Impudence


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Ancora nel libro del 2003 di Umberto Galimberti, I VIZI CAPITALI E I NUOVI VIZI troviamo un capitolo che tocca un argomento (trattato in maniera come sempre interessante) che normalmente passa inosservato ai più, in questo mondo fatto di ‘apparenze’, di solito relegato a puro contorno, come lo sfondo in un quadro.
Pur vedendola praticamente tutti i giorni nessuno (o quasi) si ferma a riflettere su di essa.

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“Sempre più persone hanno bisogno di ‘apparire’ di mettersi in mostra (anche innocentemente) perché, oggi, nel mondo delle apparenze, è fondamentale essere ‘riconosciuto’ e non confuso tra tanti altri.
Che lo si faccia con la personalità (cosa che da fastidio ai molti che ne sono sprovvisti) o con un accessorio, non cambia il concetto.
Così assistiamo a tutto e di più, compresi tagli e colorazioni strane di capelli, enormi tattoo di tutti i generi, piercing, abiti ed accessori con le fogge più strane.” (cit.)

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Capitolo    SPUDORATEZZA

*Il sentimento del pudore consiste in un ritorno dell’individuo su se stesso, volto a proteggere il proprio sé profondo dalla sfera pubblica*.
Pudore e sentimento del pudore (Max Scheler)

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“Conformismo e consumismo hanno messo in circolazione un nuovo vizio che per comodità chiamiamo ‘spudoratezza’, con riferimento non tanto a uno scenario sessuale, quanto al crollo di quelle pareti che consentono di distinguere l’interiorità dall’esteriorità, la parte ‘discreta’, ‘singolare’, ‘intima’ di ciascuno di noi dalla sua esposizione e pubblicizzazione.

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Se chiamiamo ‘intimo’ ciò che si nega all’estraneo per concederlo a chi si vuol far entrare nel proprio segreto profondo e spesso ignoto a noi stessi, allora il pudore, che difende la nostra intimità, difende la nostra libertà.
E la difende in quel nucleo dove la nostra ‘identità’ personale decide che ‘relazione’ instaurare con l’altro.
Il pudore allora non è solo una questione di vesti, sottovesti o abbigliamento intimo, ma una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro.
[…]
Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti, e dallo sguardo degli altri irrimediabilmente oggettivati, il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività, in modo da essere segretamente se stessi in presenza di altri.

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E qui l’intimità si coniuga con la discrezione, nel senso che, se ‘essere in intimità con un altro’ significa ‘essere irrimediabilmente nelle mani dell’altro’, nell’intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il proprio intimo, affinché non si dissolva quel mistero che interamente svelato, estingue non solo la fonte di fascinazione, ma anche il recinto della nostra identità che a quel punto non è più disponibile neanche per noi.
Ma contro tutto ciò soffia il vento del nostro tempo che vuole la ‘pubblicizzazione del privato’, perché in una società consumista, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento degli uomini, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui tra uomini e merci, il mondo è diventato una ‘mostra’, un’esposizione pubblicitaria che è impossibile non visitare perché ci siamo dentro.

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Quel che vale per le merci, infatti, vale anche per gli uomini che, avendo rinunciato per le esigenze conformiste della nostra società alla loro specificità, sostituiscono la individualità mancata con la ‘pubblicità dell’immagine’, e perciò non cerca più se stesso, ma la pubblicità che costruisce la sua immagine.
Accade però che la parola pubblicitaria, oltre ad abolire la parola segreta, quella intima, nascosta, relega in un angolo, dove dominano il raccoglimento e il silenzio, ma forse anche la solitudine, le parole di preghiera, le parole d’amore, le parole d’amicizia, le parole di rabbia, le parole umane.

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Siamo diventati tutti ‘es-posti’, la nostra identità è ormai fuori di noi, è laggiù in ciò che si dice di noi.
Là si raccoglie credibilità e fiducia, accesso al credito e all’iniziativa.
Dobbiamo costruirci ogni giorno un faccia con cento lingue e mille parole per potere abitare tutte le situazioni che il mondo pubblico ci ha preparato.
Pubblico e pubblicizzato, perché non è più il mondo e le cose del mondo che abitiamo, ma la loro pubblicità.
Siamo ‘es-posti’, e il pudore non è più un sentimento umano, il tracciato di un limite.
La parola che ci espone pubblicamente ha rotto i confini, e l’anima, che un giorno abitava il segreto della sua interiorità, ha dovuto esteriorizzarsi come la pelle rovesciata di un serpente.

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Chi infatti non irradia una forza di esibizione e di attrazione più intensa degli altri, che non si mette in mostra e non è irraggiato dalla luce della pubblicità non ha la forza i sollecitarci, di lui neppure ci accorgiamo, il suo richiamo non lo avvertiamo, non ce ne lasciamo coinvolgere, non lo consumiamo, al limite non c’è.
Per ‘esserci’ bisogna dunque ‘apparire’.
E chi non ha nulla da mettere in mostra , non una merce, non un corpo, non una abilità, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall’anonimato, mette in mostra la propria interiorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati ‘propri’ che resistono all’omologazione, che nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.
[…]

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‘Vergognarsi’ è un verbo riflessivo che dunque rinvia a una riflessione, a una relazione con se stessi di cui non è proprio il caso di vergognarsi, c’è da notare che anche un verbo che dice la nostra ‘esposizione agli altri’.
‘Vergogna’ viene infatti da ‘vereor gognam’ che significa ‘temo la gogna, la mia esposizione pubblica’.
E questa è la ragione per cui solitamente non ci si vergogna della colpa, ma della sua pubblicizzazione (ma oggi, neanche di quella… ndr), ossia della nostra esposizione agli altri che il nostro pudore avverte più disdicevole della colpa.
[…]

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Questi tracciati segreti dell’anima, in cui ciascuno dovrebbe riconosce le proprie radici profonde di se stesso, una volta immessi ‘senza pudore’ nel circuito della pubblicizzazione, non sono più propriamente ‘miei’, ma ‘proprietà comune’, e questo sia in ordine alla qualità del vissuto, sia in ordine al modo di viverlo, perché il pudore, prima di una faccenda di mutande, che uno può cavarsi o infilarsi quando vuole, è una faccenda d’anima che, una volta de-psicologizzata, perché si sono fatte cadere le pareti che difendono il dentro dal fuori, l’interiorità all’esteriorità, non esiste semplicemente più.”

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