Capitalismo e Terzo Mondo


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Partendo dalla genesi del ‘Capitalismo’ così come concepito (La ricchezza delle nazioni di Smith) e sugli sviluppi previsti dai vari ‘economisti’ che si sono espressi in maniera ‘onesta’ (quindi non al soldo di potentati) ed anche sulle storture che il ‘sistema’ andava assumendo (Keynes tra tutti) si potrebbe disquisire per ore.

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Nel libro PICCOLA BUSSOLA ETICA PER IL MONDO CHE VIENE (del 2012), Fernando Savater (filosofo spagnolo) esprime il suo punto di vista sull’argomento.
Ve lo propongo con il capitolo CAPITALISMO E TERZO MONDO

“Ormai ho una certa età, ma non ho conosciuto, nel corso della mia esistenza, modelli economici più affidabili di quello capitalista.
Il suo pregio principale è quello di essere un sistema flessibile e ricco di sfumature, che può dar adito a interpretazioni completamente opposte tra loro.
Il capitalismo tedesco, ad esempio, è tutt’altra cosa rispetto a quello dei paesi latini così come il capitalismo statunitense è assai diverso da quello europeo, al punto che la previdenza e l’assistenza sanitaria sono considerate, da quelle parti, pregiudizievoli per gli interessi dei cittadini.
Persino l’economia cinese attuale può essere definita capitalista, pur essendo figlia del comunismo.
Il mio modello di capitalismo è quello in cui lo Stato svolge il ruolo di mediatore tra i cittadini e il mercato.
Adesso che l’Europa sta affondando, dovrebbe essere chiaro a cosa serve lo Stato: serve a proteggerci dal mercato, a non lasciarci in balia dei suoi capricci.
Una società funziona meglio quando i cittadini hanno più interesse a rispettare la legge che a violarla.
Appena i cittadini si accorgono che agire fuori dalla legge può arrecare maggiori vantaggi, la società comincia a sgretolarsi.
Il capitalismo che mi piace, come dicevo, è un capitalismo temperato dallo Stato, che garantisce protezione sociale e redistribuzione del reddito.
Le grandi rivoluzioni della modernità sono state l’introduzione della previdenza sociale, dell’istruzione pubblica obbligatoria e delle norme che sanciscono l’uguaglianza tra uomo e donna.
I libri di storia parlano di ghigliottina, di re decapitati e popoli in rivolta, ma per la nostra vita quotidiana è stata molto più importante l’istituzione del medico di famiglia e della pensione di anzianità.
Queste sono le rivoluzioni che contano, quelle che portano benefici generazione dopo generazione e che adesso dobbiamo cercare di difendere a tutti i costi.
Il principio che bisognerebbe trasmettere ai bambini e agli adolescenti è che la vera ricchezza non è quella economica bensì quella sociale.
Il motore del capitalismo è lo spirito d’impresa delle persone, ma se questo spirito non trova un luogo in cui estrinsecarsi, non serve a nulla.
La ricchezza economica implica responsabilità sociali: uno non può guadagnare milioni e poi versarli su un conto alle isole Cayman, e non può farlo perché li ha guadagnati grazie a un contesto sociale che ha creduto nelle sue iniziative e le ha sostenute.
E’ vero che anche la società ottiene vantaggi dalle attività degli imprenditori privati, ma non esiste impresa né business che possa prosperare al di fuori di una cornice sociale di riferimento.
Soprattutto, esiste un patto di virtù del quale la società ti consente di diventare ricco in cambio del tuo impegno ad assumerti una serie di responsabilità circa l’uso che farai della ricchezza accumulata.
La tua ricchezza, in sostanza, deve dare beneficio un po’ a tutti, ed è proprio questa dimensione collettiva della ricchezza privata il miglior rimedio contro l’istinto predatore del capitalismo.
E’ bene ricordarlo agli imprenditori in tempi di opulenza, quando magari avrebbero la tentazione di trasferire tutto ilo malloppo in qualche paradiso fiscale, perché ai tempi di crisi sono loro i primi a chiedere aiuto alla Stato.
Cioè a noi.
DOMANDA: Se noi siamo dei privilegiati, come si fa a vivere col cuore sgombro sapendo che in Africa non hanno neanche acqua sufficiente per bere?
Non saprei.
Di sicuro non è smantellando il nostro sistema di previdenza sociale e assistenza sanitaria che si fa un favore alle popolazioni africane.
L’ideale sarebbe di aiutarle a sviluppare un modello analogo anche lì, e prima ancora un sistema politico più democratico, più giusto e meno corrotto.
DOMANDA: Ma come pensiamo di potere aiutare gli altri in una fase in cui neanche noi riusciamo a camminare con le nostre gambe?
Sant’Agostino parlava di ‘ordo amoris’, cioè dell’ordine di priorità che il cuore attribuisce alle cose.
Se vedo un bambino in pericolo di vita, cercherò senz’altro di salvarlo, ma se anche mio figlio si trova in pericolo, non ho dubbi su chi cercherò di salvare per primo.
Di sicuro non possiamo badare contemporaneamente ai figli di tutti.
Quindi è giusto preoccuparsi innanzi tutto delle persone più vicine.
[…]
DOMANDA: Credo che molte popolazioni non abbiano bisogno di aiuti generici, ma di interventi specifici.
Pare che Albert Camus (così leggiamo nei suoi appunti) incontrasse ogni giorno lo stesso mendicante vicino alla sua casa di Parigi.
A volte si fermava a parlare con lui e questo gli diceva, più i meno:
*Il problema non è che la gente sia cattiva. Il problema è che non vede*.
Ecco: ho il sospetto che il mendicante avesse ragione.
Forse il vero male della modernità sta nel fatto che, con tutti i mezzi di comunicazione di cui disponiamo, non sappiamo più vedere e ascoltare il nostro prossimo.
Che poi forse non è nemmeno vero, visto che tutti i giorni all’ora di cena ci sorbiamo in TV e alla radio racconti e immagini di massacri e di bambini che muoiono di fame.
Il punto è che vediamo e ascoltiamo tutto passivamente, anche quando siamo animati della pia intenzione di aiutare qualcuno.
[…]
Chi si lamenta della politica, della società e dei propri concittadini, e poi non è capace nemmeno di fare un po’ di autocritica, ai mie occhi perde qualunque tipo di credibilità.
Quelli indignati con tutti tranne che con sé stessi sono semplicemente degli ipocriti.
I tuoi giudizi sugli altri potranno anche essere ben argomentati, ma se non cominci a cercare di cambiare te stesso non puoi sperare che questi ti seguano.
E’ che molti di noi pretendono di avere la botte piena e la moglie ubriaca: cellulari e vestiti a prezzi stracciati e un mondo migliore senza più sfruttamento.
Ci siamo mai fermati a pensare se le due cose sono compatibili?”

Per la prima parte di quanto avete letto (sul capitalismo) dovete tener presente che l’autore è spagnolo e quindi ha una visione ‘ispanica’, cioè della sua realtà sociale, e non della ‘nostra’ (che voi invece avete ben in mente).
La ‘nostra’, peraltro, veniva definita dal Financial Time, ormai più di dieci anni fa, una società fondata su un un capitalismo ‘straccione’ (sic), cioè dal solito a umma-umma, figlio del familismo amorale ancora in voga, anzi, ormai diffuso in ogni aspetto della cosiddetta ‘convivenza’ civile e sociale.
Don Antonio Mazzi ripeteva spesso:
“Molti sono capaci di fare gli eroi in Africa, ma pochi riescono ad esserlo qui, nel nostro paese.”
Ma, a questo punto, come non terminare con Bertolt Brecht:
“Sciagurato il paese che ha bisogno di eroi”
(citazione)

 

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