la vera forza è tranquilla


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” Nulla al mondo è più morbido dell’acqua, eppure nulla è più capace di lei di vincere ciò che è duro e forte.
Per questo nulla può alterarla.
Tutti sanno che il morbido vince il duro e che il gentile vince l’aggressivo…
però nessuno mette in pratica questa virtù. “

(Lao Tzu – Tao te ching)

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Immagine e testo tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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le dita


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LE DITA

“Le dita tamburellavano in continuazione, e in totale anarchia.
Non riproponevano fraseggi consueti e familiari; non si adagiavano tranquille nell’aria del Guglielmo Tell o nella Cavalcata delle Valchirie.
Cambiavano invece costantemente ritmo: appena ti sembrava di riconoscere un disegno e ti azzardavi a prevederne gli sviluppi, arrivava un brusco colpo a levare, un improvviso contro-tempo, e il garbato quattro quarti cui ti stavi abituando si trasformava in un valzer tumultuoso, o in cinque ottavi pieno di sincopi e accenti balzani.
Nella centrale di controllo, lì dentro la calotta dove ronzavano intricati circuiti e si elaboravano piani e strategie, serpeggiava una grande irritazione.
Perché va bene scaricare un un po’ di energia in eccesso o fornire un’allegra colonna sonora per le monotone attività quotidiane, ma questo continuo tamburellare interferiva con la più elementare funzionalità e metteva a repentaglio situazioni e rapporti di estrema delicatezza.
Scrivevi una lettera e comparivano punti e virgola e doppie consonanti che non c’entravano niente; andavi a teatro e i vicini di posto ti lanciavano occhiatacce; davi la mano al signor direttore e quello la ritraeva imbarazzato non sapendo come interpretare il linguaggio delle dita così invadenti.
Si misero in opera i meccanismi di emergenza del sistema.
Si mandarono segnali elettrici che in condizioni normali avrebbero ristabilito la quiete; si rallentarono il respiro e il battito cardiaco per indurre un’atmosfera di profonda, astratta meditazione; si diramarono ordini di usare una mano per fermare l’altra e di schiacciarle entrambe sotto il sedere.
Ma non c’era verso: i segnali non avevano alcun effetto; respiro, cuore e altri organi si lasciavano contagiare, prima o poi, dal ritmo irregolare e la danza impetuosa delle dita coinvolgeva tutto il corpo.

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Si decise che occorreva un ausilio esterno: la centrale si rivolse agli uffici competenti e presto ci furono altri corpi, altre mani che si davano da fare.
Furono ingerite pillole che provocavano uno stato semi-ipnotico, con la conseguenza però che la centrale di controllo perse buona parte della sua lucidità e nel vuoto di potere così creato le dita presero a tamburellare con maggior violenza.
Infine, qualcuno ebbe l’idea di abbandonare l’alta tecnologia e affidarsi a metodi antichi: le dita furono inguainate in una stretta fascia e, nel generale sollievo, immobilizzate.
La centrale riprese il controllo delle operazioni.
Che mantenne per un pezzo, fin quando cioè le monotone attività quotidiane risultarono funzionali.
Sotto la calotta si ragionava applicando al futuro piani che si erano rivelati efficaci in passato: le lezioni accumulate in anni di studio guidavano a esiti prevedibili e felici.
A un tratto, però, e a sorpresa, cambiò il ritmo del territorio circostante; un improvviso colpo in levare ne sconvolse la misura e gli accenti.
La centrale adottò una dopo l’altra tutte le strategie possibili, ma senza successo.
Dicono che, un attimo prima dell’esplosione che la danneggiò in modo irreparabile, vi circolasse l’idea peregrina di rivolgersi a quelle dita inquiete; magari, chissà, il loro ritmo disordinato poteva accordarsi meglio con il disordine in cui era caduto il mondo.
Ma le dita erano rigidamente inguainate nella fascia, immobili, per sempre.”

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Seminario sull’Autenticità (seconda parte)


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Ecco la seconda parte del capitolo
SEMINARIO SULL’AUTENTICITA’
( la prima la trovate qui )

“Noi tutti facciamo uso di concetti come ‘bene’ e ‘male’, e tutti (o quasi nda) cerchiamo di agire conformemente a tali concetti: per esempio, resistiamo (di solito) alla tentazione di mentire, di rubare o uccidere.
E quando non resistiamo, diciamo che abbiamo commesso se non un peccato, almeno un ‘errore’.
Ma questi concetti, come questa resistenza, traggono legittimità da una dottrina ormai caduta in disuso: sono ben pochi a credere ancora fermamente nei dogmi cristiani.
Eppure ci comportiamo come se avessero mantenuto intatta la loro pertinenza, poiché sia nei propositi sia negli atti li consideriamo il punto di riferimento,
Certo, il più delle volte questo riferimento è solo implicito, e avremmo serie difficoltà a indicarne le origini.
Infatti, chi potrebbe precisare da dove la dottrina cristiana trae la propria coerenza? Tanto vale dire che non siamo in grado di giustificare né i nostri propositi né i nostri atti. Perciò per un immoralista sarebbe facile dedurre che noi non sappiamo né quello che facciamo, né quello che diciamo …
L’obiettivo principale di questo seminario era di valutare le lacune dei presenti e colmarle con l’accesso ad alcuni testi determinanti.

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In questo caso dobbiamo riferirci all’EPISTOLA AI ROMANI dell’apostolo Paolo (noto come Paolo di Tarso, ndr), in cui si stabilisce la relazione tra la venuta del ‘Salvatore’, la sua morte e il ‘peccato originale’.
Una volta (ri)familiarizzato con questo testo, dobbiamo risalire a un altro sul quale Paolo si basa: il racconto del ‘peccato’ che si trova nella GENESI e che costituisce l’inizio di ciò che i cristiani chiamano Antico Testamento.
A questo stadio, che richiede già qualche ora, è tempo di interrogarsi sulla validità del riferimento su cui poggia l’insieme dell’edificio dottrinale.
In poche parole, dobbiamo domandarci se tutta questa tradizione può essere considerata ‘autentica’ e se è degna di fede.
Questo esame riserva molte sorprese, tanto è rivelatore di ignoranza, cecità e compiacimento.

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Risaliremo anche alla tradizione greca. Perché, non dimentichiamolo, la corrente cristiana ha sopraffatto la cultura greco-romana. Ma così facendo ne ha ripreso moltissimi elementi.
I nostri concetti di bene e di male derivano in modo evidente da Platone. Nella sua opera troviamo infatti un invito all’obbedienza a cui sono ispirate tutte le correnti successive.
Nella REPUBBLICA, in particolare, vediamo cosa significa raggiungere l’autenticità, e il cristianesimo vi ha attinto a piene mani per giustificare la propria rivelazione.
E’ possibile che la fonte sia inaridita e che ciò che noi vi attingiamo ancora sia in realtà inquinato.
Forse dobbiamo inventare nuovi valori e un nuovo codice di comportamento,
Dovremmo, poi, sapere di cosa parliamo, per evitare malintesi e cantonate.

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E se per raggiungere la caverna di Platone (o per uscirne, ndr) dovremo affrontare torrenti e precipizi, almeno potremo accarezzare la speranza di ritrovare, prima o poi, il vero sole.
Un itinerario così ben tracciato riduce al minimo sia il rischio di passività, dove non succede niente, che quello dell’happening, dove tutto può succedere.
Si possono prendere appunti, ma ci si deve soprattutto esprimere.
Si deve camminare sulle braci, ma sulle braci della tradizione; si deve saltare nel vuoto, ma nel vuoto dei riferimenti.
Eppure, dovetti ben presto arrendermi all’evidenza: questo seminario non colpiva il bersaglio che mi ero ripromesso. Non ‘mordeva’ là dove mi aspettavo, ovvero tra la popolazione colpita dall’ondata di etica all’interno delle aziende, in particolare i quadri e i dirigenti.
Tutti coloro a cui lo proposi si dichiararono molto entusiasti e mi assicurarono che avrebbero fissato due giorni, al più presto, per fare la ‘pausa’ richiesta.
Nessuno, o quasi, mantenne la parola …

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Fu per me una grossa delusione, ma un’esperienza importante. tanto più che poi le cose presero il via quasi naturalmente là dove non me l’aspettavo, cioè tra i privati.
Intendo dire coloro che incontravo nella ‘società’, nella vita di tutti i giorni, fuori dall’ambiente di lavoro e che avevano in qualche modo sentito parlare dello Studio.”

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Ecco un testo che contiene alcuni dei concetti che, semplicemente se applicati, risolverebbero se non tutti, buona parte dei problemi sociali che stiamo subendo e di cui, i primi responsabili sono, ovviamente, le classi dirigenti (religiose, politiche, economiche, amministrative) che, nonostante ciò, sono tollerate se non addirittura osannate, dal ‘popolino’ che da loro pretende soltanto assoluzioni, briciole del banchetto, piccoli privilegi, e, finanziariamente, botte di fortuna che permettano guadagni corposi, senza muovere un dito o fare fatica.
Tale ipocrisia della ‘gente’ [unita ad ignavia, disinformazione (spesso voluta ma anche provocata ad arte), egoismo], preoccupata solo del proprio tornaconto, rende impossibile una soluzione, un miglioramento.
La rivoluzione, che ci deve essere pena la fine, può avvenire solo per la via culturale.
E’ un processo ovviamente lungo ed anche impegnativo ma è l’unico che ci può permettere di uscire dal ‘cul de sac’ in cui l’Uomo si è andato volontariamente ad infilare.

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