Aristotele e i Ladri di biciclette


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Questo pezzo è tratto da un libro di Julio Cabrera intitolato
DA ARISTOTELE A SPIELBERG
Un nuovo punto di osservazione per valutare i film che abbiamo già visto al cinema

ARISTOTELE E I LADRI DI BICICLETTE
nel capitolo LA QUESTIONE DEL VEROSIMILE

“Per Aristotele ogni attività umana possiede una natura particolare ed è sottoposta a un determinato tipo di realizzazione e consunzione : la Logica come la Scienza, la Retorica come la Poetica e, all’interno di quest’ultima, i generi della Tragedia e della Commedia.
La Logica segue le regole del sillogismo deduttivo, che permettono di arrivare ‘formalmente’ a una conclusione a partire dai dati forniti dalle premesse e senz’alcuna considerazione dei contenuti,
La Retorica, da parte sua, obbedisce alle regole dell’ ‘entinema’: un ragionamento, cioè, con premesse non esplicitate e non del tutto formali, anche nel caso venga applicato a qualsiasi tipo di assunto, come la Logica.
Il raziocinio pratico (etico, per esempio) risponde a regole diverse da quelle del raziocinio deduttivo, proprio perché la materia che tratta è di natura differente, e in ogni caso i fini preposti sono distinti.

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In ogni caso si cerca di dimostrare; nell’altro di persuadere o convincere.
Nel caso della Poetica non si tratta invece di conoscere né di agire, bensì di produrre qualcosa: un’opera.
Questa produzione, secondo Aristotele, è ‘mimetica’ nel senso di copia della realtà.
Dal momento che Aristotele distingue il poeta dallo storico, questa ‘mimesis’ dev’essere però correttamente intesa: mentre quest’ultima descrive eventi effettivamente accaduti, il poeta li descrive in quanto ‘potrebbero’ accadere, e ciò conferisce alla ‘mimesis’ quello status di mediazione del possibile che impedisce di vedere nella Poesia un mero registro storico dei fatti.”

Letto di Aristotele, andiamo ora a leggere la ‘critica’ all’opera di Vittorio De Sica.
E’ POSSIBILE RITRARRE LA REALTA’ “IN QUANTO TALE”?

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“Ladri di biciclette di De Sica è una vera e propria ‘lezione visiva’ di filosofia sul concetto di ‘realtà’, nonché sul rapporto che l’arte instaura con essa.
Può l’arte riprodurre la realtà del mondo ‘in quanto tale’?
Secondo i presupposti del neorealismo italiano degli anni quaranta e cinquanta, questo film si propone come ‘diretto’ approccio alla realtà, senza quindi gli abituali artifici della filosofia, della letteratura o del cinema stesso.
[…]
Vedremo, in contrasto con la volontà manifesta dell’autore, che Ladri di biciclette può essere visto come un insieme di ‘concettimmagine’ che rendono problematica la stessa nozione di ‘realtà’, che nel film si cerca di cogliere ‘senza mediazioni’ e fedelissimamente.

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I concettimmagine di questo presunto film ‘realista’ finiscono infatti per lasciare in cattive acque l’ipotesi ‘realista’ di partenza.
Tutto l’immaginario neorealista compare in forma scritta, espresso in ‘concettidea’, in numerosi manifesti e dichiarazioni pubbliche dell’epoca; ma, nella misura in in cui questi concettidea vengono poi trasformati in immagini, o concetti generati nel linguaggio del cinema (cioè i concettimmagine) cominciano a rendere problematici i principi, che si pretendeva di poter imporre dall’esterno ai film.

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In un libro si può, per esempio, leggere: *Per neorealismo cinematografico si intende un movimento, fiorito in Italia attorno alla seconda guerra mondiale, che, basandosi sulla realtà e vedendola con semplicità, criticamente, coralmente, interpreta la vita come è e gli uomini come sono* (cfr, Il cinema neorealista – Mario Verdone -1977).
[…]
I ‘critici’ tendono a sottolineare un modo di utilizzare la macchina da presa che non suggerisce, non disseziona, ma si limita a rilevare: il rifiuto cioè di utilizzare i consueti effetti cinematografici, il ricorso alle immagini documentaristiche color seppia, le riprese di scenari reali, l’impiego di attori non professionisti, la semplicità dei dialoghi, l’uso dei dialetti, la ripresa di scene senza sonoro e le produzioni a basso costo come tratti comuni del movimento.
Come si vede sono tutte formulazioni completamente empiriche: non c’è mai un tentativo di caratterizzare anche ‘concettualmente’ il movimento definendo con maggior precisione l’ambiguo termine ‘realtà’, che gli ideologi neorealisti impiegano come se fosse di per sé chiaro per chiunque.
(Sarebbe stato meglio, come stava per succedere, che il movimento fosse stato chiamato ‘neopopulismo’ o che comunque non avesse fatto alcun riferimento al problematico concetto di realtà).
[…]

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Il filosofo dovrebbe rimanere sconcertato dinanzi a formulazioni così affrettate e sommarie, nelle quali compaiono termini complicatissimi presentati come se fossero elementari e ovvi.
Se c’è infatti qualcosa che la stessa filosofia non ha mai saputo afferrare con certezza è proprio il significato di espressione come ‘la vita in quanto tale’, o ‘gli uomini come sono realmente’.
Come sono gli uomini?
E com’è la vita?
E che cosa mai significa ‘essere se stessi’?
Queste sono questioni intricatissime!
A livello di concettidea, le tassative affermazioni dei teorici neorealisti sembrano, in confronto a quelle dei filosofi, estremamente vaghe e e insufficienti.
Forse la questione si chiarisce a livello dei concettimmagine cinematografici, cioè quando vediamo film neorealisti?
Solo vedendoli, insomma, possiamo capire i manifesti teorici?
[…]
Più grave, semmai, è che molti di questo teorici del neorealismo, pensavano che il linguaggio del cinema favorisse particolarmente questa ‘rilevazione diretta della realtà così com’è’.

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Nel 1949, in occasione del Convegno internazionale di Cinematografia, Cesare Zavattini dichiarò, infatti, che *il cinema aveva fallito completamente la sua missione scegliendo la strada di Méliès (o istanza del carattere ‘fiabesco’ della rappresentazione filmica), piuttosto che quella di Lumière (istanza della ‘scientificità’ o ‘obiettività documentaria’ del film).*
E più in là arriva a postulare:
*l’intraducibilità costituzionale in valori filmici specifici di tutto ciò che è concezione fantastico-letteraria, ossia concezione verbale-concettuale, astratta e ideale e libera […] oggettiva del mondo reale, non metaforico e metafisico*.”

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