l’Uomo, tra requiem e resurrexit


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Da un testo di Vittorino Andreoli inserito nel libro del 2008 L’UOMO DI VETRO,
ecco un estratto dal capitolo L’UOMO, TRA REQUIEM E RESURREXIT

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“Io non so se questa grande civiltà stia per finire, e nemmeno riesco a immaginare con quali segnali si annuncerà la cessazione dei principi si cui reggeva, né se sarà una morte rapida oppure lenta.
So che è tempo perché l’uomo trovi un equilibrio differente, sia sul piano individuale che interpersonale, affinché possa rimanere un animale sociale e l’ambiente collettivo continui a essere la cornice in cui l’umanità vive.
So che deve cambiare la strategia di esistenza, il senso che si deve attribuire al tempo che passa, alla stessa fine e ai limiti di cui l’uomo è fatto.
Mai come in questo momento storico i disturbi mentali sono tanto gravi e diffusi; l’ansia sembra una compagna fissa di ciascuno di noi, indipendentemente dall’età.
La depressione, che è una dichiarazione di stanchezza di rimanere al mondo e di voglia di morire, ha raggiunto percentuali che ormai ne fanno il disturbo più ‘normale’ che si conosca.
Le malattie centrate sulla paura, fino alla paura della paura e gli attacchi improvvisi di terrore, sono un’entità nuova e drammatica a cui è correlata la patologia della nostra mente.
I disturbi sociali, intesi come difficoltà a inserirsi attivamente nel contesto della città, e che comprendono anche la violenza inaudita di un anonimo verso un ignoto, sono tali da spaventare.
Una brutalità che va oltre la logica di un nemico da eliminare e di un ostacolo da rimuovere, ma che si scaglia contro un nessuno, contro chi nemmeno si conosce e pertanto è escluso da qualsiasi avversità.
La violenza è giunta ad essere un comportamento banale, così come l’ammazzare.
[…]
Occorrono un’innovazione del mondo e nuove strategie di stare insieme e di aiutarsi reciprocamente nell’avventura esistenziale.
[…]
Nella pianificazione di un nuovo umanesimo, inteso come l’insieme di principi fondamentali per far sì che che l’uomo viva assieme agli altri uomini alla ricerca della serenità, di una serenità di tutti per non essere in balìa delle paure del vicino, bisogna partire da un dato che mi pare indiscutibile: la fragilità costitutiva dell’uomo e della sua condizione esistenziale.
La fragilità non è una medicina per sanare i gravi disturbi della società, le sue tragedie; è una caratteristica positiva a cui si legano grandi espressioni sociali, possibili all’uomo e all’umanità nel suo insieme.
[…]
La fragilità è bisogno dell’altro e non sopportazione.
L’altro diventa una necessità e permette non solo di essere aiutati ma anche di soddisfare il bisogno fortissimo di aiutare.
Permette di capire, finalmente, che fare il padre ed essere padre corrisponde alla necessità di aiutare a crescere e di sentire di avere una posizione autorevole che diventa la forza dell’educazione.
Permette di vivere senza compromessi, senza le furbizie per avere cose e denaro e per perdere al contempo dignità e credibilità.
[…]
La fragilità è all’origine della comprensione dei bisogni e della sensibilità di capire in quale modo aiutare ed essere aiutati.
Un umanesimo spinto a conoscere la propria fragilità e a viverla, non a nasconderla come se si trattasse di una debolezza, di uno scarto vergognoso per la voglia di potere, che si basa sulla forza reale e semmai sulle sue protesi.
Vergognoso per una logica folle in cui il rispetto equivale a fare paura.
Una civiltà dove la tua fragilità dà forza a quella di un altro e ricade su di te promuovendo salute sociale che vuol dire serenità.
Serenità, non la felicità effimera di un attimo, ma la condizione continua su cui si possono inserire momenti persino di ebbrezza.
La fragilità come fondamento della saggezza capace di riconoscere che la ricchezza del singolo è l’altro da sé, e che da soli non si è nemmeno uomini, ma solo dei misantropi che male hanno interpretato la vita propria e quella dell’insieme sociale.
La fragilità è dentro il mistero e il mistero impedisce che si affermi e si imponga la verità, poiché sulla verità si fanno guerre, persino sulla verità degli dèi.
[…]
Questo è l’incipit di una nuova civiltà e solo così si può aprire un tempo sereno per svilupparla, per scoprirla.
[…]
E’ tempo di ripartire e io non so come sarà – se sarà – il futuro, conosco il tempo presente e il declino della civiltà che precipita con la velocità di un masso che cade in un vuoto infinito.
Una parola è poco, ma è qualcosa se la si è tirata fuori dal dolore e dalla voglia che l’uomo viva meglio e sia più uomo.
Il rischio attuale che di umano gli sia rimasta attaccata addosso solo la miseria: un uomo miserabile e infelice, ubriaco di illusioni e di inganni, fatti e subiti.
Non potrà vedere scritte molte pagine di questa nuova storia poiché mi aspetta la morte e l’appuntamento mi troverà sconcertato poiché nel vecchio libro risulta essere la più grave delle ingiustizie e il mistero che più mi indigna.
E’ il momento che anche la fragilità muore.
Mi sentirò per un attimo senza la mia fragilità che ho amato e che mi ha aiutato a vivere, ma che non mi serve per morire.”

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In un libro intitolato “L’Uomo di vetro” il termine “fragilità” non può che ricorrere spesso, è quasi scontato;
eppure su questo termine focalizzerei una riflessione che potrebbe anche aiutare a raggiungere una diversa comprensione delle parole appena lette (e del libro tutto): cercando su un dizionario il termine ‘fragilità’ troveremmo più significati, io propongo di non assegnargli quello di ‘debolezza’ (fisica o psichica) ma di provare, leggendo quella parola, ad assegnarle ogni volta il significato di ‘delicatezza’ oppure di ‘sensibilità’.
Non connotiamo nella fragilità l’antitesi di robustezza (che in altri contesti è più che coerente) ma piuttosto la fortuna di possedere quelle 2 virtù dell’animo che non sono coltivate da tutti.

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Ira


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Eccovi una nuova pagina tratta dal libro
I VIZI CAPITALI E I NUOVI VIZI
di Umberto Galimberti che ci parla dell’IRA

E’ un argomento intrigante ma che si presta a possibili fraintendimenti;
la citazione del testo della psicologa D’Urso è una specie di elenco dei sinonimi figurati dell’ira, dei modi usati per descriverla; a queste si aggiunge l’analisi ed i commenti dell’autore;
a mio giudizio quanto ho letto non la trovo una apologia dell’ira (come a prima vista a qualcuno potrebbe sembrare, in special modo leggendo l’ultima riga) ma una esortazione a squarciare un velo di ipocrisia con la quale spesso la si osserva e la si giudica;
le parti su cui concordo maggiormente sono due e si possono riepilogare brevemente con i passi che parlano di:
‘misurata espressione’ e ‘giusta misura’;
fanno riflettere molto anche le citazioni;
tutte cose, queste, che fanno la differenza …

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“Tra l’ira funesta del Pelide Achille e l’ira di Dio dopo il peccato di Adamo, sembra che l’Occidente, che ha nella cultura greca e in quella giudaico-cristiana le sue matrici, rinvenga nell’ira, o come più frequentemente si dice nella ‘rabbia’, uno dei suoi segni distintivi.
L’ira non è l’aggressività, che al pari della sessualità è una pulsione assolutamente fondamentale per la conservazione dell’individuo e della specie.
L’ira è un sentimento mentale ed emotivo di conflitto con il mondo esterno o con se stessi che controlliamo poco e maneggiamo peggio perché, in preda all’ira, non siamo più padroni delle nostre azioni.
Per questa sua componente irrazionale, l’ira, come ci ricorda Aristotele, non è da confondere con l’odio, che può raggiungere i suoi scopi distruttivi solo percorrendo rigorosamente le vie della razionalità.

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La psicologa Valentina D’Urso (cfr, Arrabbiarsi – 2001) fa un repertorio degli scenari da cui vengono tratte le espressioni che nominano questo sentimento.
Il primo prevede la ‘personificazione della rabbia’ come se questa fosse un alter ego che bisogna ‘controllare’.
Qui il soggetto si identifica con la sua parte razionale e perciò: ‘tiene l’ira sotto controllo’, evita che ‘l’ira lo assalga’ o ‘lotta contro l’ira’.
Altro scenari sono la ‘fisica dinamica’, per cui:
‘si incanala la rabbia in una reazione costruttiva’, oppure ‘la si accumula finché esplode’;
la ‘meteorologia’ evocata a proposito dell’ ‘umore burrascoso’ e della ‘voce tonante’;
la dinamica dei gas per cui: ‘la rabbia compressa scoppia’ o ‘la rabbia attizzata si estingue’;
la ‘meccanica della crescita graduale’ per cui: ‘la rabbia ribolle e trabocca’;
‘gli scenari animali’: ‘era una belva’, ‘un essere inviperito’;
la ‘degradazione del corpo’ come ‘la bava alla bocca’, ‘la voce strozzata’, ‘il digrignare dei denti’, fino a ‘mangiarsi il fegato dalla rabbia’ e ‘farsi il sangue marcio’.

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Valentina D’Urso

Non mancano infine riferimenti culturali tratti dal mondo che abbiamo lasciato alle spalle come: ‘perdere le staffe’ (con riferimento al controllo del cavallo), ‘gettare olio sul fuoco’ (dove lo scenario è quello contadino), ‘uscire dai gangheri’ (con riferimento alle cerniere dei vecchi armadi), ‘alzarsi col piede sbagliato’ (con riferimento al mondo magico e all’influenza dei sogni), ‘un diavolo per capello’ (dove sullo sfondo c’è il mondo religioso), e infine le ‘metafore sessuali’:
‘mi sono rotto le palle’, ‘mi hai fatto incazzare’.
C’è infatti una sotterranea parentela tra ira e sessualità, se è vero che la parola ‘orgia’ (dal greco orghé) significa ‘collera’, ‘ira’.
Se il linguaggio riproduce fedelmente le emozioni originarie, quel che risulta da queste espressioni abituali è che l’ira è percepita come qualcosa d’altro da noi, che può impossessarsi di noi, facendoci perdere la capacità di controllo e l’uso della ragione.
C’è dunque nella considerazione che abbiamo dell’ira qualcosa di significativamente immorale, nel senso che ciascuno di noi si identifica con la parte razionale e ben educata di sé e rifiuta di riconoscere come propria la parte passionale, della cui attivazione è sempre responsabile l’altro.

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In realtà le passioni sono dinamiche del corpo che lo danneggiano sia quando vengono eccessivamente compresse, sia quando vengono scatenate senza limiti.
Per cui, l’ira compressa che preme contro le pareti del nostro Io senza sfondarle, nella fantasia popolare genera il cancro, così come il suo scatenamento aumenta la pressione, provoca l’attacco cardiaco o il colpo apoplettico.
Per questo i filosofi, da Aristotele a Nietzsche, hanno sempre pensato e detto che la salute del corpo e l’equilibrio della mente non si mantengono con la repressione delle passioni o peggio con la loro rimozione, ma con la loro ‘misurata espressione’.
Scrive infatti Aristotele:
*Adirarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa*. (cfr, Etica a Nicomaco)

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Qui ci vuole intelligenza, quell’intelligenza che Nietzsche così descrive:
*Tutti sono convinti che l’intelligenza sia qualcosa di conciliante, di giusto, di buono, qualcosa di contrapposto agli impulsi, mentre essa è solo un certo rapporto degli impulsi tra loro*. (cfr. La gaia scienza)
Facciamoci carico delle nostre passioni e, invece di comprimerle come il senso comune, l’ipocrisia e una cattiva scuola religiosa ci hanno insegnato, diamo loro espressione avendo cura della ‘giusta misura’.
[…]
L’ira, infatti, è un modo per riaffermare se stessi e il proprio mondo di valori.”

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