Modern Educayshun


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“Educazione moderna” (in lingua originale “Modern Educayshun“, col nome volutamente storpiato) è un cortometraggio del regista australiano di origini indiane Neel Kolhatkar.
Tratta (a suo modo) di alcune “cose” molto in voga di questi tempi …
tra cui il “pensiero unico” nel mondo del “politically correct”.
Un po’ estremo … eppure mi ricorda qualcosa …

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L’Ambientalismo degli stupidi


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È vero, stiamo rovinando l’ambiente. È vero, stiamo depredando il pianeta delle sue risorse naturali. È vero, stiamo avvelenando l’aria, l’acqua e i cibi che mangiamo.
Ma problemi del genere, che sono di portata globale, richiedono soluzioni complesse e ragionate, e non ci si può certo accontentare di gesti simbolici che servono solo ad acquietare momentaneamente la nostra coscienza, ma non possono minimamente intaccare i problemi che abbiamo di fronte.
Sembra invece che ultimamente si sia scatenato una gara a chi riesce a inventare la soluzione più stupida per far vedere che lui ha capito come si fa a risolvere il problema ambientale.
La capofila di queste stupidità è proprio Greta Thunberg, che ha deciso di non viaggiare più in aereo “perché gli aerei inquinano”. Ma pensare oggi di abolire i voli aerei è assolutamente ridicolo, come è ridicolo pensare di poter modificare in modo sostanziale il modo in cui funzionano i loro motori. Talmente ridicolo, fra l’altro è stato il gesto di Greta, che poi per riportare indietro la barca a vela che l’aveva trasportata fino a New York hanno dovuto andarci – in aereo naturalmente – quattro marinai. Per cui, per un biglietto aereo risparmiato da lei, ne sono stati acquistati quattro per l’equipaggio di ritorno.
Ma Greta è stata solo la apripista delle idiozie “a impatto zero”. Ultimamente la rivista Vogue Italia ha deciso di cavalcare l’onda ambientalista con una scelta tanto spettacolare quanto ridicola. Hanno fatto un intero numero della loro rivista senza fotografie (che è un po’ come se la Ferrari facesse un’automobile senza il motore, tanto per capirci: le riviste di moda SONO le loro fotografie). E la loro spiegazione è stata talmente stupida che non riesco riassumerla con parole mie, devo per forza citare la dichiarazione originale dell’editore: “Lo scopo di questa scelta coraggiosa è, semplicemente, di essere più sostenibili”.
Che cosa ci sia di così sostenibile nell’evitare di fare le fotografie ce lo spiega il direttore di Vogue Italia, Emanuele Farneti: “150 persone coinvolte. Una ventina di voli aerei e una dozzina di viaggi in treno. 40 automobili a disposizione. 60 consegne internazionali. Luci che vengono spente ed accese senza sosta per almeno 10 ore, parzialmente alimentate da generatori a benzina. Avanzi di cibo per alimentare le troupes. Plastica per avvolgere i vestiti. Elettricità per ricaricare i telefoni, le macchine fotografiche…”
A questo punto – verrebbe da dire – smettiamo anche di produrre film, perché se la produzione di alcuni servizi fotografici ha un tale impatto ambientale, quella di un semplice film ne ha 100 volte tanto. Lo sapete quanti voli aerei servono per realizzare un film internazionale, quanto mangia ogni giorno una troupe cinematografica, quante volte accende e spegne la luce entrando in studio, quante automobili si muovono durante la realizzazione, e quanti telefonini e cineprese bisogna alimentare ogni giorno con la corrente elettrica? Torniamo quindi ai cartoni animati, con quattro disegnatori segregati in cantina, e diciamo addio al cinema una volta per tutte.
Ma la vera follia di un gesto del genere è che venga proprio da una rivista come Vogue. L’alta moda infatti rappresenta la quintessenza del superfluo, la quintessenza dello spreco, la quintessenza del lusso, la prevalenza assoluta dell’apparire sulla sostanza. Per non parlare dello sfruttamento della manodopera nel terzo mondo, dove buona parte degli stilisti fa produrre propri tessuti per due lire, per poi rivendere i vestiti “griffati” a cifre stratosferiche. Ma loro, invece di chiudere una rivista del genere e andare a lavorare in fabbrica, preferiscono sostituire le fotografie con dei disegnini (per un mese soltanto, sia chiaro), per lavarsi la coscienza sul problema ambientale senza minimamente intaccare un’industria dai profitti miliardari.
Veniamo ora al terzo esempio perché è il più ridicolo di tutti. L’attore Joaquim Phoenix ha deciso di usare sempre lo stesso smoking, da adesso in avanti, per tutti i premi che andrà a ritirare. Dall’articolo dell’ANSA leggiamo: “Phoenix, vegano e ambientalista convinto, ha fatto la scelta consapevole di avere lo stesso tuxedo per l’intera stagione dei premi (dove, c’è da giurarci, sarà protagonista con allori) per ridurre sprechi e avere un’impronta green coerente al suo attivismo.”
E’ infatti noto come la produzione massiccia di smoking da cerimonia sia una delle cause principali del disboscamento della foresta amazzonica, dell’inquinamento atmosferico e dell’estinzione delle balene.
Pensate che bello, se invece di una scemenza del genere Joaquim Phoenix avesse detto: “Da oggi mi presenterò a ritirare qualunque premio mi venga assegnato vestito esclusivamente di abiti di canapa. La canapa infatti è un prodotto pienamente eco-sostenibile, che non inquina e che non porta alcun danno ambientale nella sua coltivazione”.

Ma un discorso del genere avrebbe significato essere intelligenti, e di intelligenza al mondo a questo punto sembra restarne molto poca.

Massimo Mazzucco

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Il Testo è tratto da    Massimo Mazzucco

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fatti di Aulin


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Appartengo a una generazione che è stata abituata a farsi di Aulin.
Aulin sempre, a ogni dolore, a ogni minima infiammazione. Anche i nostri giovani, in molti, fanno così. Aulin, oppure Oki, e via.
Ora, in giro, c’è pieno di tumori al colon e allo stomaco, in TV è tutto un pubblicizzare gastro-protettori e medicinali da prendere a vita contro le gastriti, contro i disturbi all’esofago, problemi che sono davvero all’ultima moda, mi par di capire … E tutto, tutto è ormai una malattia.
Hai la cellulite? È una malattia, va curata.
Le gengive sanguinano? È una malattia, va curata.
“Credevo di essere sano, ma mi sbagliavo. Me l’ha detto il mio dottore …!”

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Ecco, ci hanno riempito e ci riempiono di veleni, ci fanno ammalare e allora ci riempiono di altri veleni, fino alla fine. Fino al punto di minacciarci di finire in galera se non li prendiamo, se non assumiamo (o non facciamo assumere, a chi dipende da noi) l’ultimo dei loro veleni. Quello che ci rifilano con l’intento di rimediare al danno fatto da tutti gli altri.
E tutto questo perché, per cosa?
Per la fretta.
Perché un disturbo, o un dolore, debbono passare in fretta. Devi muoverti a guarire, non puoi aspettare, lasciare che il tuo corpo reagisca naturalmente, coi suoi ritmi e suoi tempi. Devi fare in fretta perché il lavoro ti aspetta. Perché se no ti licenziano.
Devi lasciare tuoi figlio appena nato, in fretta; elaborare il lutto per la morte di tua madre, in fretta. Sposarti, in fretta.
Non puoi mica fare come un tempo, quando ci si chiudeva in casa e si aspettava di guarire. Mesi, magari … Perché non vivi più del tuo lavoro, ormai. Non ti mantieni più producendo direttamente quanto ti serve. No, nell’era del capitalismo tu non puoi farlo più: tu devi lavorare per qualcun altro. E quel qualcun altro ha fretta, cazzo. Quindi o ti muovi, o sei fuori.
Noi, per questa fretta, ci ammaliamo. Poi, per curarci in fretta, prendiamo veleni con cui ci ammaliamo ancor di più.
E questa cosa la chiamiamo progresso. Il progresso della medicina, della scienza … la qualità della vita!
Il dottore ti dice: devi fare una vita normale. Non ti deve mancare nulla. Quindi ti fa assumere schifezze che risolvano in fretta.
Ma la vita normale non è quella. I problemi di tutti i giorni, le difficoltà nei rapporti, le paure, le insicurezze, o gli amori che nascono … tutte quelle cose non fanno in fretta. Ci vuole tempo. Ci vuole tempo e capacità di saper riconoscere i piccoli miglioramenti di ogni giorno. Le minime variazioni, le sfumature apparentemente più insignificanti …
Ecco, io la penso così.
E proprio per questo so che non siamo più liberi di prenderci il nostro tempo, di vivere e di guarire con calma, coi nostri ritmi. Perché dobbiamo tornare a produrre. Perché la nostra vita, ormai, si svolge in un cazzo di ufficio o di reparto che magari odiamo pure, ma in cui traffichiamo incessantemente con il ricatto e la paura di venirne messi fuori, da un momento all’altro.
E giorno dopo giorno, così, moriamo di veleni, di ansia e di infelicità.
Per paura di morir di fame.

BoscoCeduo – La pagina di Pietro Ratto

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Immagine e testo sono tratti da
Ragione Critica

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