sulla ‘felicità’ … (dedicato)


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Questo post è dedicato ad una gentile signora che so per certo che mi legge sempre …

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Il contributo di oggi (lo anticipo a tutti gli altri) l’ho già utilizzato, ma l’argomento è tale che un ‘ripassino’ non fa mai male    😉

Da PICCOLA BUSSOLA ETICA PER IL MONDO CHE VIENE (del 2012) del settantenne scrittore nonchè filosofo spagnolo Fernando Savater e più precisamente tratto dal capitolo LA FELICITA’

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“Diceva l’umorista Enrique Jardiel Poncela:
*Se vuoi essere felice come affermi, non analizzare*.
Aveva ragione, in un certo senso.
A Bertrand Russell, uno dei filosofi che ho più ammirato, domandarono invece: 
*Preferirebbe sapere più cose o essere felice?*
E Russell rispose:
*Per quanto possa sembrare strano, preferirei continuare a imparare*.
Il tipo di pensiero elaborato nell’ambito della riflessione etica, un pensiero slegato da qualunque interesse materiale, può provocare una forte sensazione di vertigine; e tuttavia, se non esistesse questa vertigine, varrebbe ancora la pena vivere?
Chi di noi, per non soffrire, sarebbe disposto a vivere sotto anestesia? (Tanti, troppi ! in un certo qual senso,   😉   ndr)
A ben vedere, noi uomini colleghiamo l’idea di felicità con lo svolgimento di qualche attività o con il risultato della stessa.
E anche se l’agire è spesso causa di problemi e dispiaceri, in qualche modo ripaga il nostro sforzo, come dimostra il fatto che in genere non gettiamo la spugna.
Non vogliamo rinunciare a vivere né ad agire, anche se questo può risultare doloroso.
A volte naturalmente ci spaventiamo e facciamo un passo indietro, ma nessuno (o quasi, ndr) è disposto a privarsi totalmente della libertà di agire e di farsi domande.
Quindi per essere felici bisogna vivere anche esperienze negative, perché se fossimo sempre felici non sapremmo distinguere la felicità.
Essere sempre felici significherebbe vivere in uno stato di assoluta beatitudine da cui nessuno potrebbe strapparci; perché, per quanto tu stia bene, se sai che questa condizione potrebbe terminare, la tua non potrà essere una felicità senza fessure. 
E’ per questo che gli uomini non potranno mai essere completamente felici: perché tutto ciò che riempie le loro esistenze è destinato a passare, a cominciar dalla vita stessa.
Il massimo a cui possono aspirare gli esseri umani forse non può essere la felicità, ma l’allegria.
Chi dice di amare la vita deve amarla fino alle estreme conseguenze.
Non vale dire: *Amo la vita, ma senza le parti brutte*.
Questo non significa che non si debba lottare contro le brutture del mondo, ma questo mondo – questa vita – dobbiamo amarlo nonostante tutto.
E non ha neppure senso dire: *Io non amerò la vita finché non saranno risolti tutti i problemi che affliggono il mondo*, perché di sicuro nessuno di noi vivrà abbastanza a lungo per gustarsi quel momento. 
Dobbiamo lottare contro le cose che non vanno, ma non possiamo rimandare al futuro l’amore per la vita.
Nonostante tutto, l’aldiquà e sempre meglio dell’aldilà (anche se in tanti non ne sono convinti,  ndr).
Inoltre, le brutture della vita servono a rendere più intenso il sapore delle cose buone.
Solo chi è stato ammalato sa apprezzare quanto si sta bene da sani, nessuno conosce meglio l’importanza di un dito da chi ha avuto la sventura di rompersene uno. Il vantaggio di essere vecchi sta nell’aver vissuto cose belle e cose brutte.
Senza questo contrasto non c’è esperienza, ed è grazie alla maturità e all’esperienza che riusciamo ad apprezzare il valore delle cose.
Insomma, siamo felici perché siamo disposti a correre dei rischi?
Io credo si sì.
E’ come se dicessimo: *Già che ci tocca morire, balliamo*.
Se non sapessimo che la vita è breve ed effimera, che tutto è rischio, non sarebbe così difficile prendere decisioni.
D’altra parte non abbiamo scelta, non possiamo immaginare una vita diversa, una vita senza morte, anzi sappiamo che è proprio la morte a dar alla vita il suo sapore speciale.
Dunque la felicità assoluta è impossibile?
Gli uomini vogliono sempre più di quello che hanno? (e qui sarebbe bello sostituire il verbo ‘avere’, con il verbo ‘essere’, ndr)
Gli ideali umani sono come l’orizzonte: nessuno è in grado di raggiungerli, ma possiamo cercare di avvicinarci il più possibile ad essi incamminandoci nella giusta direzione, perché è solo così che avanziamo come persone, come società e come specie.
Accontentare uno schiavo incatenato e senza cibo è molto facile, ma appena lo schiavo riesce a liberarsi dalle catene, alzerà subito la propria soglia di appagamento e di benessere.
Più sono liberi, più gli esseri umani tendono a diventare esigenti, perché conoscono cose nuove e le desiderano, insaziabili.
[…]
Per illustrare il fenomeno, un filosofo tedesco citava sempre la fiaba della principessa sul pisello, che dorme in cima a una torre di undici materassi per stare più comoda, ma che non riesce a chiudere occhio la notte in cui le piazzano un insopportabile pisello sotto l’ultimo materasso.
Ecco, le comodità ci hanno reso sempre più simili a quella principessa.
Da un lato la nostra vita diventa sempre più facile (solo apparentemente ndr), dall’altro basta un minimo inconveniente a metterci in crisi.”

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4 pensieri riguardo “sulla ‘felicità’ … (dedicato)

  1. Non riesco a capire se è molto semplice da comprendere oppure ci sia qualcosa sotto… E una domanda… Se la morte dovesse avvenire prima che inizi la vita? Non sarebbe come l’ ammalato che era sano.. Qui é uno che è o sempre sano o sempre malato.
    E se uno diventa cieco è molto peggio di chi cieco lo è sempre stato… A volte è peggio sapere che cosa hai perso…
    Però se leggo è tutto così giusto e ovvio… Mah…

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    1. Io interpreto quanto leggo dando il ‘mio’ significato alle parole di Savater.
      Io penso che quanto scrive sia un ridimensionamento della felicità, un riportarla a dimensione umane: la chiave di volta del suo ragionamento io la vedo nella frase “Il massimo a cui possono aspirare gli esseri umani forse non può essere la felicità, ma l’allegria”.
      Sono corrette le tue riflesioni, la buona salute la si può capire ed apprezzare solo se si è conosciuto la malattia e sono convinto che perdere la vista sia peggio di non averla mai avuta;
      forse questa mia visione è troppo materialista, non so, ma è così che la penso;
      mi piace molto anche l’esempio dello schiavo perché lo vedo come esemplificativo della vita umana: l’uomo più ha e più vorrebbe avere e più ha e meno conosce (forse) la vera felicità, quella che sta nelle piccole ma veramente importanti cose …

      ciao 🙂

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  2. Ciao Claudio!
    Sicuramente la persona a cui hai dedicato il post ti ringrazierà e lo faccio anch’io. Nei momenti di stanchezza fisica e mentale come la mia in questo momento, è bello leggerti, ho avuto l’impressione che fosse dedicato anche a me… 🙂
    GRAZIE!

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