la libertà


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Due miei amici si sono messi a discutere di un argomento un po’ particolare,
pensate che tutto è partito ragionando inizialmente sul concetto di “libertà”.
Durante l’amabile discussione (che non vi riporto) sono stati utilizzati anche un paio di ‘contributi’ (certamente non da poco);
sono lunghetti ed impegnativi ma interessanti e se vi va di leggerli … eccoveli :

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3888

Vito Mancuso scrittore e teologo
da   “Il coraggio di essere liberi

” […]
Penso infatti che la libertà abbia bisogno di essere sanata, educata, affascinata, direi attratta da una dimensione più grande, alla quale tuttavia essa partecipa direttamente, proprio nel senso delle parole che Dante fa pronunciare al suo maestro Brunetto Latini mentre gli si rivolge:
«Se tu segui tua stella, / non puoi fallire a glorioso porto››.
La stella è più grande del singolo, quindi il singolo è chiamato a seguire; ma essa non è estranea perché il singolo le appartiene, è la sua stella.
Se quindi io rifiuto la dogmatica tradizionale basata su obbedienza e sottomissione, rifiuto al contempo la cultura dominante del nostro tempo basata sull’egocentrismo della libertà assoluta che non conosce altre stelle se non il proprio ondivago desiderio.
Ne viene che quando uno si pone la domanda sul senso ultimo del suo essere qui senza accontentarsi dei luoghi comuni, e magari ponendosi al cospetto dell’immensità del cielo stellato in una notte particolare, vede l’insufficienza di tutte le risposte normalmente offerte dall’esistenza ordinaria che non sanno interpellare la sua ultima solitudo.
Che conclusioni trarre a questo punto?
Io penso che la domanda sul senso del nostro essere qui possa trovare risposta solo se prima si risponde a quest’altra: da chi andare per avere una risposta?
Se non è l’autorità religiosa, se non è la cultura dominante, se non è l’ego con la sua volontà di affermazione, da chi andare per ottenere la risposta alla domanda sul senso del nostro essere qui?
La mia risposta è: dobbiamo rivolgerci al nostro corpo.
Con ciò, ovviamente, non intendo il nostro ego, ma la nostra fisicità.
È il nostro corpo in quanto fenomeno fisico a offrirci la più plausibile risposta al senso del nostro essere qui, non dobbiamo andare lontano per trovarla, è vicinissima, è dentro ognuno di noi.
Il nostro corpo, in quanto risultato della logica dell’armonia relazionale che governa la natura, è la nostra stella, o, per riprendere la celebre espressione di Archimede di Siracusa («Dammi un punto di appoggio e solleverò la Terra››), il punto di appoggio su cui fare leva.
Mi chiedo quale luce seguire, mi chiedo su che cosa appoggiarmi, e mi rispondo riferendomi alla logica che mi ha portato all`esistenza e che mi mantiene in essa: la logica dell’aggregazione o dell’armonia relazionale.

3889

La risposta è quanto mi propone il mio corpo, ciò che emerge da esso.
Che cos’è infatti il corpo?
È un concerto di relazioni: relazioni tra le particelle subatomiche che si combinano armoniosamente tra loro e formano gli atomi, tra gli atomi che si combinano armoniosamente e formano le molecole, e via di questo passo per una progressione da cui scaturiscono organelli, cellule, tessuti, organi, apparati e infine l’organismo che sente, percepisce, si emoziona, ama, riflette, sceglie.
Tutto questo processo, iniziato miliardi di anni fa con la polvere primordiale dell’energia caotica, e possibile grazie alla logica dell’armonia.
Se la nostra energia costitutiva non fosse informata da tale logica che porta a relazioni sempre più complesse e articolate, non ci sarebbe la vita, né la mente che si chiede perché c’e la vita, né ci sarebbe la libertà di scegliere tra le diverse risposte elaborate dalla mente.
Anche chi dice di no alla vita perché la ritiene ingiusta e insensata lo può fare solo grazie a questa logica di armonia relazionale.
Il processo cosmico però non conosce una logica lineare, tale da produrre sempre e solo armonia.
È abitato piuttosto da una logica che comporta momenti di disordine e di caos, sia nel fenomeno cosmo sia nel fenomeno umano, i quali entrambi ospitano «rotture di simmetria e di equilibrio», che nel cosmo si chiamano esplosioni e nell`uomo malattie (del corpo, della psiche e dello spirito).
La logica di aggregazione tesa all`armonia relazionale non sfugge alla precarietà, è esposta a imprevisti e contraddizioni.
Perché?
A mio avviso, perché è l’unica modalità escogitata dall’evoluzione per far sì che nel mondo potesse nascere la libertà.
Poteva essere pensato diversamente questo processo produttore di libertà?
Forse sì, forse no, a noi non resta che prendere atto che le cose stanno in questo modo, che questa è la logica dentro cui siamo immersi e da cui veniamo continuamente modellati.
E la logica della relazione armoniosa ma come sempre da conquistare, mai data in modo definitivo e permanente ma soggetta alla precarietà, perché solo così si dà quell’indeterminazione che è essenziale per la nascita della libertà.
È la logica di logos + caos, la cui somma dà pathos, passione.
E tuttavia, quando nella vita si costruiscono momenti di relazionalità armoniosa all’insegna del bene, della giustizia e dell’amore, si sperimenta con luminosa chiarezza che la propria umanità si compie, perlomeno questa e la mia esperienza.
E in questo senso possiamo parlare di una missione dell’essere umano: siamo qui per interpretare liberamente la logica dell’armonia relazionale sotto forma di bene, di giustizia, di bellezza.
Quando nei diversi sistemi di cui facciamo parte si raggiunge l’armonia, il nostro essere si riempie di compiutezza e nasce dentro di noi una particolare dolcezza interiore.
Personalmente non conosco nulla di più nobile e di più vero per l’esistenza di un essere umano.”

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3890

Baruch Spinoza   –   da “Ethica

Quando studiamo geometria noi non usiamo solo la ragione ma prevalentemente l’intuizione.
La prima nozione necessaria per lo studio della geometria ad esempio è quella di punto e da questa si prosegue costruendo un intero edificio da un primo mattone che abbiamo accettato per vero ma che nessuno mai ci dimostrerà come vero.
Questo non sarà mai possibile perché da un punto di vista razionale il punto è un’assurdità: è qualcosa che ad esempio costruisce con altri infiniti punti il segmento ma non ha una sua estensione reale. Il punto geometrico lo accettiamo solo intuitivamente.
Diamo allora una definizione della sostanza come facciamo per il punto geometrico e vediamo se è accettabile.
« La sostanza è ciò che è in sé e viene concepita per sé »,
«ciò che è in sé » vuol dire che è tutta in se stessa ossia non dipende da un’altra cosa, perché se dipendesse da un’altra cosa non sarebbe più sostanza,
«e viene concepita per sé » vuol dire che quando penso la sostanza la devo pensare con un concetto che riguarda lei e soltanto lei, non posso passare per altri concetti, come in una mediazione razionale, per arrivare a lei, perché altrimenti significherebbe che questi molteplici concetti che rimandano a più realtà farebbero sì che la sostanza non sarebbe più un’unica realtà com’essa è: quindi la sostanza può essere concepita solo intuitivamente, con un’apprensione immediata e non razionale-mediata della sua esistenza.
«la sostanza deve avere in sé e non in un’altra cosa il principio della sua intelligibilità»,
la sua esistenza non dipende dal fatto che ci sia un io a parlarne o a pensarla.
«La Sostanza è una realtà oggettiva indipendente dalla mia esistenza»
Ciò significa che della sostanza do una definizione per capirla e non che la definizione la faccia esistere.
La sostanza è una realtà oggettiva concepita per se stessa.

3891

Se questa sostanza può essere definita come ciò che è in sé e viene concepita per sé allora è una «Causa sui» (causa di se stessa); in lei coincidono in un unico punto causa ed effetto, lei è nello stesso tempo madre e figlia: altrimenti sarebbe effetto di una causa che viene prima di lei e lei allora non sarebbe più la prima, come deve essere per la sostanza.
È definita «Causa sui» in quanto se si dovesse fare una distinzione tra l’essenza e l’esistenza, tra pensiero e realtà, per la sostanza questa distinzione non varrebbe perché essa non appena pensa immediatamente esiste. (cfr. Cartesio).
La sua essenza implica necessariamente l’esistenza.
Se l’essenza è il mondo del pensare e l’esistenza è quello della realtà non appena appare la sostanza nel pensiero nello stesso originario atto, essa esiste.
Non ci può essere la distinzione tra il pensiero della sostanza come una realtà distinta dalla realtà dell’esistenza della sostanza.
Altrimenti ci sarebbero due realtà mentre la sostanza è un’unica realtà.

«Causa sui» vuol dire allora che essa è unica, e non essendoci un’altra realtà che possa limitarla è quindi anche infinita ed indivisibile, perché se fosse divisibile la sostanza non sarebbe più unica.
Se dunque l’essenza della sostanza implica l’esistenza allora pensiero e realtà coincidono.
Se la definizione della sostanza è tale per cui essa è:
Causa sui
Pensiero e realtà createsi in un unico originario atto (essenza ed esistenza)
Unica
Infinita
Indivisibile
La sostanza è totalmente identificabile dunque con Dio, poiché le caratteristiche precedentemente elencate sono proprie della sostanza divina.”

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… … …

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