Fragilità & Civiltà


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Tratto da L’UOMO DI VETRO di Vittorino Andreoli
ecco uno stralcio del lungo capitolo FRAGILITA’ E CIVILTA’

Ci racconta in modo sferzante e senza remore la sua analisi di un particolare periodo storico di questo Paese; un periodo che ha segnato in maniera indelebile i 50 anni successivi.
Sono sue opinioni (di una decina di anni fa) e quindi si può concordare oppure no (anche se i fatti descritti sono sotto gli occhi di tutti);
io faccio fatica a trovare qualcosa in quello che ho letto con cui non concordo.

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“[…]
E’ bene richiamare che tutto quanto ha ispirato questi eventi (il ’68 ndr), l’idea di fondo, non è affatto criticabile se non altro perché risponde a un criterio di giustizia distributiva che socialmente rimane ancora di grande significato.
Inoltre a sostenere queste idee non erano soltanto dei giovani proletari, ma anche persone e personaggi di alta estrazione borghese e persino del capitalismo più solido (quindi non quello ‘straccione’ come scrisse il Time ndr) tra quello esistente nel nostro paese (Olivetti docet ndr).

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La certezza che la società sarebbe mutata proprio per l’inserimento di componenti che prima erano escluse da posizioni di prestigio e comunque di comando, si mostrò un’illusione delle più inattese: un vero disastro.
Il proletariato, giunto al comando, si comportava esattamente come gli habitué del potere, anzi con un’arroganza ancora più odiosa e con un’enfasi che aveva un carattere compensativo e che dunque non era disposto a lasciare a nessun prezzo.
Un attaccamento più adesivo di quello che mostrava chi occupava quel territorio da tanto tempo e che, al confronto, conquistava simpatia.
La classe, che aveva vissuto tra le difficoltà, che era stata sopraffatta dai potenti, giunta alla medesima posizione si manifestava gretta, senza più interesse per il movimento che aveva animato.
Nacque un gruppo di potere cieco e conservatore come da tempo non si era visto. Al confronto, il vecchio potere aveva un stile di gestione da preferire alla sospettosità, all’arroganza, persino alla maleducazione di chi vi era sopraggiunto.
Uno dei risultato del Sessantotto fu certamente un sindacata più forte.

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Un’organizzazione che raggiunse obiettivi storici, come lo Statuto dei Lavoratori, ma che creò anche una burocrazia sindacale formata da migliaia di persone che ormai erano passate dalla fabbrica agli uffici, dalle ferriere alle riunioni generali per parlare di sviluppo economico e di pianificazione della società.
Temi che venivano affrontati spesso senza una competenza, ma con la pretesa di un diritto puramente di forza.
La rottura di ogni trattativa voleva dire sciopero.
Uno strumento di significato indiscusso, una modalità per far sentire la propria voce dopo secoli in cui quella voce non contava nulla, erta diventato un balzello di condizionamento, sovente contrario all’economia e ai posto di lavoro.

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Un sindacato diviso in infinite sigle, talora di dimensioni numericamente ridicole ma in grado di bloccare un’intera attività produttiva.
E ormai c’è lotta tra sigle, tanto da fare dell’unità dei lavoratori una pura e pia illusione.
E così si giunge al sindacato come potere, alla logica perversa del fare perché si può, per dimostrare di esistere e non per questioni di estrema rilevanza.
E il sindacato si è reso corresponsabile della disoccupazione e del trasferimento del lavoro in aree e in Paesi in cui il costo del lavoro è minore.
Aziende finite con il colpo di grazia del sindacato e altre difese approvando sovvenzioni statali ingiustificate.
E’ triste vedere al comando chi prima era succube, agire con tracotanza da vecchio classismo cieco, clonato esattamente in chi si era opposto allo stesso potere e a quello stile.
La classe padronale godeva di benefici e otteneva ciò che voleva, evadeva le tasse perché controllava i controllori del sistema fiscale.
Ora si sono aggiunti anche gli ex proletari al potere che usano lo stesso sistema.
Attorno a una villa padronale nascono ormai ville moderne costruite dall’arroganza e dall’imbroglio del potere del sindacalista, del piccolo artigiano, del piccolo imprenditore e del laureato della nuova generazione dei beneficiato del Sessantotto.
Tra i politici prima c’era una ‘crème’ inutile e inamidata, adesso una élite di ignoranti capaci solo di furbizie, incurante di nulla se non di accrescere il proprio piccolo potere, e che, per la caratteristica insita nel potere, è destinato ad aumentare, moltiplicando le azioni ‘criminose’ compiute con avvocati e commercialisti al limite della legge: i professionisti delle azioni sporche e dalle carte pulite.
[…]

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Allora, prima del Sessantotto, i corrotti erano pochi e grossi.
Ora sono molti e nessuno ricorda più che c’è un’etica o, se ne parla, è per occupare serate inutili.
Bisogna pur fare quello che i ricchi facevano, e in fondo il vero sogno dell’impotente è di diventare potente e del succube di farsi padrone di succubi.
[…]
Il riferimento alla morale si impone allora con forza: mai come in questo momento si parla di eticità, del bisogno di riportare le regole dentro i piccoli gruppi o le grandi istituzioni, dentro la società; e si inventano commissioni di controllo, definite etiche, a ogni livello.
Ebbene questo accade in un periodo storico mai è stata tanta l’immoralità (ormai trasformatasi in amoralità ndr).
Si constata regolarmente che le commissioni sono presiedute e composte da persone che si sono macchiate delle immoralità più evidenti e che insensibilmente pontificano sui principi e sui criteri per affermare la morale sociale.
Del resto, ne abbiamo accennato, l’unica spia della moralità nel singolo è il senso di colpa, quel malessere che uno prova di fronte a un’azione compiuta quando è diversa da quella che invece avrebbe dovuto fare.
La colpa è lo scarto tra ciò che si è fatto e ciò che si doveva fare, tra l’essere il il dover essere.
Un confronto semplicemente morto poiché nell’immoralità non c’è un dover essere, ma semplicemente si fa ciò che l’occasione offre e che garantisce un vantaggio proprio, non importa come e perché.
[…]
Ecco su cosa si fonda quella strana impressione di trovarci alla fine di una civiltà, sulla constatazione che tutte le grandi innovazioni sociali che erano servite a caratterizzare un periodo storico ora non portano se non effetti mascheratamente di imbroglio: il Diritto aveva fatto grande l’Impero Romano, l’etica era stata la grande invenzione della ‘polis’ greca, i due monumenti fondanti di una grande civiltà che ora vede le istituzioni somme fallite: la Stato e la Chiesa.”

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7 pensieri riguardo “Fragilità & Civiltà

  1. Come non essere daccordo! Nel rileggere orwellianamnete lo spezzone, per quale ragione non abbandonare ogni speranza ed abbracare l “homo homini lupus”? Che è quanto accade d’altronde. E dice benissimo l’autore quando afferma “l’unica spia della moralità nel singolo è il senso di colpa”. Ma il senso di colpa è frutto della sensibilità civica e verso gli alri che costruiamo attraverso l’ educazione e la formazione personale.
    Se si recitano a memoria le battute di “Genny Savastano ” di Gomorra o Michael Scofield di “prison break” e si è educati da una scuola che sembra più una fabbrica di salsiccie, non mi sorprenderebbe se un domani arriveremmo a chiederci… che cosa si intende concretamente per moralità ( come se ci interrogassimo sulla fenomenologia hegeliana) ?

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    1. “non mi sorprenderebbe se un domani arriveremmo a chiederci …” ???

      Non mi sorprenderebbe se un domani per l’Uomo non ci fosse …
      vista la deriva che tutti possiamo ‘vedere’ ma che pochissimi cercano di frenare.
      Stanno tramutando i vizi in virtù (e viceversa, con la complicità dei media), a piccole dosi ma costantemente, in modo di non provocare reazioni nella gente sempre più anestetizzata, facendogli accettare (a volta addirittura desiderare) cose, decisioni, leggi per lei negative
      e tutto questo non può portare nulla di buono …

      ciao

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  2. Leggendo i tuoi post sul libro “i vizi capitali e i nuovi vizi” mi sono incuriosito ed ho comprato il libro. Non l ho ancora iniziato ma sono davvero interessato ad approfondire l’argomento. La questione che continuo a pormi è perché considerare sulla strada sbagliata il “nuovo vizioso” (che in qualche modo rievochi nel tuo commento)? E se fossero i “non-viziosi” (virtuosi mi pare esagerato) a voler perseverare per un cammino tortuoso?
    Ad esempio perché cedere alla fragilità dell’altruismo quando sulla roccaforte dell’individualismo (o anche sociopatia) ci sentiamo al sicuro? E perché non si tratterebbe poi di virtù? Perché si invita ad apprendere l’arduo compito di relazionarsi empaticamente con gli altri se l’egoismo è visto negativamente solo da chi non lo è? Non è forse solo rifiuto per chi ha valori diversi ( un “valorismo” per declinare la parola razzismo)?
    Spero di trovare qualche riflessione interessante nel libro o comunque Claudio sarei contento di leggere il tuo parere

    CBA

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    1. Una premessa è iper doverosa.
      Galimberti è lontano anni luce da me in quanto a cultura, spessore, conoscenze e studio (io non ho frequentato l’università) e tutto l’altro che si voglia pensare: io sono sul pianerottolo e lui è in cima alla scala.
      Ne consegue che le argomentazioni mie sono sicuramente di un altro peso rispetto alle sue.

      Io penso che l’Uomo è comunque un animale sociale e nasce con già l’istinto di vivere in branco; gli esempi di persone solitarie in effetti sono rarissimi.
      Il bisogno di solitudine che tutti proviamo in determinati momenti è sempre circoscritto nel tempo, non dura a lungo.
      Non credo quindi che l’egoismo sia un valore aggiunto e non credo che un sociopatico viva tranquillo e si senta sicuro.
      Relazionarsi empaticamente la trovo una cosa necessaria, positiva ma purtroppo dai più dimenticata (ma sempre per ‘convenienza’ o comodità).
      I problemi ed i tanti conflitti tra gli uomini derivano (a mio parere) solo dai vizi e non dalle virtù degli uomini stessi; le guerre si fanno per tanti motivi come ad esempio per denaro (o risorse) o per potere non certo per amore …

      Anche io leggo i capitoli così come lo fate voi (se mi seguite), anch’io li devo interpretare e trarne delle considerazioni; le cose che ho letto spessissimo le condivido perché le vedo (così come sono descritte da Galimberti) nel mondo che ci circonda …

      ciao e grazie della ‘chiacchierata’ 😉

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