mosse vuoi per fare scacco matto ora
Possiamo mettere da parte la vita che ci stiamo costruendo
E chiuderla in una scatola
Tutti i problemi reali si riducono a cosa stiamo facendo ora
Proprio ora

Troveremo altri pezzi del puzzle
Chiusi a chiave
Posso mostrarti quante mosse vuoi per fare scacco matto ora
Possiamo mettere da parte la vita che ci stiamo costruendo
E chiuderla in una scatola
Tutti i problemi reali si riducono a cosa stiamo facendo ora
Proprio ora

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Dare credito ai nostri giudizi ci rende degli incapaci


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Mercatus, sive Natura … purtroppo oggi è la realtà quotidiana …

vi invito ad approfondirne il ‘senso’ leggendo >>> qui

la trovo una lettura interessantissima che condivido pienamente (la seconda parte poi sembra una ‘istantanea’ che fotografa perfettamente il mondo attuale) …

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Il nome dell’uomo è legione


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5596

“L’uomo non ha un Io individuale, al suo posto vi sono centinaia e migliaia di piccoli io separati che il più delle volte si ignorano, non hanno alcuna relazione, o, al contrario, sono ostili gli uni agli altri, esclusivi ed incompatibili.
L’uomo è una pluralità.
Il nome dell’uomo è legione.
L’alternarsi di questi io, le loro lotte manifeste, di ogni istante, per la supremazia, sono comandate dalle influenze esteriori accidentali.
Un piccolo io accidentale può, a un certo momento, fare una promessa, non a se stesso, ma a qualcun altro, semplicemente per vanità o per divertimento.
Vite intere trascorrono così, per regolare dei debiti contratti da piccoli io accidentali.”

(G.I. Gurdjieff)

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Immagine e testo tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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Una corsa disumanizzante contro il tempo che ci fa perdere contatto con noi stessi. E’ questa la “civiltà” che ci piace?


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5595

“Tokyo compression” è il progetto del fotografo tedesco Michael Wolf, realizzato per raccontare la metropoli giapponese attraverso i volti dei cittadini ingabbiati nella metropolitana e per denunciare che cosa sia diventata la “civiltà”.

Sopratutto nelle ore di punta la metropolitana si trasforma nell’ultimo posto in cui si vorrebbe essere, un posto in cui non si riesce quasi più a respirare e a compiere alcun movimento.
Nello specifico, i vagoni accolgono un numero di persone talmente elevato da trasformarsi in luoghi pericolosi in cui non vi è la possibilità di muovere un braccio fino al punto di schiacciare il proprio viso al finestrino.

Visi che diventano tutt’uno con il vetro, corpi schiacciati l’un l’altro, nessun confine personale, nessuna intimità, aria rarefatta e non sufficiente per il numero di persone presenti; e, nonostante tutto, costretti a vivere tutto ciò perché il lavoro chiama e bisogna rispondere.
Donne e uomini sofferenti, boccheggianti, con espressioni facciali che chiedono aiuto, annaspando in uno spazio vitale ridotto al minimo, da sembrare morti e inscatolati come sardine, ammassati senza ritegno.

Michael Wolf da sempre si dimostra attento osservatore di dinamiche sociali che denuncia con tutti i mezzi a suo disposizione, primo fra tutti quello fotografico che produce una forte risonanza per via dell’immediatezza visiva con cui fa giungere il messaggio allo spettatore; diretto e violento come un pugno nello stomaco, doloroso come uno schiaffo in pieno viso, pronto a risvegliare le coscienze dal torpore in cui spesso ci avvolgiamo fatto di pressioni dal mondo esterno, di tempistiche da rispettare, in una estenuante e priva di senso gara al raggiungimento di un fittizio equilibrio vitale.

Un progetto fotografico che è lo specchio perfetto del sistema e del momento storico-sociale che stiamo vivendo, una corsa disumanizzante contro il tempo che ci fa perdere contatto con noi stessi.

E’ questa la “civiltà” che vi piace?

http://photomichaelwolf.com/#tokyo-compression/1

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Immagine e testo tratti da  Deviance Project

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Rispondere con un “no” a tale domanda sembrerebbe scontatissimo; eppure l’umanità non fa nulla per dimostrare di voler rispondere in tal modo …
ovviamente non è un discorso circoscritto al paese del ‘sol levante’ …

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Le pecore diventano il cane pastore per il resto del branco


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5594

“I pochi controllano le masse, e i membri delle masse si sorvegliano e si controllano a vicenda.
Le pecore diventano il cane pastore per il resto del branco.
Come se un prigioniero cercasse di scappare mentre gli altri suoi compagni di cella accorrono per fermarlo.
Se ciò accadesse, diremmo che quei prigionieri sono pazzi, come potrebbero fare una cosa del genere?
Ma è esattamente questo che gli essere umani si fanno l’un l’altro ogni giorno, pretendendo che ognuno si conformi alle norme a cui essi ciecamente si conformano.
Questo non è nient’altro che fascismo psicologico; la polizia del pensiero con agenti in ogni casa, dappertutto.
Agenti a tal punto condizionati da non sospettare minimamente di essere controllori mentali non retribuiti.”

(David Icke)

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Immagine e testo tratti da    Realtà, inganno e manipolazione

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L’elefante incatenato … [é arrivato il momento di liberarci delle nostre catene immaginarie]


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5591

foto tratta da ByoBlu

È arrivato il momento di liberarci delle nostre catene immaginarie.

Questo racconto si intitola “L’elefante incatenato” ed è tratto da “Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere” dello scrittore argentino Jorge Bucay.

Quando ero piccolo adoravo il circo, ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini.

Durante lo spettacolo faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune … ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.
Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri.
E anche se la catena era grossa mi pareva ovvio che un animale del genere potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.

Che cosa lo teneva legato?

Chiesi in giro a tutte le persone che incontravo di risolvere il mistero dell’elefante.
Qualcuno mi disse che l’elefante non scappava perché era ammaestrato … allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”.
Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.

Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto.
Per mia fortuna qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato tanto saggio da trovare la risposta: l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato ad un paletto che provava a spingere, tirare e sudava nel tentativo di liberarsi, ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui, così dopo vari tentativi un giorno si rassegnò alla propria impotenza.

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché crede di non poterlo fare: sulla sua pelle è impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata e non è mai più ritornato a provare …
non ha mai più messo alla prova di nuovo la sua forza … mai più!

Tutti noi italiani, oggi, ma anche lo Stato che ci rappresenta, viviamo la stessa convinzione di impotenza.

Ci hanno raccontato talmente tanto che siamo indebitati, spreconi, evasori, corrotti, incapaci, scansafatiche, e chi più ne ha, più ne metta, che ci siamo convinti che non c’è più niente da fare, che ci meritiamo di vivere incatenati ed obbedienti verso chi ci comanda, siano essi i mercati finanziari, la Commissione Europea o la BCE.

Viviamo incatenati al debito pubblico, che ci rende schiavi dei mercati finanziari.

In realtà siamo schiavi non perchè lo siamo davvero, ma perchè crediamo di esserlo.

Karl Marx diceva che “La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi.”

Purtroppo ci siamo convinti della robustezza della catena del debito che ci tiene legati al paletto dei mercati finanziari, da non riuscire neanche a pensare di provare a liberarci, convinti che i Trattati Europei siano talmente vincolanti da impedire qualsiasi movimento libero.
Non parliamo poi della convinzione che i mercati finanziari siano talmente potenti, da poterci schiacciare quando e come vogliono.

Lo Spread ormai è diventato l’arma di distruzione di popolo, equivale allo schiocco di frusta per l’elefante, che non può certo fargli male, ma è il segnale che deve obbedire agli ordini del padrone.

In realtà è bastato un piccolo accenno di voler rompere la catena, dichiarando di voler fare un deficit del 2,4%, che subito si è scatenato il finimondo, perchè hanno tutti una gran paura che la corda si possa spezzare, se solo proviamo a forzarla, perchè ci potremmo finalmente liberare dall’idea che dobbiamo sottostare ai ricatti ed alle ritorsioni dei nostri usurai.

5592

Noi viviamo ormai incatenati in fondo alla caverna di Platone, costretti a guardare uno schermo televisivo dove i cosiddetti esperti economici e i giornalisti mainstream ci ripetono sempre lo stesso mantra :
siamo uno Stato povero e indebitato;
siamo un popolo di corrotti e di evasori;
lo Stato non ha soldi e rischia il default;
l’enorme debito pubblico deve essere ripagato;
i Trattati Europei impediscono politiche espansive;
la Costituzione è diventata carta straccia.

Purtroppo viviamo in un sistema economico e finanziario dove il denaro svolge un ruolo importantissimo, ma non abbiamo minimamente la consapevolezza di chi lo crea, come e dove lo utilizza, ma soprattutto non ci rendiamo conto di quali sono le vere cause di questa crescita esponenziale del debito e delle disuguaglianze in tutti i paesi del mondo.

Ci hanno convinto che siamo in questa situazione per colpa nostra, mentre invece noi siamo solo le vittime inconsapevoli di un sistema di sottrazione di risorse voluto e programmato da tempo.

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Parleremo di questo nell’incontro “Società, economia e moneta positiva” che si terrà a Roma il 23 novembre 2018 alle ore 15,30, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, con gli amici Antonino Galloni, Antonio Maria Rinaldi, Giovanni Zibordi, Marco Cattaneo, Orango Riso e Steve Keen (in video).

L’ingresso è libero e gratuito, ma è necessaria la richiesta di accredito a monetapositiva@gmail.com, affrettatevi perchè sono rimasti solo pochi posti disponibili.

Dimostreremo con dati reali ed incontrovertibili, che la verità è ben diversa.

Fabio Conditi
Presidente dell’Associazione Moneta Positiva
http://monetapositiva.blogspot.com

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Trovo giusta l’esortazione iniziale (anche se dubito che venga capita e messa in atto dalla maggioranza delle persone;
concordo e penso che l’esempio dell’elefante sia di grande insegnamento per chiarire che sia noi a creare le nostre paure e le nostre catene (aiutati dalle ‘spintarelle’ esterne di poteri e media).

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Ascoltare ma non sentire


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5590

“La gente è così addormentata che se ti limiti a parlare, ascolteranno ma, al tempo stesso, non sentiranno nulla.
Ascoltano, ma non sentono.
Anche se ascoltano, interpretano te e le tue parole a modo loro: le coloreranno con il loro significato.
La gente è così addormentata che deve essere colpita da situazioni reali, solo allora qualcosa può penetrare nelle loro testi pesanti, ottuse, spesse, insensibili e poco intelligenti.”

(Osho)

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Immagine e testo tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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Condivido questo pensiero al 100% in quanto ho riscontrato in diverse (diciamo molte) occasioni che hanno un fondamento di verità inequivocabile.
Ho visto con i miei occhi persone che ascoltano senza ‘sentire’ e che, per questo motivo, ‘interpretano’ assegnando il ‘loro’ significato ai pensieri altrui …

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Comparsa, Decorso, Effetti di quella patologia sociale ed ecologica chiamata CIVILTA’


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Dal sito dell’autore:
“L’ultima era analizza il presente che stiamo vivendo e il passato antecedente la comparsa dell’agricoltura con lo scopo di guardare a un futuro liberato dalle aspettative catastrofiche in avanzato stato di realizzazione.
Lo spettro della crisi agita ormai le preoccupazioni di tutti, ma la domanda più pertinente sembra essere elusa: che cos’è questa crisi che ci tormenta?
È soltanto uno stato passeggero in procinto d’essere superato da una Nuova Economia, una Nuova Politica, una Nuova Ecologia, o è qualcosa di cronico, di radicato fin nel profondo del nostro stesso modo civilizzato di vedere le cose?
Mentre si continua a disboscare foreste, a sventrare montagne, a erodere suoli, a contaminare fiumi, a ingrigire spazi celesti, a schiavizzare persone e animali riducendo tutto quel che esiste a carburante della Megamacchina, il tecno-capitale rigenera se stesso presentandosi in versione “green” per rendere ancora più efficace e silenzioso il suo canto di morte.”

Insomma, L’ultima Era è un libro di critica radicale alla civilizzazione.
E’ diviso principalmente in tre parti:
la prima, che fa il drammatico punto della situazione del mondo odierno (parlando delle malattie e del profondissimo disagio diffuso nella parte “felice” del mondo, parlando della devastazione e dello sfruttamento nella parte “sfortunata” del mondo, parlando dell’ideologia della macchina che imprime sempre di più la sua impronta nelle nostre vite e nelle nostre mentalità, parlando dell’ideologia del profitto che inquina sempre di più ogni aspetto delle nostre relazioni, facendo un resoconto ecologico riguardante il pianeta);
la seconda, che si occupa di ripercorrere la storia della nostra specie al fine di capire se sono esistite comunità con altri modi di vivere ed intendere la vita, per quanto tempo sono esistite, su quali basi erano fondate e quali sono le principali differenze con la civiltà moderna (prendendo in riferimento la felicità, l’attaccamento ai beni materiali, il grado di competitività presente nelle vite, le guerre, la capacità di adattamento e di resistenza, le malattie e la salute, le strutture gerarchiche, le relazioni “economiche”, le relazioni affettive, le divisioni in classi sociali, l’eguaglianza tra i sessi, etc.), ma anche di capire cosa ci ha portati alla situazione attuale;
la terza, che analizza le prospettive che possiamo iniziare a prendere in considerazione per provare a fermare il collasso, parlando quindi di identificazione del problema, accorgimenti personali nella vita quotidiana, attitudini verso ciò che c’è attorno, ma anche criticando fortemente le “finte soluzioni” che lasciano intatta la radice del problema che ci vengono continuamente propinate.

L’ultima Era è un libro che è in grado di dare tutti gli strumenti di critica necessari a comprendere la nocività dei meccanismi del mondo moderno ed allo stesso tempo fornisce esempi di vita alternativi in grado di farci mettere in dubbio la nostra mentalità e di provare a ripensarla.
Insomma, uno dei testi che più vi consiglio.
Concludo riportando una parte di intervista dell’autore.
Si parla della seconda parte del libro, in particolare di quando viene tracciato un excursus di quello che è stato lo sviluppo delle principali antiche civiltà della storia individuandone tratti comuni per quanto riguarda il loro corso di degenerazione, ritrovando quegli stessi tratti nella nostra civiltà e riflettendo però sul fatto che quella attuale, a differenza di quelle passate, è una civiltà di proporzioni globali.

“Ogni antica civiltà, infatti, che sia sorta nella cosiddetta Mezzaluna Fertile, in Africa, in Europa, nell’America precolombiana, in Asia o in Oceania, ha seguito un identico iter di ascesa, picco e collasso che appartiene alla stessa natura congenita della civilizzazione.
Originariamente popolata da comunità di raccoglitori-cacciatori, ogni civiltà è divenuta tale passando dal nomadismo alla sedentarietà (attraverso l’agricoltura), facendo quindi nascere il bisogno del lavoro (il lavoro agricolo), e poi quello della proprietà privata (per difendere i frutti del lavoro agricolo), poi quello della guerra (per difendere i possedimenti), e poi ancora quello della stratificazione sociale e della gerarchia (infatti per fare la guerra ci vogliono i generali che danno gli ordini e i soldati che li eseguono).
Tale stravolgimento, sopprimendo in modo definitivo quell’originaria condizione di eguaglianza tipica di tutte le comunità di raccolta e caccia, ha portato alla nascita di quelle che oggi chiamiamo classi sociali, e alla discriminazione tra classi sociali (e cioè alla formale e legale distinzione tra appartenenti a classi sociali diverse: governanti e sudditi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ecc.).
Con la distinzione tra classi sociali è sorto il bisogno della politica, e cioè di quell’arte oratoria utile ad ottenere che ogni individuo facente parte di una data società giunga ad accettare il suo assegnato “posto sociale”, e dunque che gli ultimi accettino di stare sotto (illudendoli, imbonendoli, irretendoli e promettendo loro che tutto cambi affinché tutto possa invece rimaner com’è).
E mentre si svolgevano tali meritorie attività di coartata pacificazione sociale interna ai confini di quelle organizzazioni territoriali che ormai avevano assunto la forma di veri e propri Stati, Regni e Imperi, l’esigenza di tenere acceso il motore della Grande Macchina imponeva ai relativi governi di dichiarare sempre nuove guerre verso l’esterno, per avere nuove terre, nuovi approvvigionamenti, nuovi schiavi, nuove ricchezze materiali; cosa che però determinava un aumento sempre più smisurato della popolazione nazionale (la sovrappopolazione è un effetto diretto della civilizzazione) e un’espansione incontrollata della produzione (agricola, manifatturiera, di servizi).
Nascevano così il colonialismo e l’imperialismo.

Il problema è che la Megamacchina non è mai sazia; non solo: essa è anche sempre in costante competizione con le altre Megamacchine vicine che minacciano di inglobarla e di annientarla.
Ciò costringe a tenere sempre altissimi gli investimenti e gli sforzi per la difesa interna e l’offesa esterna, con conseguente sempre maggiore burocratizzazione della vita sociale all’interno degli agglomerati nazionali e di distruzione di quella ecologica fuori dai confini.
La necessità di sedare rivolte popolari sempre più accese, di spegnere rivoluzioni, ribellioni e ammutinamenti di ogni genere, imponeva infatti un’irreggimentazione interna sempre più rigida, così come diventava irrinunciabile schiacciare sull’acceleratore di una politica di ulteriore conquista verso l’esterno spingendo al massimo il livello della distruzione ambientale necessaria a costruire nuove armi sempre più all’avanguardia, difendere le classi privilegiate da qualsiasi attacco e cercare di alimentare una popolazione sempre più crescente e affamata.
Il tutto fino al collasso.
È così infatti che sono finite, miseramente, tutte la antiche civiltà della storia: con un crollo verticistico e la morte di tutti.

Ascesa, picco e collasso sono insomma fasi congenite al processo di civilizzazione, e se qualcuno vi volesse leggere qualche preoccupante segnale riconducibile anche alla nostra moderna condizione di oggi, quella di una “civiltà globale” che ha ormai conquistato tutto il pianeta Terra e si appresta all’ultimo giro di giostra, non farebbe un pensiero peregrino.
In fondo, le condizioni che hanno fatto scomparire dalla faccia della Terra civiltà un tempo potenti e gloriose come quelle degli Assiri, dei Babilonesi, degli Egizi, dei Greci, dei Romani, dei Maya, degli Anasazi, dei popoli della Valle dell’Indo, di quelli dell’antica Cina, ecc. sono le stesse che stanno portando oggi l’intero Pianeta al default.

Siamo in pericolo!
In grave pericolo!
E se non ci affretteremo a invertire la rotta che ci sta trascinando fin sull’orlo del precipizio, presto arriveremo su quell’orlo; e, a quel punto, la cultura progressista dell’andare sempre avanti a testa bassa ci spingerà a fare un altro passo ancora…”

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Immagine e testo tratti da     Mosca Bianca

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Mi scuso per la lunghezza di quanto appena letto,
ma trovo che sia incredibilmente veritiero ed interessante …
tanto da meritare sicuramente una riflessione …

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