Perdere il proprio passato


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Perdere il proprio passato equivale a perdere la propria identità; pertanto, se nel mondo contemporaneo ci sono delle forze potentissime, di natura finanziaria, le quali si propongono l’obiettivo di sradicare i popoli dalle loro sedi, di renderli dei perenni migranti, e di costringere anche i singoli individui, all’interno del proprio territorio, a diventare dei pendolari che passano la maggior parte della giornata sui mezzi di trasporto e nei luoghi di lavoro situati lontano da casa, allora si può concludere, con ragionevole verosimiglianza, che il vero e ultimo obiettivo di tali forze, oltre a quelli più immediati e concreti, come l’abbattimento del costo del lavoro e quindi uno sfruttamento sempre più capillare e inesorabile del lavoro umano è quello di sottrarre agli uomini, sia singolarmente sia collettivamente, la loro identità.
A che scopo? Allo scopo di trasformare tutti quanti in poveri vagabondi senza ancoraggio e senza stabilità affettiva, sordi al richiamo della terra natia e insensibili alla voce dei ricordi, impegnati unicamente in una durissima lotta per la vita, dove la posta in gioco è non solo la conquista o la difesa di un ultimo posto di lavoro, sempre più precario, sempre più malsano e sempre peggio retribuito, ma la conservazione o la perdita della propria anima.
Chi non ha più un legame forte con il mondo dei ricordi e con la terra dell’infanzia, è come una nave senza alberi e senza vele, trasportata a casaccio dai venti e dalle correnti, e inevitabilmente destinata a naufragare, prima o dopo, contro qualche ostacolo che l’equipaggio non sarà in alcun modo capace di evitare.
Se poi a ciò si aggiunge il disagio interiore, lo squallore e la solitudine dello sradicamento, l’aggressività latente in chi è stato indotto a spogliarsi della cosa più cara e necessaria, la propria identità, insieme alla quale se ne vanno, come inesorabile conseguenza, anche la fierezza, l’amor proprio, il senso di essere utili a se stessi e agli altri, si avrà un quadro abbastanza veritiero della condizione spirituale dell’uomo moderno, trasformato dai feroci meccanismi finanziari dell’usura mondiale in un povero essere senza casa, senza ideali, senza richiami affettivi, senza punti di riferimento, e costretto a vivere come una bestia che bada a soddisfare le necessità materiali più urgenti, e non ha tempo, né voglia, di occuparsi d’altro.

Francesco Lamendola

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Immagine e testo sono tratti da  Ragione Critica

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