2 € di coscienza


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Ho postato la prima parte di un capitolo di un libro di Galimberti dal titolo DINIEGO (cui seguirà una seconda parte).
Quanto sentirete nel video, vi sembrerà strano, in un certo qual modo è un argomento correlato.

Delle risposte emozionali al dramma altrui potrebbero configurarsi in molteplici maniere (come appunto ci ha spiegato Galimberti) ma spesso crediamo che una buona soluzione per non dimostrarci degli indifferenti sia quella che ci pubblicizzano in continuazione, ce la sponsorizzano, a cui ci pregano di ‘partecipare’ …

un modo come un altro per metterci a posto le coscienze … 2 € e passiamo oltre …

eppure in questo mondo Vendittiano (di ladri, ricordate?) riescono a fregarvi anche sulla solidarietà …
e non pensiate che sia un caso isolato …

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PS – è noto che molte iniziative del genere (anche con nomi altisonanti e stra conosciuti, governativi e non) raccolgono somme ingenti ma spesso solo una parte infinitesimale di questi raggiunge i beneficiari designati, il resto si ‘perde’ in mille rivoli, come ad esempio la copertura di generiche ma elevate spese di gestione.
Ovviamente questa parte della realtà non viene parimenti pubblicizzata (neppure dai media).

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Diniego


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Andiamo ancora una volta a ‘visitare’ il libro I VIZI CAPITALI E I NUOVI VIZI di Umberto Galimberti, più precisamente attingendo al capitolo intitolato   DINIEGO

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*Il diniego è un modo per mantenere segreta a noi stessi la verità che non abbiamo il coraggio di affrontare*.
STATI DI NEGAZIONE (2001) – Stanley Cohen

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“I mezzi di informazione, che ci fanno conoscere come mai prima era accaduto, quel che succede nel mondo, ci hanno messo nelle condizioni di praticare un nuovo vizio, che rischia di passare inosservato perché molto diffuso, senza che la sua diffusione diminuisca di un grammo la sua drammaticità.
Questo vizio è il DINIEGO, che consiste nel negare, nelle forme più svariate e ipocrite, l’esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce.
E’ un vizio antico come tutti gli altri, ma i mezzi di informazione l’hanno reso esponenziale.
Vediamolo da vicino.

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Sappiamo tutti che cos’è la ‘rimozione (Verdrangung)’, un meccanismo di difesa inconscio con cui allontaniamo da noi immagini e fatti che ci risultano inaccettabili.
Talvolta quanto abbiano rimosso riemerge, e allora come ulteriore difesa inconscia subentra la ‘negazione (Verneigung)’, come quando, volendo attaccare una persona, diciamo:
*Ora lei penserà che io voglia dire qualcosa di offensivo, in realtà non ho questa intenzione*;
oppure, caso frequente nelle sedute analitiche:
*Lei domanda chi possa essere questa persona nel sogno: non è mia madre*.
E fin qui tutto bene.
Per conservare se stesso il nostro Io usa di frequente le strategie della rimozione e della negazione, autoingannandosi inconsciamente, perché incapace di reggere la verità.
Nessuna colpa morale.
Il processo infatti è inconscio,
Solo una fragilità del soggetto che non riesce ad accogliere tutta la realtà di cui è fatto.

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Ma oltre alla rimozione e alla negazione, Freud ha individuato anche il ‘diniego’ (Verleugnung), in inglese Denial il cui soggetto nega l’esistenza di ciò che esiste e conosce.
Nel diniego Freud vede l’origine della scissione dell’Io, l’anticamera della pazzia.
Ma il diniego assume forme più camuffate, e per giunta così diffuse al di là di ogni immaginazione, da risultare praticamente irriconoscibile.
Basta prestare attenzione ad alcune espressioni o frasi comuni quali: ‘chiudere un occhio’, ‘distogliere lo sguardo’, ‘guardare da un’altra parte’. ‘mettere la testa otto la sabbia’, ‘non sollevare la polvere’, ‘fare lo struzzo’, ‘lavare i panni sporchi in casa propria’, ‘dire una mezza verità’, per renderci conto di quanto le forme di diniego siano diffuse, e quanto devastanti siano gli effetti, nel mondo privato e in quello pubblico, di questo atteggiamento che nega ciò che esiste e si conosce.
[…]

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Se si fosse letto il libro di Stanley Cohen (citato nell’incipit ndr), ci si dovrebbe domandare: come reagiamo quando al mattino leggiamo nelle pagine degli esteri dei nostri giornali le atrocità perpetrate nel mondo?
Che atteggiamento assumiamo di fronte alle immagine televisive che ci fanno vedere profughi in fuga dai loro paesi per fame o per ragioni politiche, bambini africani che muoiono di fame o di Aids, cadaveri nei fiumi, volti contorti dallo strazio e nella disperazione?
Spesso decidiamo consciamente di evitare queste informazioni, qualche volta non sappiamo neppure quanto escludiamo e quanto accettiamo.
Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi.
E se il diniego politico è cinico, calcolato e evidente, il nostro diniego, quello che si muove tra consapevolezza e inconsapevolezza, è disastroso, perché toglie ogni speranza a una possibile reazione e inversione del corso degli eventi.”

FINE DELLA PRIMA PARTE

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Bell’argomento, uno di quelli che riguarda (seppur in misura differente) tutti, ma proprio tutti;
una certa specie di diniego auto difensivo lo trovo normale e non ‘vizioso’; parlo di quello che mettiamo in atto a nostra difesa in situazioni particolari;
faccio degli esempi per chiarire :
se ci preannunciano che un filmato ha delle scene molto cruente possiamo decidere di non visionarlo ma questo non significa negare le cose che vi si trovano narrate, si evita solo di vederle, tanto si sa cosa sono.
Di solito quando c’è un incidente tutti, incuriositi, rallentano per guardare ma molti se vedono dei corpi martoriati ed insanguinati volgono lo sguardo; ma di sicuro non negano l’incidente e la loro reazione non è di indifferenza in caso siano già presenti i soccorritori (diverso il discorso se questi ultimi non ci sono e non ci si ferma a prestare soccorso).

Ma quello di cui si accenna in questo capitolo non credo riguardi proprio questi casi;

Delle frasi citate da Galimberti (diciamolo sinceramente) quanti di noi possono però affermare di non averne mai pronunciata alcuna?

Di sicuro esistono almeno 2 distinte categorie di persone che negano nella maniera descritta : quelle che negano per ignoranza e quelle che lo fanno per convenienza … entrambe comunque non sono giustificabili.

E’ un bell’argomento dicevo, che merita una riflessione perché, a ben vedere, riguarda qualsiasi episodio che possiamo toccare con i nostri 5 sensi; qualsiasi cosa accada fuori di noi il nostro cervello elabora le informazioni giudica, cataloga, mette in atto dei processi di accettazione o di rifiuto (a tonalità differenti) a seconda dei casi.
A pensarci bene forse succede lo stesso anche per le cose che succedono ‘dentro’ di noi.

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il Paradosso di Protagora


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Protagora (-486; -411) nacque ad Abdera, in Tracia. All’età di 30 anni iniziò a dedicarsi all’insegnamento della retorica. La sua lunga attività lo condusse nelle varie città dell’antica Grecia.

Soggiornò più di una volta ad Atene, dove venne a contatto con numerose personalità illustri. Tra queste, Euripide e Pericle che lo incaricò di redigere la legislazione della nuova colonia panellenica di Thurii.

Platone ritrae Protagora come un uomo di mondo, pieno d’anni e d’esperienza, magniloquente e vanitoso, la cui preoccupazione nelle discussioni era di ottenere un successo personale anche al costo di sacrificare la verità.

Si dice che una volta istruì alla legge un giovane e promettente allievo di nome Euatlo.

Quest’ultimo aveva pattuito con il maestro di versare immediatamente la prima metà dell’ingente somma necessaria per pagare le lezioni, e di corrispondere la seconda parte non appena avesse vinto la sua prima causa.

Le lezioni terminarono, il tempo passava ed Euatlo, non avendo vinto alcuna causa, poiché non ne aveva mai fatte, continuava furbescamente a non pagare Protagora.

Quest’ultimo, indispettito, decise di citare a giudizio il suo allievo insolvente e presentò in tribunale il suo famoso dilemma, dimostrando che in ogni caso Euatlo lo avrebbe dovuto pagare:

«Sappi, giovane assai insensato, che in qualsiasi modo il tribunale si pronunci su ciò che chiedo, sia contro di me sia contro di te, tu dovrai pagarmi.

Infatti, se il giudice ti darà torto, tu mi dovrai la somma in base alla sentenza, perciò io sarò vittorioso; ma anche se ti verrà data ragione mi dovrai ugualmente pagare, perché avrai vinto una causa».

L’arringa di Protagora sembrerebbe inoppugnabile: o Euatlo vince la causa o non vince la causa; se la vince, deve pagare Protagora a causa del loro patto; se la perde, deve comunque pagare Protagora per rispettare la sentenza del giudice.

Tuttavia, dimostrando di essere un ottimo allievo, Euatlo rispose all’accusa presentando un dilemma opposto avente la medesima struttura del precedente, ma grazie al quale riuscì a provare che non avrebbe dovuto pagare il maestro in nessun caso.

«Se, invece di discutere io stesso, mi avvalessi di un avvocato, mi sarebbe facile di trarmi dall’inganno pericoloso. Ma io proverò maggior piacere avendo ragione di te non soltanto nella causa, ma anche nell’argomento da te addotto.

Apprendi a tua volta, dottissimo maestro, che in qualsiasi modo si pronuncino i giudici, sia contro di te sia in tuo favore, io non sarò affatto obbligato a versarti ciò che chiedi.

Infatti, se i giudici si pronunceranno in mio favore nulla ti sarà dovuto perché avrò vinto; se contro di me, nulla ti dovrò in base alla pattuizione, perché non avrò vinto».

Infatti: o Euatlo vince la causa o non vince la causa; se la vince, non paga Protagora in accordo con la sentenza del giudice; se la perde, non paga comunque Protagora per quanto stabilito dal loro patto.

E così Protagora cadde in un bel paradosso che però è tale solo all’apparenza perché il dilemma di Protagora, in realtà, è soltanto un’argomentazione, e in quanto tale deve presentare un errore o nelle premesse o nel ragionamento.

Nel caso specifico, se ammettiamo che questa sia effettivamente la prima causa per Euatlo, non ci sarebbe alcuna ragione di conflitto: l’allievo non ha violato il patto, perché non c’era stata nessuna causa in precedenza, e tanto meno avrebbe dovuto pagare per una causa non ancora avvenuta. Quindi i giudici avrebbero dovuto sciogliere immediatamente la causa.

Oppure, per risolvere il dilemma, si può considerare anche l’alternativa di una vittoria di Euatlo ma non come avvocato difensore di se stesso, bensì come imputato: se questa distinzione è lecita, Euatlo avrebbe potuto vincere pur senza pagare il becco di un quattrino a Protagora.

La vicenda però ebbe un altro esito: «I giudici, allora, considerando che il giudizio in entrambi i casi era incerto e di difficile soluzione, giacché la loro decisione, in qualunque senso fosse stata presa, poteva annullarsi da se stessa, lasciarono indecisa la causa e la rinviarono a data assai lontana.

Così un famoso maestro di eloquenza fu sconfitto da un giovane discepolo che, servendosi dello stesso argomento, scaltramente prese nella trappola chi l’aveva tesa».

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