Impegno Talento Motivazione (II°)


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Proseguendo nella lettura di PERSEVERARE E’ UMANO troviamo delle pagine che hanno uno stretto legame con un tema : l’educazione.
Apparentemente, la parola dovrebbe essere facilmente declinata come attività che uno (l’educatore) svolge nei confronti dell’altro (l’allievo) per uno scopo prefissato;
e qui casca l’asino.
Attualmente la scuola assomiglia ad una fabbrica di panettoni in cui i prodotti son tutti uguali tra loro;
ad ogni ciclo di studi corrisponde una ‘sfornata’ di individui (ben imbottiti di nozioni) istruiti e preparati ad adattarsi a convenzioni e regole prefissate;
al diavolo il valorizzare l’individualità di ciascuno e la capacità di realizzare il proprio ‘se’; meglio un esercito di ‘robottini’ tutti uguali.

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sul tema eccovi un altro estratto dal Capitolo 
IMPEGNO, TALENTO, MOTIVAZIONE

“[…]
Le spinte interiori durano a lungo, abbattono ostacoli, possono trascinare persone verso mete remote.
Se la spinta invece proviene dall’esterno sarà fiacca, propensa a fermarsi alla prima difficoltà, incapace di portare lontano.
Gli psicologi distinguono tra ‘motivazioni intrinseche’, quelle che vengono da dentro, e ‘motivazioni estrinseche’, legate a fattori esterni.
Usando un linguaggio meno oscuro potremmo parlare di ‘auto-motivazione’ nel primo caso, e di motivazioni provenienti dall’esterno nel secondo.
Come ho detto, viviamo in un contesto culturale che, nella realizzazione di qualsiasi obiettivo, ci porta a sopravvalutare l’apporto dei fattori esterni piuttosto che a le spinte interiori.
Secondo questa visione la motivazione a conseguire un obiettivo non proviene prima di tutto dall’interno. Essa giunge sempre da un altrove, fuori da te stesso.
Questo ‘altrove fuori da stesso’ può assumere molte forme a seconda di quale leggenda motivazionale si vuole scegliere.
Una delle più intriganti è quella del cosiddetto ‘motivatore’: essa propugna l’idea che la motivazione sia qualcosa che alcuni privilegiati hanno il potere di infondere negli altri a proprio piacimento.
E’ un’idea un po’ megalomane e ingenua: tratta la motivazione al pari di una scatola di iniezioni, la famosa ‘motivina’ che qualcuno pretenderebbe di iniettare al prossimo.

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Si tratta di una credenza alimentata dalla presunzione e dal narcisismo di chi si illude (o vuol far credere) di possedere tali poteri, ma smentita dalla realtà.
L’immagine di una persona che grazie ai suoi discorsi, alle sue ‘strigliate’, ai suoi incitamenti rimette in piedi persone, atleti, team distrutti e li spinge alla vittoria è suggestiva, ma statisticamente poco frequente. (Fa l’esempio del discorso di Al Pacino nel film ‘Ogni maledetta domenica’, ndr).
[…]
Altolà. non sto dicendo che la motivazione interna non sia influenzata da fattori esterni; che il potere persuasivo di una persona non ci possa condizionare, che i nostri comportamenti non siano influenzabili da quelli degli altri.
Ovviamente lo sono.
Il punto è un altro.
Un conto è sostenere (e sono il primo a farlo) che ogni educatore, allenatore (o coach o manager) possiede una serie di strumenti per sostenere e rinforzare la motivazione di un altro, dell’atleta: e si tratta di un processo che si costruisce nel tempo, in modo faticoso e attraverso una relazione che deve essere significativa.

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Un altro conto è credere nell’esistenza di strumenti magici, istantanei, miracolosi per manipolare le relazioni umane.
[…]
Abbandonando la pretesa di possedere strumenti magici, più modestamente dovremmo porci degli obiettivi realizzabili.
In primis, noi possiamo evitare di azzerare le motivazioni persistenti nelle persone, il che non è poco.
Infatti se l’esistenza dei motivatori istantanei rimane un mito, la presenza di tanti eccellenti demotivatori è invece una realtà conclamata, nello sport come nelle organizzazioni (di tutti i tipi, vita sociale compresa, a volte anche familiare, ndr).
Il passo successivo da compiere è quello di sostenere questa auto-motivazione con tutta una serie di accorgimenti organizzativi (logici/mentali/emozionali, ndr).
Ma questo processo lento, faticoso e rispettoso, è qualcosa di ben diverso dall’idea presuntuosa di voler instillare a piacimento la motivazione nel prossimo.
E’ piuttosto simile al significato originario di ‘educare’, dal latino ‘educere’ ovvero ‘tirar fuori, far uscire’ quello che è già dentro.
[…]

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Ma la direttività (cioè l’autorità ndr) è anche rassicurante.
Perché sottrae alla responsabilità.
Usare troppa direttività, usarla troppo a lungo, fa sì che le persone alla fine ci si adattino in modo confortevole.
Ecco perché il bisogno di direttività, di un’autorità forte e costante maschera nell’adulto un bisogno infantile di rassicurazione e deresponsabilizzazione.
Il cerchio si chiude: troppa permessività o una accudimento totalizzante producono gli stessi effetti comportamentali di un’autorità schiacciante.
Azzerano il senso di responsabilità.”

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Vorrei sottolineare l’importanza di riflettere sull’ultimo sacrosanto concetto espresso …

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Imbecillità


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C’è una scala che misura l’imbecillità, con vari gradini da scendere. 
L’imbecillità amichevole, quella della volgarità. 
L’imbecillità ignorante, quella della superficialità.
L’imbecillità provocatoria, quella della arroganza.
L’imbecillità fondamentalista, quella dell’oscurantismo.
L’imbecillità fanatica, quella della vigliaccheria.
L’imbecillità truffaldina, quella della malafede.
L’imbecillità vanitosa, quella dell’autocompiacimento.
Ma in ogni caso, l’imbecille è imbecille a sua insaputa, poiché non sa riconoscere la sua mancanza di civiltà, di cultura, di coscienza, di sentimento, di comunicazione e di pensiero.

 

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