il Cordino


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IL CORDINO

“Quando ero piccolo avevo un grosso problema.
Ogni tanto mi facevano male la testa o la gola, e fin qui niente di strano: non era piacevole, ma è una cosa che capita a tutti e, come si dice, mal comune…
C’era anche, però, un male che non era affatto comune; anzi, ce n’erano molti.
Mi facevano male i pantaloni, per esempio, quando la mamma li metteva in lavatrice e quella specie di ruota che c’è lì dentro li sbatteva di qua e di là.
Mi faceva male la porta se il vento la chiudeva con gran fracasso, mi faceva male il gatto se qualcuno gli tirava la coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva su lo zio Pasquale che pesa più di un quintale e a momenti la sfondava.
A un certo punto la mamma decise di portarmi dal dottore.
Era un signore alto e tutto bianco, con degli occhiali così spessi che gli occhi neanche si vedevano.
Mi fece sedere e sdraiare, mi tastò davanti e dietro, mi guardò con certi altri occhiali ancora più spessi e finalmente si schiarì la voce e cominciò a spiegare.
Tutti quanti, disse, quando veniamo al mondo ci stacchiamo dal resto delle cose.
Alcune cose rimangono nostre, come la testa e la gola, e altre cose (la maggior parte delle cose) no.
Il gatto, i pantaloni, la sedia, per esempio, non sono nostri; o meglio, sono nostri nel senso che ce li possiamo tenere e se un altro li vuole ce li deve chiedere, ma non nel senso che fanno parte di noi come la testa e la gola.
Ecco, questo è quello che capita a tutti, anzi a quasi tutti.
Per motivi che nessuno comprende, ogni tanto nasce un bambino che non si stacca dal resto delle cose.
Io ero un bambino così: un cordino invisibile ma molto resistente mi legava al gatto e alla sedia, e anche alla pastasciutta e alla luna.
Per farmi diventare come gli altri bisognava tagliare il cordino.
Detto fatto, il dottore prese uno strumento invisibile ma molto resistente (che strumento fosse non lo so, perché non l’ho visto) e tagliò il cordino.
Da allora va tutto bene.
O forse dovrei dire: non va male.
Non mi fanno più male i pantaloni quando la mamma li mette in lavatrice, o il gatto quando gli tirano la coda, o la porta quando il vento la chiude con un gran fracasso, e non mi dispiace di sentir male solo alla testa o alla gola.
C’è ancora qualcosa che mi dispiace, però.
Prima, quando i pantaloni uscivano dalla lavatrice e la mamma li stendeva al sole, sentivo questo caldo che mi scorreva dentro come una tazza di cioccolata d’inverno.
Poi la mamma li ritirava nell’armadio fresco e profumato di lavanda, ed era come addormentarsi nell’erba, sotto un albero, dopo un pranzo all’aperto e tante corse dietro al pallone.
Per non parlare di quando il gatto si accoccolava sulla sedia: il suo pelo morbido contro il cuoio liscio e vellutato.
O quando la mamma sfogliava un libro e senza accorgersene accarezzava le pagine.
Quelle carezze non le sento più, da quando se n’è andato il cordino.”

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gli Uomini e le Parole


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Capitolo   GLI UOMINI E LE PAROLE

“Un giorno gli uomini si svegliarono con un diavolo per capello e non vollero dire più niente.
Non che non parlassero: chiacchieravano come e più di prima, alzavano la voce o la facevano scivolare in un sussurro.
Le parole continuavano ad articolarle correttamente, secondo la lingua che gli era stata insegnata, e a combinarle in frasi e periodi cui la grammatica non avrebbe avuto niente da obiettare.
E solo che con quelle parole, con quelle frasi e con quei periodi non volevano dire più niente.
Pensate a quando vi fa prurito una gamba, o la schiena.
Vi grattate, ma non è che grattandovi vogliate dire che avete prurito. Vi grattate e basta, perché avete prurito. E magari qualcuno capisce che avete prurito, ma non perché glielo volete dire, Vi vede grattarvi e ragionando per conto suo ne scopre il motivo.
Ecco, con gli uomini e le parole era successa la stessa cosa.
Uno aveva freddo e diceva *Ho freddo*, ma non voleva dire che aveva freddo. Lo diceva e basta, perché aveva freddo. E magari c’era qualcuno davanti e capiva che lui aveva freddo, ma non perché glielo volesse dire.
Oppure uno odiava un altro o lo amava, e diceva *Ti odio* o *Ti amo*, ma non per dire qualcosa all’altro, anzi non per dire alcunché: lo diceva nel modo in cui si gratta, o si battono i denti, o si piange, o si ride.
Lo diceva automaticamente.
E l’altro spesso capiva, così come si capiscono le lacrime e il riso.
Insomma, nessuno voleva dire più niente ma ci s’intendeva più o meno come prima.
Un giorno le cose cominciarono ad andare così.
E poi forse cambiarono.
O forse no.”

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Già, forse no …

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