pagina 32


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4771

PAGINA TRENTADUE

“Non c’era scritto niente a pagina trentadue.
Non c’era neanche scritto ’32’. Pagina trentadue era completamente bianca.
Il capitolo uno finiva a pagina trentuno e, siccome l’editore non voleva cominciare il capitolo due sulla pagina a sinistra, lo aveva cominciato a pagina trentatré, e pagina trentadue l’aveva lasciata bianca.
Tutti gli altri capitoli finivano sulla pagina di sinistra, così non c’era bisogno di lasciare quella pagina bianca e pagina trentadue era l’unica pagina bianca del libro.
Non è bello essere l’unica pagina bianca di un libro.
Un libro è come un piccolo paese, staccato dal resto del mondo.

4683

La maggior parte del tempo se ne sta per conto suo sullo scaffale, e solo la copertina ha contatti con l’esterno: con altre copertine ma anche con il sole e con la polvere, e ogni tanto con una mosca loquace che porta notizie da fuori.
Se lo si tira giù dallo scaffale, è raro che lo si apra; magari si vuole solo mostrarlo a qualcuno, così è sempre la copertina che si gode il mondo.
Anche quando lo si apre, ogni pagina ha diritto a pochi minuti di luce, e tentando di sfruttarli il più possibile cade spesso in confusione e dopo non si ricorda più nulla.
*Quanti erano quelli che mi leggevano: due o tre? E stavano proprio parlando di me? E gli piacevo? Non ho capito, non ce l’ho presente, e forse non succederà più.*
Stando così le cose, le pagine di un libro parlano soprattutto fra loro.
E, non avendo molto da dire, parlano soprattutto l’una dell’altra.
Potete immaginare, quindi, quante ne debba sentire una pagina bianca.
*Guarda quella: non ha neanche il numero.* *Se non fosse per la pagina a fianco, non saprebbe neanche chi è.* *Se ne potrebbe benissimo fare a meno.* *Serve solo ad aumentare il prezzo.* Eccetera eccetera.
Non che queste cose te le dicano in faccia, ma il posto è piccolo e prima o poi le senti.

4548

Pagina trentadue aveva tanta pazienza e non protestava mai, ma soffriva molto.
Un giorno arrivò il padrone con suo figlio: un bimbo piccolo e turbolento, che certamente avrebbe fatto danni.
Tutte le copertine erano preoccupate.
Molte, però, tirarono un sospiro di sollievo quando il padre disse: *Aspetta, ti do io un libro che puoi strappare.
Ecco: prendi questo. Tanto non mi serve*.
Il libro era quello con la pagina bianca, e in men che non si dica il bimbo lo ridusse a un mucchio di fogli.
Le pagine erano offese e stupefatte, ma le loro peripezie non erano finite.
A un certo punto il padre si mise a cercare in mezzo ai fogli, prese la pagina bianca e ci fece un aeroplanino.

4772

Lo fece lasciando il bianco di fuori, perché gli sembrava più bello, così pagina trentuno (che era scritta a metà, essendo la fine del capitolo uno) non poteva vedere niente.
Poi arrivò la mamma e disse:
*Che cosa avete combinato? Mettete in ordine!*. Le altre pagine finirono nel camino e le loro parole diventarono cenere.
Pagina trentadue, invece, andò a volare in giardino in mezzo ad alberi e farfalle, ed ebbe tutto il tempo per vedere bene.
E questo perché a pagina trentadue non c’era scritto niente. Non c’era scritto neanche ’32’.”

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Perché “Socrate al caffè” (terza parte)


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Ecco la terza parte della Prefazione del
libro SOCRATE AL CAFFE’ di Marc Sautet
( la precedente la trovate qui )

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3443

“Da questo punto di vista, la legittimità delle scienze occulte non è inferiore a quella di qualunque altra terapia, anzi è il contrario, perché si presentano come una risposta alle domande sul destino.
‘Conoscerò la felicità?’, oppure: ‘Incontrerò l’anima gemella?’; ‘Diventerò ricco?’; ‘Conserverò o ritroverò la salute?’.
Ecco l’oggetto di una consultazione di questo tipo.
[…]
Ciò non toglie che, al di là delle formulazioni ingenue della ‘domanda’ e delle conseguenze macabre che possono avere, quello che spinge la gente dagli ‘esperti’ in scienze occulte è la collocazione di ciascun individuo nell’insieme: al centro di queste pratiche si trovano la fortuna, l’amore, il potere e tutto ciò che ci si può aspettare dell’esistenza.

4742

In poche parole, il nocciolo delle consultazioni è la questione del destino, con la parte di caso e di necessità che esso comporta.
Poiché l’astrologo non imputa al cliente la responsabilità completa di quello che gli accade, lo avverte delle correnti favorevoli o sfavorevoli delle sue azioni e gli suggerisce di adattare le scelte alle ‘configurazioni’ stellari del momento.
Di colpo, chi consulta si trova restituito a un tutto che va molto al di là del suo intendimento, cosa che, a priori, è giusta almeno quanto il polarizzare tutto il destino dell’individuo sul suo passato personale e sulle difficoltà di assumerlo.
[…]
Molti dei loro habitués si sottraggono a questa ‘colpa’ che li aspetta nello studio dello psicoterapeuta o sul divano dell’analista: tutto sommato, preferiscono rischiare di essere vittime di una ‘scienza’ che almeno tiene conto della realtà del mondo esterno, della natura collettiva della storia umana, della scarso margine di manovra di cui ogni individuo dispone per invertire il corso degli eventi, respingendo confusamente l’idea di un soggetto concepito come centro dell’Universo, molti ricorrono alla vecchia saggezza popolare secondo la quale ogni essere umano è ben poca cosa.

4743

Tanto più che i filosofi (o pseudo tali, quelli di oggi, ndr) tacciono.
Se almeno facessero il loro lavoro.
Se invece di ripetere instancabilmente quello che hanno imparato dai ‘maestri’, coloro che dispensano l’insegnamento della filosofia si buttassero nella mischia e cominciassero a porre domande interessanti: *E’ vero che ogni essere umano è il centro del mondo?; E’ possibile sbrigarsela da soli con le cose che ossessionano tutti?; Possiamo trovare la soluzione a tutti i nostri mali, e a tutte le nostre debolezze almeno, nella completa padronanza delle nostre frustrazioni infantili?*
Se queste domande fossero poste da coloro il cui mestiere consiste nell’interrogare chi pretende di sapere perché le cose avvengono in un certo modo, allora, forse, molti di quanto affidano la loro sorte agli astrologi e ai marabut ci penserebbero due volte.

4744

Allo stesso modo, se i filosofi di professione, il cui numero è considerevole, domandassero, con tutta la bonomia richiesta, agli astrologi e ai marabut da dove traggono la loro scienza, ciò che intendono per destino, di che natura sono le forze alle quali consacrano il loro ‘talento’, allora forse sarebbe possibile separare le cose, distinguendo ciò che nella loro arte si basa su un reale ‘savoir-faire’ da ciò che non è altro che sotterfugio, e discernendo nelle motivazioni dei clienti cosa deriva dal desiderio di fuggire le responsabilità invocando la fatalità e cosa invece da quello di assumerle tramite l’approfondimento della propria personalità.
Ebbene. diciamolo! La vocazione del filosofo non è di tacere.

4745

Non è ripiegandosi su se stesso che sostiene il suo ruolo, ma andando per la strada, in città, mescolandosi alla vita della gente, passeggiando nella piazza del mercato, tra la folla di venditori e imbonitori.
Interrogando gli uni e gli altri. Discutendo.
Non perché sa, perché dispone di un sapere superiore, ma perché ‘invidia’ coloro che sanno o pretendono di sapere.
Vuole sapere, ma non vuol essere ingannato.
E se ha una cosa a insegnare è questa.
Ha bisogno di applicazione, di metodo, concentrazione, calma ma anche del contrario: il confronto con la realtà,il rapporto con la gente, la sfida a coloro che abusano degli atri.
La meditazione e la lotta. Il silenzio e il brusio. La solitudine e l’agorà.
[…]

4746

Non ci sarebbe stata la vittoria della ragione sulla superstizione se Copernico non avesse dimostrato che il centro del mondo non era la Terra, bensì il Sole.
E non ci sarebbe stata rivoluzione cosmologica senza lo sconvolgimento operato nei rapporti sociali dell’economia di mercato.
Il motore della ‘modernità’ non è stata la Ragione, ma la generalizzazione dello scambio delle merci.”

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