Una fede cerebrale ___ (parte prima)


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Tratto da    IL MATEMATICO IMPERTINENTE    dell’ormai noto Piergiorgio
eccovi la prima parte del capitolo    UNA FEDE CEREBRALE

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“Fin dal caso Galileo scienza e religione si sono opposte, e spesso scontrate, a causa delle contrastanti direzioni dei loro sguardi: verso questo mondo l’una, e verso l’altro mondo l’altra.
A causa dei suoi interessi, la religione è però costretta a convivere con un vero e proprio paradosso: il fatto cioè, che alla trascendenza l’uomo non può che guardare per mezzo della sua immanenza, filtrando e adattando ogni idea e immagine di Dio mediante la sua mente e il suo cervello.
E infatti i mistici di ogni tempo e luogo hanno sempre sottolineato l’ineffabilità della divinità, l’inadeguatezza di ogni sua descrizione e la falsità di ogni sua rappresentazione.
Non appena la scienza ha cominciato a interessarsi di mente e cervello, dunque, si è ritrovata a fare i conti con gli aspetti psicologici dapprima, e neurofisiologici poi, della religione.
Il primo fronte l’ha aperto la psicanalisi, i cui padri fondatori hanno dedicato all’argomento studi approfonditi e, per molti versi, sorprendenti: da L’AVVENIRE DI UN’ILLUSIONE e L’UOMO MOSE’ E LA RELIGIONE MONOTEISTA di Freud ai numerosi saggi raccolti in PSICOLOGIA E RELIGIONE di Jung.
Tra religione e psicanalisi esiste infatti un vero e proprio conflitto di interessi, che diventa plausibile non appena si nota che quest’ultima costituisce una versione secolarizzata del cristianesimo, in cui il paradiso terrestre è lo stato
pre-nevrotico, la caduta il trauma dell’infanzia, il peccato la nevrosi, il messia lo psicanalista e la grazia l’analisi.

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E dalla plausibilità si passa alla necessità quando si ricorda che la religione, sfrondata dalle sue convinzioni e circonvenzioni, si può appunto ridurre all’identificazione di Dio con l’inconscio, e della salvezza con la sua scoperta.
Questa identificazione è ben nota a tutti coloro che hanno occhi per vedere e orecchie per intendere.
Ad esempio, in Occidente, a William James, che nel classico LE VARIE FORME DELL’ESPERIENZA RELIGIOSA ipotizzava:
*Ciò con cui ci sentiamo connessi nell’esperienza religiosa è il prolungamento inconscio della nostra vita conscia*.
E in Oriente, a Daisetz Suzuki, che nell’altrettanto classico L’ESERCIZIO KOAN COME MEZZO PER REALIZZARE IL SATORI definiva:
*L’illuminazione Zen è la realizzazione dell’inconscio*.

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Per ottenere questa realizzazione la psicanalisi e lo Zen propongono di seguire la stessa via, già anticipata dal Taoismo: ‘agire senza agire’, cioè adattarsi al naturale fluire delle cose senza interferirvi artificialmente.
A seconda dei casi si parla di ‘associazioni libere’ o di ‘vuoto mentale’, ma benché i nomi cambino la sostanza rimane comunque la stessa: svincolare il pensiero dalle corazze dell’attenzione, e permettergli di seguire la sua vera vocazione.
Con la psicanalisi siamo però ancora a livello di pseudo-scienza: di un insieme di credenze, estremamente coerente ma estremamente inverificabile.
O, se si preferisce, di una storia di cui si può constatare la verosimiglianza ma non dimostrare la verità (né, soprattutto, la falsità).
Con le neuroscienze si sale invece al livello della scienza dura e pura, e si può studiare da un punto di vista oggettivo il sorprendente fatto che le esperienze religiose di tipo mistico possono essere indotte e riprodotte con i mezzi elettrochimici tipici dell’attività cerebrale.
Il che fa pensare, ovviamente, che esse siano più immanenti che trascendenti.
O, come dicono quelli che se ne intendono, che il regno di Dio sia dentro di noi: più precisamente, dentro la nostra testa”.

Fine Prima Parte

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