Il pregiudizio, la paura e il bisogno di un colpevole, che poi sei tu allo specchio


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Hitler non ha inventato l’antisemitismo.
Salvini non ha inventato la xenofobia.
La Lorenzin non ha inventato il terrore della malattia né l’odio per gli “untori” e chi parla di “teoria del gender” non ha inventato il rifiuto mentale della confusione tra i generi sessuali.
Questi e mille altri pregiudizi esistono nella mente delle persone, delle masse, perché nella storia si sono verificate condizioni tali da diffonderli e perpetuarli: sono una – talvolta antipatica, talvolta folkloristica, talvolta atroce – risposta a precise forme di esperienza.

Per esempio.
Perché esiste l’antisemitismo?
I motivi sono facilmente identificabili: la popolazione ebraica ha una forte tendenza a preservare proprie ritualità specifiche, a raccomandare ai suoi membri di frequentare, sposare, collaborare professionalmente con altri ebrei.
A sua volta, queste caratteristiche non sono frutto di un capriccio ma conseguenza e risposta dello sradicamento di una popolazione da un territorio, e dunque tentativi di preservare una memoria culturale che altri gruppi sociali legano appunto al territorio in cui vivono.
Però queste scelte provocano diffidenza e sospetto nelle popolazioni presso cui si insediano, sviluppando un sentimento specifico di “rifiuto” dal corpo sociale, esattamente come avviene per gli zingari o altri gruppi sociali di minoranza quando vanno a collocarsi in un tessuto sociale senza perdere le proprie identità culturali.
Basti pensare ai cinesi e a come creano proprie “sottoculture locali” nelle città europee o statunitensi in cui migrano.

Qui devo aprire una parentesi a sé, per intenderci un poco su cosa sia un ”pregiudizio”.
Un “pregiudizio” non è né buono né cattivo, né giusto né sbagliato.
È soltanto un pre-giudizio, cioè una aspettativa associata a un dato elemento sulla base di precedente esperienza diretta o indiretta.
Capiamoci con un esempio: se una persona vestita di nero, con un passamontagna in faccia e un’arma in mano, si dirige verso di voi, ecco che molti avranno un pregiudizio negativo sulle sue intenzioni.
Ma nulla del suo comportamento giustifica un giudizio sulle sue intenzioni, per cui è un pre-giudizio: una aspettativa basata su una associazione con precedente esperienza diretta (siete stati rapinati da un tipo con passamontagna l’altro ieri) o indiretta (avete visto tanti film in cui uno col passamontagna fa del male a qualcun altro).

Ora, è interessante notare che se su quel passamontagna identificate lo stemma dei carabinieri, le vostre aspettative potrebbero variare totalmente, e se prima temevate cattive intenzioni, dopo attribuite invece ottime intenzioni.
Ma, di nuovo, si tratta di un pregiudizio: non sapete davvero che intenzioni abbia quella persona, le derivate voi da modelli mentali vostri.

Il punto essenziale da mettere a fuoco è che i pre-giudizi non sono di per sé positivi o negativi: possono salvarci la vita oppure condannarci a morte, farci fare scelte estremamente vantaggiose come disastrose.
Insomma: sono dei processi percettivi, non si può evitarli né bollarli come buoni o cattivi: si può solo esserne consapevoli e provare a gestirli oppure subirli e basta, ubbidirvi ciecamente come bestie, cioè quello che fanno quasi tutti gli esseri umani.

Potrei parlare per ore dei meccanismi mentali correlati ai pregiudizi, ma era una parentesi, e la chiudiamo qui.

Hitler non ha certo deciso queste dinamiche: ha semplicemente trovato un pregiudizio diffuso e importante nella popolazione tedesca, e lo ha sfruttato per indicare dei colpevoli, dei capri espiatori da odiare al popolo tedesco, confuso e reso disperato dal disastro seguito alla prima guerra mondiale.
Cosa ha fatto dunque Hitler?
Ha associato un pregiudizio fortemente presente in un dato gruppo sociale di massa con altri pregiudizi e con molte aspettative, e ha offerto tutto questo nella forma di propaganda antisemita, sulla cui base ha ottenuto il sostegno entusiastico e fanatico di una enorme fetta della popolazione tedesca.

Quel che i tedeschi non avevano molto chiaro quando hanno iniziato a sostenere il nazismo, però, era che quando Hitler parlava di togliere le protezioni della legge ai “nemici dello Stato”, di sospendere i diritti civili, non stava affatto parlando dei soli ebrei.
Stava parlando di sospendere i diritti di chiunque, inclusi quelli di chi lo sosteneva a gran voce.
Allo stesso modo in cui oggi chi sostiene l’obbligo vaccinale continua a bersi la favoletta che sia un modo per “aiutare bimbi immunodepressi” e “stare dalla parte della scienza” e non capisce che sta sostenendo il diritto di una qualsiasi autorità di violare il *suo* corpo contro la *sua* volontà.
Oggi si parla di vaccini, domani di qualsiasi altro trattamento, il confine resta solo uno: l’inviolabilità del corpo.
Sfondato quel confine, tutto diventa possibile.
I sostenitori del nazismo pensavano “ce l’hanno con gli ebrei e fanno bene”, i sostenitori dell’obbligo vaccinale pensano “ce l’hanno coi no-vax e fanno bene” – ma sono invece i diritti di tutti, anche i loro stessi diritti, che stanno stracciando: sono i loro stessi corpi che stanno offrendo a qualsiasi violazione d’autorità, contro la loro stessa volontà.
Tutto il resto è propaganda.

Questo è il genio di chi manipola i processi percettivi di massa: sfruttare dei pregiudizi già radicati nelle culture, come la paura del diverso, la paura della malattia, il bisogno di “colpevoli” anche del tutto immaginari, e condurre intere folle di persone a voler linciare questo nemico illusorio, spingerle ad odiare e costringere sul rogo dei “colpevoli” – senza che tali masse si accorgano che i “nemici”, quelli che stanno bruciando in effige, sono loro stessi.

Stefano Re    © 2018 per Dolce Vita Magazine

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