Perseverare è umano


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E’ un libro scritto da un psicologo che si occupa da sempre di prestazioni sportive, in particolare di discipline di resistenza;
si intitola  PERSEVERARE E’ UMANO  (ed è del 2012) ed è scritto da Pietro Trabucchi, psicologo e professore incaricato dell’Università di Verona.
Alla fine di ogni capitolo c’è un piccolo riassunto, denominato: PUNTI CHIAVE, dove l’autore condensa quanto esposto, in semplici ‘regole’ (o forse meglio definirli ‘consigli’) sui perché e sul come affrontare le tante situazioni a cui, volenti o nolenti, siamo tenuti a dare risposte personali.
Eccovi alcuni dei ‘consigli’ di cui sopra.

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“Intorno al concetto di ‘motivazione’ esiste molto disorientamento.
Poiché la nostra cultura ha smarrito il senso dell’impegno e delle volontà individuali, siamo portati a pensare la motivazione come qualcosa che dipende esclusivamente dalle condizioni esterne.
Ci motivano sempre gli altri o le situazioni fuori da noi.
In realtà essere auto-motivati non è una condizione eccezionale: rappresenta la norma per la nostra specie.
Molti esempi lo dimostrano.
Tutti abbiamo delle motivazioni, la differenza tra gli individui sta nella loro capacità di farle durare a lungo nonostante ostacoli, difficoltà e problemi. La capacità di perseverare, di far durare a lungo la motivazione viene detta ‘resilienza’.
La resilienza non è un dono magico o sovrannaturale: è una capacità cognitiva, cioè legata al modo con cui elaboriamo le informazioni e ci rapportiamo con la realtà.
Essa può essere allenata e accresciuta da tutti, in qualsiasi momento della vita.
Ma richiede impegno e disciplina. Non ci sono ricette miracolose.

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Perché l’auto-motivazione è (o dovrebbe essere ndr) una condizione ordinaria per gli esseri umani? Per una ragione non filosofica, ma evolutiva.
Per un milione e mezzo di anni i nostri antenati sono sopravvissuti (accrescendo la loro disponibilità di calorie e proteine) grazie alla ‘caccia persistente’: l’inseguimento di ungulati per diverse ore, fino al loro collasso cardiocircolatorio;era l’unica possibilità di cacciare queste prede quando ancora non esistevano lance o archi.
[…]

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Oggi cominciamo a scoprire anche le evoluzioni cerebrali: mantenere elevata la motivazione sulla ‘preda’ per ore nonostante fatica e pericoli ha sviluppato nuove aree del cervello.
E’ il cervello motivazionale.
La motivazione intrinseca o auto-motivazione, legata al piacere di sentirsi capaci, ha una base biologica profonda.
Da essa dipende la nostra sopravvivenza come animali non specializzati che nascono con un cervello incompiuto.
Questo tipo di spinta motivazionale genera più impegno di qualsiasi altra motivazione basata su rinforzi esterni (autorità, sanzioni, incentivi).
Facendo leva sul senso di competenza, sul piacere di farcela, possiamo ottenere dalle persone un impegno straordinario.

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Chi è mosso dalla motivazione intrinseca è più resiliente.
La sua spinta motivazionale non viene demolita dalle difficoltà come invece succede comunemente con chi è mosso da rinforzi esterni.
Essa infatti trasforma gli ostacoli in sfide.”

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Interessante lettura ed interessante l’accenno all’evoluzione della specie; al riguardo però mi sento di dire che la razza umana ha sviluppato (ma non è l’unica) una capacità parallela a quella descritta (per fortuna non in tutti i suoi rappresentanti); quale vi chiederete … semplicemente quella del ‘parassitismo’; questa scelta presuppone che piuttosto che sforzarsi in prima persona alcuni preferiscano sfruttare lo sforzo altrui.
I campi di applicazione di tali azioni parassitarie si possono facilmente riscontrare semplicemente guardandosi intorno.
La motivazione che si sviluppa e rafforza dentro di se è sicuramente la più produttiva, quindi Trabucchi ha per me ragione;

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Una ulteriore riflessione mi ha indotto questo scritto; mi ha fatto pensare alla ‘paura’ come un’arma; in effetti i primi cacciatori prevalevano sulle loro prede utilizzando proprio la loro paura come arma;
oggi possiamo riscontrare come questa ‘arma’ spesso, tra gli uomini, sia ancora molto utilizzata ed, in alcuni casi di soggetti particolarmente deboli e/o predisposti, addirittura contro se stessi …

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come mangiare il gelato


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Capitolo COME MANGIARE IL GELATO
(ricordate che lo scritto è del 1989 ma Eco del 1932)

“Quando ero piccolo si comperavano ai bambini due tipi di gelati, venduti da quei carrettini bianchi con coperti argentati: o il cono da due soldi o la cialda da quattro soldi.
Il cono da due soldi era piccolissimo, stava appunto bene in mano a un bambino, e si confezionava traendo il gelato dal contenitore con l’apposita paletta e accumulandolo sul cono.
La nonna consigliava di mangiare il cono solo in parte, gettando via il fondo a punta, perché era stato toccato dalla mano del gelataio (eppure quella era la parte più buona e croccante, e la si mangiava di nascosto, fingendo di averla buttata).
La cialda da quattro soldi veniva confezionata con una macchinetta speciale, anch’essa argentata, che comprimeva due superfici circolari di pasta contro una sezione cilindrica di gelato.
Si faceva scorre la lingua nell’interstizio sino a che essa non raggiungeva più il nucleo centrale di gelato, e a quel punto si mangiava tutto, le superfici essendo ormai molli e impregnate di nettare.
La nonna non aveva consigli da dare: in teoria le cialde erano state toccate solo dalla macchinetta, in pratica il gelataio le aveva prese in mano per consegnarle, ma era impossibile identificare la zona infetta.
Io ero però affascinato da alcuni coetanei cui i genitori acquistavano non un gelato da quattro soldi, ma due cono da due soldi.
Questi privilegiati marciavano fieri con un gelato nella destra e uno nella sinistra, e muovendo agilmente il capo leccavano ora dall’uno ora dall’altro.
Tale liturgia mi appariva così sontuosamente invidiabile che molte volte avevo chiesto di poterla celebrare, invano.
I miei genitori erano inflessibili: un gelato da quattro soldi sì, ma due da due soldi assolutamente no.
Come ognuno vede, né la matematica né l’economia né la dietetica giustificavano questo rifiuto.
E neppure l’igiene, posto che poi si gettassero entrambe le estremità dei due coni,
Una pietosa giustificazione argomentava invero mendacemente, che un fanciullo occupato a volgere lo sguardo da un gelato all’altro fosse più incline a inciampare in sassi, gradini o abrasioni del selciato.
Oscuramente intuivo che ci fosse un’altra motivazione, crudelmente pedagogica, della quale però non riuscivo a rendermi conto.

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Ora, abitante e vittima di una civiltà dei consumi e dello sperpero (quale quella degli anni trenta non era), capisco che quei cari ormai scomparsi erano nel giusto.
Due gelato da due soldi in luogo di uno da quattro soldi non erano economicamente uno sperpero, ma lo erano certo simbolicamente.
Proprio per questo li desideravo: perché due gelati suggerivano un eccesso.
E proprio per questo mi erano negati: perché apparivano indecenti, insulto alla miseria, ostentazione di privilegio fittizio, millantata agiatezza.
Mangiavano i due gelati solo i bambini viziati, quelli che le fiabe giustamente punivano, come Pinocchio quando disprezzava la buccia e il torsolo.
E i genitori che incoraggiavano questa debolezza da piccoli ‘parvenus’ (e sapete quanti ne sono cresciuti … ndr), educavano i figli allo stolto teatro del ‘vorrei ma non posso’, ovvero preparavano, diremmo oggi, a presentarsi al ‘check in’ della classe turistica con un falso Gucci acquistato da un ambulante sulla spiaggia di Rimini.
L’apologo rischia di apparire privo di morale, in un mondo in cui la civiltà dei consumi vuole ormai viziati anche gli adulti, e promette loro sempre qualche cosa in più, dall’orologino accluso al fustino, al ciondolo regalo per chi acquista la rivista.
Come i genitori di quei ghiottoni ambidestri che invidiavo, la civiltà dei consumi finge di dare di più, ma in effetti dà per quattro soldi quello che vale quattro soldi.
Butterete via la radiolina vecchia per acquistare quella che promette anche l’autoreverse, ma alcune inspiegabili debolezze della struttura interna fanno sì che la nuova radiolina duri solo un anno.
La nuova utilitaria avrà sedili in pelle, due specchietti laterali regolabili dall’interno e il cruscotto in legno, ma resisterà molto meno della gloriosa Cinquecento che, anche quando si rompeva, si rimetteva in moto con un calcio.
Ma la morale di quei tempi ci voleva tutti spartani, e quella odierna ci vuole tutti sibariti.”

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Grandiosa scelta pedagogica quella dei genitori di Eco.
Una descrizione di quasi 30 anni fa di alcuni fenomeni che oggi sono ancor più esasperati.
Sarà che il mio accordo con i pensieri espressi è totale, ma credo proprio che sia una pagina di grande valore; che mette in guardia dai rischi certi che la strada intrapresa dall’Uomo porti verso un precipizio;
la società dei consumi (esasperati), alla fine, ci consumerà …

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