SoS … ultimo avviso


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4305

SoS … Ultimo avviso alla Terra

“Buona domenica, io sono una staffetta con le ali, portavoce di Madre Natura, e quelli grigi e sciocchi nei palazzi sullo sfondo di questa foto siete voi, senza offesa, o magari anche sì.
Dice Madre Natura -vi riporto testualmente le Sue parole delle 5:26 ora italiana-:
«Sono molto rammaricata, figli miei, di vedermi costretta ad avvisarvi, con turbolenze e terremoti, con lo scioglimento dei ghiacci, con tifoni, tsunami e tornado, che la vita è in agonia per la vostra stessa ingordigia che sta finendo col divorare se stessa, come un padre impazzito che mangi i propri piccoli.
Faccio appello a tutti i bambini, ai giovani, alle mamme come me e agli ultimi saggi: ribellatevi con tutta la fragile forza che avete!
Impedite alle orde più oscure e malvagie della Terra di portare a compimento il loro nero disegno d’Ignoranza. Contrastatele con la potente luce della Conoscenza e dell’Amore!».
A questo punto, prima di spiccare il suo volo ferito, la staffetta portavoce di Madre Natura (nella foto) ha concluso:
“Ho letto ieri sul Wall Street Journal -ormai anche noi volatili abbiamo imparato a leggere per disperazione- che gli Stati Uniti avrebbero deciso di non uscire più dagli accordi di Parigi negoziati nel 2015 dall’amministrazione Obama, facendo dietrofront su quanto invece annunciato dal presidente Trump.
Che spettacolo, ragazzi!
A questa notizia, tutti gli animali del mondo hanno gioito in un’esplosione di cinguettii e ruggiti, latrati, grugniti, miagolii entusiasti e muggiti dolcissimi.
Ma poco fa, purtroppo, quella scema della Casa Bianca ha dichiarato che «Non ci sono stati cambiamenti nella posizione degli Stati Uniti sugli accordi di Parigi. Come il Presidente ha chiarito già abbondantemente gli Stati Uniti si ritireranno. A meno che non riusciranno a rientrare con termini più favorevoli al Paese».
Di “favorevole” c’è solo che te ne vada all’inferno, presidente Trump & Company, dico io.
Vi ho augurato buona domenica, ma ora aggiungo maledetta domenica, fratelli umani.
Statevene pure ripiegati sui vostri sterili “me stesso” continuando a specchiarvi su quegli smartphone del cacchio, oppure reagite, buon Dio, reagite!
Se un ragazzino cinese è riuscito a fermare i carri armati, voi che siete milioni e milioni è mai possibile che non riusciate a impedire la distruzione del pianeta?”.
E con un sospiro e un impercettibile singhiozzo, scrollandosi tutto il dolore del mondo dalle ali, l’uccello della foto è volato via.

Diego Cugia di Sant’Orsola

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sarebbe necessario ?


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« Non sarebbe ancora sempre necessario scrivere un libro che mostrasse l’intera corruzione dei nostri governi e dei nostri costumi, ora nei suoi lati ridicoli ora in quelli spregevoli, ne presentasse in modo naturale e senza esagerazioni le necessarie conseguenze, e illustrasse i principi di un governo migliore e di migliori costumi, unitamente ai mezzi per arrivarvi? »

J.G. Fichte, “Pensieri causali d’una notte insonne”

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due secoli e non sentirli ?

sarebbe necessarissimo ma (anche alla luce di tutte le altre cose dette e lette sull’argomento) mi domando quanti lo leggerebbero …
e tra coloro che lo leggerebbero quanti annuirebbero e quanti farebbero ‘spallucce’ …

sull’auspicio finale dico solo : “ottimo” specialmente se mi si fornisce qualche realistico ‘mezzo’ per giungere a quel risultato;

“Pensieri causali d’una notte insonne” ???
Le nostre ormai sono infestate dagli incubi …

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Liberi o Felici ?


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Attingo ancora a piene mani a Fernando Savater ed al suo libro POLITICA PER UN FIGLIO, introducendo un altro argomento ‘universale’ che pone (o dovrebbe porre) domande e successive relative risposte …

ecco uno stralcio dal capitolo LIBERI O FELICI?

“Volendo essere sinceri, vivere in un società libera e democratica è qualche cosa di molto, ma molto, complicato.
In fondo tutti i totalitarismi del nostro secolo (e di quello passato ndr) ‘comunismo, fascismo, nazismo’ e quelli che devono ancora venire, se per caso ne mancasse qualcuno (voi che ne dite? ndr) sono tentativi di semplificare con la forza la complessità delle società moderne: si tratta di enormi ‘semplificazioni’, semplificazioni criminali che cercano di tornare a un ordine gerarchico primitivo in cui ognuno aveva la sua collocazione, tutti appartenevano alla madre Terra e al Grande Tutto Collettivo.

4268

Il nemico è sempre lo stesso: l’individuo, egoista e sradicato, il capriccioso che si allontana dall’accogliente unità sociale (che un pensatore abbastanza ‘crudele’ (forse meglio ‘crudo’, ndr), Friedrich Nietzsche, chiamava ‘il calore della stalla’, e si prende troppe libertà per conto suo.
I totalitarismi iriridono sempre alle libertà ‘formali e borghesi’ che esistono nei regimi più aperti: le ridicolizzano, ne dimostrano l’inutilità, le considerano semplici sciocchezze … ma, appena possono, le distruggono!
Sanno che, malgrado la loro apparente fragilità e la loro frequente inefficacia, l’unanimismo totalitario non può convivere con le elementari libertà politiche: se sono tollerate, alla lunga esse finiscono per eliminare l’autorità fatta di carri armati e polizia.
Dunque è logico che gli Stati Totalitari pretendano di sopprimere le libertà individuali, e perciò non si accontentano di dividere il potere con i cittadini.
Ma i nemici della libertà non sono sempre esterni agli individui: si trovano anche dentro di loro.

4262

Uno psicanalista con velleità di sociologo, Erich Fromm, scrisse mezzo secolo fa un libro molto interessante, il cui titolo è significativo: FUGA DALLA LIBERTA’.
Il problema è questo: al cittadino fa paura la sua libertà, la varietà di possibilità e di tentazioni che gli si offrono. gli errori che può fare e le bestialità che può arrivare a commettere… ‘se lo vuole’.

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Si trova a galleggiare nel consueto mare di dubbi, senza punti di riferimento, dovendo scegliere personalmente i propri valori, sforzandosi di valutare da solo che cosa deve fare, senza che la tradizione, gli dei o la saggezza dei capi possano alleggerirgli troppo il compito.
Ma soprattutto il cittadino ha paura della ‘libertà degli altri’.
Il sistema che si basa sulla libertà è contrassegnata dal fatto che non posso mai sapere quello che accadrà.
Dunque avverto la libertà degli altro come una minaccia, perché mi piacerebbe che fossero perfettamente prevedibili, che assomigliassero a me e non potessero andare mai contro i miei interessi.
Se gli altri sono liberi, è chiaro che possono comportarsi bene o male.
Non sarebbe meglio che dovessero essere buoni per ‘forza’?

4264

Non corro troppi rischi lasciandoli liberi?
Molte persone rinuncerebbero volentieri alla propria libertà a condizione che anche gli altri fossero privati della loro: tutto andrebbe come deve andare e chi s’è visto, s’è visto.
[…]
Voglio dire che si sono già visti cittadini liberi usare la propria libertà per distruggere le libertà e servirsi della ‘maggioranza’ democratica per distruggere la democrazia.
Le libertà pubbliche implicano delle ‘responsabilità’.

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Essere responsabili significa essere capaci di ‘rispondere’ per ciò che si è fatto, assumendosi le proprie responsabilità, e questo riconoscimento delle proprie responsabilità implica almeno due atteggiamenti importanti: primo, dire ‘sono stato io’, quando gli altri vogliono sapere chi ha fatto determinate azioni che hanno causato, più o meno direttamente, determinato effetti (buoni, cattivi, tutti e due insieme); secondo, essere capaci di dare spiegazioni (cioè argomentare ndr) quando ci chiedono il perché delle nostre azioni.
‘Rispondere’, non c’è bisogno di dirlo, ha a che fare con ‘parlare’, articolare una comunicazione con gli altri.
In democrazia, la verità delle azioni che avranno ripercussioni pubbliche non appartiene mai soltanto all’agente incaricato di compierle, ma si stabilisce in dibattito, più o meno polemico, con il resto della comunità.
[…]

4265

Gli irresponsabili possono essere di molti tipi.
Ce ne sono di quelli che non si prendono la responsabilità di quello che hanno fatto (o non hanno fatto ndr): *la colpa non è mia, è delle circostanze*.
Loro non hanno mai fatto niente, la colpa è sempre del sistema politico ed economico vigente, della propaganda, dell’esempio degli altri, della propria educazione o della mancanza di essa, di un’infanzia infelice, di un’infanzia troppo felice e viziata, degli ordini dei superiori, degli usi comuni, di una passione travolgente, del caso … (e sono sempre pronti e veloci ad indossare la maglietta che vedete a lato)
Badate che non sto dicendo che per comprendere ‘compiutamente’ le azioni di una persona non si debbano tenere presente il suo passato, le circostanze, ecc.

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Ma una cosa è tenerli presente e un’altra è farli diventare una fatalità che annulla la capacità dell’individuo di ‘rispondere’ per le sue azioni.
Ovviamente, questo rifiutarsi si essere ‘soggetti’ per diventare oggetti puri alla mercé delle circostanze ha luogo solo quando le conseguenze di un fatto che ci viene imputato sono poco piacevoli: se invece si cerca il responsabile di qualcosa per dargli un premio o una medaglia, diciamo subito *sono stato io* con il massimo orgoglio.
Accade raramente che qualcuno dica di non essere stato lui, ma il caso o le circostanze, quando gli si attribuisce un atto eroico o un’invenzione geniale …
[…]”

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Beh … direi che aggiungere un commento sia superfluo, c’è già a sufficienza per una bella riflessione e, per qualcuno(a volte, me compreso), di un mea culpa;
ed in giro di questi ‘qualcuno’ ne circolano parecchi …

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La differenza tra ‘sapere’ e ‘sentire’


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Tratto da LA CAPRA CANTA di Ludovica Scarpa
eccovi uno stralcio del capitolo
LA DIFFERENZA TRA ‘SAPERE’ E SENTIRE

“Alcuni intendono con empatia il ‘sapere’ che cosa sente l’altro, ad esempio il suo dolore, e tuttavia gioirne.
Col termine possiamo indicare invece una differenza qualitativa, quella tra il sapere e il sentire.
Pensiamo al caso di chi sa di far del male e lo fa coscientemente, traendone soddisfazione, ad esempio un torturatore, e chiediamoci: che cosa ‘sente’ chi si comporta così?
Sente la propria soddisfazione nell’avere potere sull’altro, ma non il dolore dell’altro, soffrendone come se fosse il ‘suo’.
Ma è proprio questa caratteristica dell’empatia a farne la base dell’intersoggettività, per superare la partigianeria dell’Io, barricato nel proprio solitario sentire.
Usare il termine empatia per chi si rallegra del dolore altrui rende inservibile il concetto.
Utilizzo allora quello di empatia-a-priori per intendere il ‘sentire come ci si sente nel sentirci come si sente l’altro’: sentire diventa per noi una nuova modalità cognitiva, un sapere ‘in modo immediato’, un sentire al quadrato, o anche al cubo.
Aprirsi all’empatia-a-priori è scegliere di sintonizzarsi sui bisogni (spirituali ndr) degli esseri umani, sulla loro preferenza fondamentale per il vivere bene: e non fare differenze tra la mia, la tua, la sua sofferenza.
Questa energia cerca di evitare interpretazioni, focalizzando l’attenzione sul sentire immediato.
E’ una disponibilità emozionale al passaggio dalla soggettività all’intersoggettività.
Mi posso allenare a raggiungere questo livello del ‘sentire di sentire’ ponendomi la domanda, quando mi sento x :
come mi sento a sentirmi x ?
Con il sentire al quadrato ci avviciniamo a un capire per approssimazione, mai sicuro, facciamo esperienza di come è un sentirsi come ci si sente a sentirsi in un certo modo.
Nel farlo creiamo nella mente e nel cuore nuovi livelli di osservazione, di consapevolezza.
Focalizziamo l’attenzione empatica, una scorciatoia per superare il dualismo soggetto-oggetto, col cuore aperto all’intersoggettività.
Tuttavia, col limite di basarci sulla nostra esperienza e sul nostro sentire.
Ma l’empatia verso il il nostro bisogno tragicamente umano di certezze ci aiuta ad accettare la nostra condizione e ad allenarci a farne a meno ogni volta che ci è possibile, e quindi a poter rinunciare al bisogno di di aver ragione e lottare.
Possiamo distinguere se stiamo facendo del bene o del male solo ‘sentendo’: per cui, se siamo abituati più a sapere che a sentire, rischiamo di essere implacabili con le nostre certezze, e più disponibili alla rabbia.

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Non è possibile non sentirci in alcun modo, la nostra mente ci informa sempre, con sensazioni di emozioni, segnalandoci se è il caso di rilassarci o di stare in guardia.
Una variante della interconnessione empatica è il fenomeno del contagio emozionale che sperimentiamo ogni giorno (e con qualcuno che lo usa ad arte
… ndr).
L’empatia ci rende più comprensivi anche verso noi stessi: la tradizione buddhista parla della mente non lavorata dalla consapevolezza come di una scimmia che salta di ramo in ramo, di concetto in concetto e da un’immaginazione all’altra, senza senso, e credendo senz’altro a quello che assegna: possiamo provare simpatia per la nostra scimmietta, che fa del suo meglio e che si allena con noi.
Non servono allora le ideologie, se con l’empatia a priori prendiamo sul serio e in modo immediato il valore, i bisogni, le preferenze e le risorse caratteristici di noi esseri umani e, e la nostra vulnerabilità.
E questa mi pare davvero una buona notizia.
Con la ‘logica del sentire’ e la generale preferenza per il bene, quel che riusciamo a superare, con le nostre scelte, è il bisogno di tenerci strette a certezze, a sistemi di credenze e convinzioni, a quei prodotti culturali che rispondono al bisogno di appartenenza.
Da antropologi dell’esperienza possiamo studiare con distacco la libido sociale di voler vivere una vita sentendo di stare dalla parte giusta.
La Storia ce ne mostra il prezzo in termini di violenza, e non ci stupisce: le ideologie danno potere a desideri collettivi, e, come abbiamo visto, i desideri in sé sono una forzatura potenzialmente violenta della realtà.
Chi è ‘certo’ di stare dalla parte giusta può facilmente disprezzare gli altri e credere ‘sinceramente’ che il dolore che infligge loro sia accettabile.
Al livello di vita quotidiana ci danneggiamo inutilmente disprezzando le opinioni e i modi di vivere dell’altro, presupponendo un’intenzione malvagia dietro ai suo sforzi per occuparsi come può dei suoi bisogni.
Cercando di realizzare il desiderio di non danneggiare, staremo allora particolarmente in guardia dalle nostre ‘certezze’ tendenziose.
E se osserveremo con distacco e prudenza i meccanismi mentali che ci permettono di produrne.
Ci ‘sentiamo’ liberi di scegliere – o di non farlo – e di osservare come funziona la nostra mente oppure di vivere ‘in automatico’.
Ci prendiamo la responsabilità delle nostre scelte se – invece di chiederci se un comportamento è oggettivamente ‘giusto’ -, ci chiediamo. sentendo con attenzione come ci sentiamo, quali sono gli ‘effetti’, per tutti, del comportamento che stiamo per mettere in atto, e se siamo pronti a farcene carico.”

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4295

Io ho sempre interpretato la parola ‘empatia’ secondo una accezione positiva e mai ho pensato all’empatia collegata al ‘sentire’ di uno stupratore o torturatore (pur conscio che alcuni di quelli che arrecano dolore lo fanno perchè provano del piacere nel farlo), l’avrei descritto con un termine diverso.

Ho altresì sempre creduto che l’empatia sia uno dei requisiti fondamentali che un Uomo dovrebbe possedere;

Brano la cui lettura non è forse agevoòlissima ma degno di grande attenzione

“non fare differenze tra LA MIA, LA TUA, LA SUA sofferenza” è un pensiero bellissimo (tipico anche della cultura dei nativi americani);

altrettanto dicasi per “quali sono gli ‘effetti’, PER TUTTI, del comportamento che stiamo per mettere in atto, e se siamo pronti a farcene carico”;

sono 2 pensieri sui quali sarebbe opportuno soffermarsi a riflettere …

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