Consumismo (parte seconda)


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E’ un capitolo alquanto lungo (ma molto interessante e meritevole di attenzione e riflessione) , quindi ho ritenuto di suddividerlo in 3 parti;
la prima parte tratta dal libro di Galimberti la potete trovare qui

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“L’INCONSISTENZA DELLE COSE
Che ne è delle cose, della loro consistenza, della loro durata, della loro stabilità?
Da sempre le cose si consumano e diventano inutilizzabili, ma nel ciclo produzione-consumo che non può interrompersi esse sono pensate in vista di una loro rapida inutilizzabilità.
Infatti è prevista non solo la loro transitorietà, ma addirittura la loro ‘data di scadenza’ che è necessario sia il più possibile a breve termine.
E così invece di limitarsi a concludere la loro esistenza, la ‘fine’ delle cose è pensata fin dall’inizio come il ‘loro fine’ (spettacolare concetto, che riassume tutto, ndr).

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In questo processo, dove il principio della distruzione è immanente alla produzione, l’uso delle cose deve coincidere il più possibile con la loro ‘usura’.
E se questo non è possibile per l’intero prodotto perché nessuno lo acquisterebbe, è sufficiente che lo sia per i pezzi di ricambio, il cui costo deve essere portato a livelli tali che persino piccole riparazioni vengano a costare, se non di più, almeno quanto un nuovo acquisto.

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[non vi viene in mente il costo delle cartucce di inchiostro di una qualsiasi stampante moderna per PC ed il (quasi equivalente) costo della stampante stessa?, ndr]
Se questo non basta, sarà la pubblicità a persuaderci che, anche se la nostra automobile tecnicamente funziona ancora nel migliore dei modi, è il caso di sostituirla, perché ‘socialmente inadatta’ e in ogni caso ‘non idonea al nostro prestigio’.
[qui invece la mia mente corre subito, e non per la prima volta, agli smartphone (et similia) che vengono resi (teoricamente) obsoleti dopo pochi mesi di vita da una nuova versione che ha solo delle piccolissime “qualità” (ma lo son davvero ?) in più della precedente, ndr]

IL DISSOLVIMENTO DELLA DURATA TEMPORALE
Il tratto nichilistico dell’economia consumistica, che vive nella negazione del mondo da essa prodotto perché la sua permanenza significherebbe la sua fine, destruttura nei consumatori la dimensione del tempo, sostituendolo alla durata temporale, che è fatta di passato, presente e futuro, la precarietà di un assoluto presente che non deve avere alcun rapporto col passato e col futuro.

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E allora oltre alla produzione forzata del bisogno, ben al di là della sua rigenerazione fisiologica, il consumismo utilizza strategie, come ad esempio la moda, per opporsi alla resistenza dei prodotti in modo da rendere ciò che è ancora ‘materialmente’ utilizzabile, ‘socialmente’ inutilizzabile, e perciò bisognoso di essere sostituito.
E questo non vale solo per le innovazioni tecnologiche (televisori, computer, cellulari), o per il guardaroba femminile (e oggi anche maschile), ma, e qui precipitiamo nell’assurdo, anche per gli armamenti.

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Se un armamento resta inutilizzato per mancanza di guerre e quindi di potenziali acquirenti, o si inventano conflitti per ‘ragioni umanitarie’, o si producono armi ‘migliori’ che rendono obsolete quelle precedenti.
[…]

LA CRISI DELL’IDENTITA’ PERSONALE
Viene ora da chiedersi: quali sono gli effetti della cultura del consumismo sulla costruzione e sul mantenimento dell’identità personale?
Disastrosi.
Perché là dove le cose perdono la loro consistenza, il mondo diventa evanescente e con il mondo la nostra identità.
E’ infatti fuorviante considerare la cultura del consumo come cultura dominata dalle cose, perché nel consumo le cose si fluidificano.
Prive di consistenza, di durata, e al limite di utilità, le cose esistono solo per essere consumate e, dove resistono al consumo, per essere sostituite da prodotti ‘nuovi e migliori’ che l’innovazione tecnologica porta con sé.

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In un mondo dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati all’obsolescenza immediata, l’individuo, senza più punti di riferimento o luoghi di ancoraggio per la sua identità, perde la continuità della sua vita psichica, perché quell’ordine di riferimenti costanti, che è alla base della propria identità, si dissolve in una serie di riflessi fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso diffuso di irrealtà che la cultura del consumismo diffonde come immagine del mondo.
Là infatti dive un mondo fidato di oggetti e di sentimenti durevoli viene via via sostituito da un mondo popolato da immagini evanescenti, che si dissolvono con la stessa rapidità con cui appaiono, diventa sempre più difficile distinguere tra sogno e realtà, tra immaginazione e dati di fatto.
Declinandosi sempre più nell’apparire, l’individuo impara a vedersi con gli occhi dell’altro.

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Impara che l’immagine di sé è più importante delle sue capacità.
E dal momento che verrà giudicato da chi incontra in base a ciò che possiede e all’immagine che rinvia, e non in base al ‘carattere’ come accedeva nelle epoche non consumistiche, tenderà a rivestire la propria persona di teatralità, e fare della sua vita una ‘rappresentazione’, e soprattutto a percepirsi con gli occhi degli altri, fino a fare di sé uno dei tanti prodotti di consumo da immettere sul mercato.
Priva di un mondo costante, durevole e rassicurante nella sua solidità, l’identità diventa incerta e problematica, non perché l’individuo non appartiene più a precise categorie sociali, ma perché non abita più un mondo stabile e dotato di esistenza indipendente.

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Là infatti dove il mondo è di continuo creato e ricreato e gli oggetti durevoli sostituiti da prodotti ‘usa e getta’, destinati all’obsolescenza immediata, il consumatore considera il mondo come un riflesso dei suoi desideri e delle sue paure.
Non più una realtà solida, durevole e palpabile, ma una vita psichica vissuta senza un senso costante di sé, che naufraga in una serie di riflessi fugaci nello specchio dell’ambiente circostante.
Qui la differenza tra realtà e virtualità diventa sempre più vaga, come vaga diventa la propria identità e indefinito lo spazio della libertà.”

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FINE DELLA SECONDA PARTE

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Adattamento


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“Tutta la società cerca costantemente di farti adattare.
Si serve della religione, della morale, della pratica dei mantra, dello yoga e anche della psicoanalisi e di diversi tipi di psichiatria.
Tutto quello che la società si prefigge è di “produrre” un individuo ben adattato: ma se la società è sbagliata, adattarvisi non può essere un bene ;
se la società è pazza adattarvisi significa impazzire.”

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immagine e testo sono tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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questo invece lo aggiungo io …

 

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che cos’è il ‘reale’ ?


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Il video è abbastanza difficile da ‘decodificare’ per una mente come la mia che non è allenata e nemmeno pronta per discorsi ed argomenti di questo tenore, alieni a qualsiasi tipo di mia conoscenza o approfondimento.
Non sono quindi in grado di dire con un minimo di certezza se per me sia possibile oppure impossibile condividerne il messaggio.
Di sicuro il discorso è molto diverso per quanto riguarda il testo che segue: quello che ho letto mi appare (come una innegabile realtà) chiaramente davanti agli occhi … chiusi o aperti che siano …

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Che cos’è reale?
Viviamo in un mondo materiale costruito per allontanarci da ciò che siamo veramente, il problema è che nella menzogna è stata costruita un’altra menzogna.
I social hanno creato un ulteriore esistenza per ogni essere umano, dunque se è difficile prendere coscienza sulla finzione in cui viviamo, ci siamo dirottati all’interno di un’altra finzione virtuale.
Abbiamo come esempio il film matrix dove le persone materialmente si trovavano in una incubatrice che si prendeva l’energia di ogni individuo attraverso l’immedesimazione delle menti umane di vivere in quel programma.
Io vi prendo come esempio questo social e cerco di farvi capire che siete in trappola 2 volte: la prima in questo mondo materiale, limitandovi a sopravvivere producendo per il sistema per poi ridare a loro stessi il frutto del vostro guadagno.
Ci siamo fatti trascinare in un mondo che non piace a nessuno e anzichè cambiarlo, abbiamo accettato consapevolmente e ancora una volta la loro pillola:
I SOCIAL NETWORK.
Ormai le persone si sono costruite carattere e personalità sui social, sono quello che nel mondo “reale” non possono essere.
Come ci si può accontentare della finzione?
Anzichè viversi le proprie le persone, la scrivono su un social, facendo loro stessi spettatori della propria vita che cambia in funzione dell’approvazione collettiva sul materiale esposto pubblicamente.
Si arriva ad interrompere un momento di felicità per farsi una foto, ma che vuol dire questo comportamento?
“ehi prima di fare questa foto vedete.. ero felice, poi ho interrotto il divertimento perché mi son ricordato che ho una vita sui social’ …

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Il video ed il testo sono tratti da   Abbattiamo IL Sistema.

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inquiLamento


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“L’inquinamento del pianeta è solo un riflesso esteriore di un inquinamento psichico interiore: milioni di persone incoscienti non si assumono responsabilità del proprio spazio interiore.”

(Eckhart Tolle)

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“Io non parlo alle nazioni, parlo ai singoli individui.
Se le cose grandi vanno male è perché io stesso vado male.
Poiché l’autorità non riesce a dirmi più nulla, devo esaminare me stesso, conoscermi nel’intimo e sapermi rinnovare, se non lo so fare, neppure la società può rinnovarsi, essendo essa la somma degli individui.”

(Carl Gustav Jung)

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immagine e testo tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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Io non sono …


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“Io non sono né un devoto, né un ateo;
non vivo in base alla legge, né in base agli istinti;
non sono un oratore, né sono un ascoltatore;
non sono un servo, né un padrone;
non sono prigioniero, né sono libero;
non sono distaccato, né ho attaccamenti;
non sono remoto a nessuno, a nessuno sono vicino;
non dovrò andare all’inferno, né in paradiso;
faccio qualsiasi lavoro, eppure sono svincolato dal lavoro.
In pochi comprendono il mio significato:
chi riesce a comprenderlo, siede immobile.
Non cerco di fondare alcunché, né di distruggere.
Il saggio comprenderà.”

(Kabir)

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immagine e testo tratti da  Realtà, inganno e manipolazione

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