scacco matto


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Su suggerimento di un amico e direttamente da IL MATEMATICO IMPERTINENTE (guarda chi si rivede   😉    ), eccovi il capitolo SCACCO ALL’UOMO

“[…]
Nella sia autobiografia RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO , Mikhail Botvinnik racconta come nel 1924, subito dopo la fine della guerra civile, l’Unione Sovietica decise di propagandare gli scacchi come un vero e proprio sport per la gioventù, e ci riuscì nel giro di pochi anni.
A partire dagli anni ’30 i giocatori sovietici divennero ‘ambasciatori sportivi’ della rivoluzione e i campioni entrarono a far parte delle ‘nomenklatura’.
[…]
La FIDE organizzò allora un campionato fa i sei migliori giocatori del mondo, e Botvinnik lo vinse nella simbolica data del 9 maggio 1948, anniversario della vittoria sul nazismo.
Il gioco del nuovo campione era diabolico, e riusciva a ingigantire i vantaggi propri e gli svantaggi altrui.

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Almeno in due occasioni Botvinnik salvò il suo titolo in maniera rocambolesca, trovando nella notte modi per pareggiare partite che ormai erano date per perse, e lo stesso successe una volta con Fischer.
Quest’ultimo match ebbe un seguito ‘teorico’ con due studi pubblicati dai due campioni: quello di Botvinnik intendeva dimostrare che c’era una strategia per il pareggio. e quello di Fischer invece che c’era una mossa vincente.
Gli esperti sembrarono dare ragione a Fischer, ma molti anni dopo Botvinnik fece studiare la partita come esercizio a uno studente tredicenne di nome Kasparov, che trovò un modo nuovo per pareggiare.

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L’episodio mostra che gli scacchi sono un’attività molto più simile alla matematica che allo sport: dopo una vittoria o una sconfitta ci si dedica non a inconcludenti lamentele controfattuali su pali, falli, rigori, arbitri, ma a rigorose dimostrazioni di quali mosse sarebbe stato meglio giocare.
Naturalmente, essendo gli scacchi ‘anche’ uno sport, gli studi vanno presi ‘cum granu salis’.
[…]
Botvinnik scrisse estesamente sul metodo da lui adottato in teoria e in pratica, nei suoi studi e nelle sue partite, e che altro non era se non il famoso ‘minimax’ della teoria dei giochi: cercare, cioè, di salvare il salvabile ed evitare il peggio, minimizzando la massima perdita.
Oggi la cosa suona ovvia, visto che il metodo è usato in tutti i programmi per giocare a scacchi.
Ma Botvinnik ci arrivò per conto proprio, grazie al suo dottorato in ingegneria elettronica.

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Quando nel 1958 l’ex campione del mondo Euwe gli chiese se pensava che un giorno gli scacchi avrebbero giocato meglio degli uomini, cioè di loro due, Botvinnik rispose immediatamente di sì. E dopo aver perso il titolo nel 1963 si dedicò a sviluppare programmi ‘strategici’ che formalizzassero il modo di giocare di un campione, cioè il suo.
L’obiettivo era chiaramente delineato nell’articolo Storia di un alberello. *Tutti sanno che che un giocatore non sviluppa tutte le possibili variazioni, e non analizza tutte le possibili mosse.
In ogni data situazione, un giocatore esamina da due a quattro mosse che sceglie intuitivamente, sulla base della propria esperienza.
Durante una partita di una quarantina di mosse, ne vengono analizzate in tutto un centinaio*.
In parte questo obiettivo era dettato dalla limitatezza tecnologica dei computer del tempo, che potevano soltanto analizzare alcune posizioni al minuto.
Era dunque imperativo sfrondare l’albero di tutte le possibilità teoriche, fino a farlo diventare l’alberello a cui alludeva il titolo dell’articolo.

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Facendo di questa necessità virtù, Botvinnik sviluppò PIONEER, un programma di sorprendente efficacia, e contribuì alla creazione di KAISSA, che vinse nel 1974 il primo campionato del mondo per programmi.
Ritornando sull’argomento qualche anno dopo, Botvinnik dichiarò:
*Il cervello umano ha molte meno risorse di un computer. Matematicamente un computer può risolvere un numero enorme di equazioni, e un programma può certamente battere un uomo.
Ma se un programma riuscisse ad analizzare soltanto le mosse migliori, l’uomo non lo vedrebbe neppure*.
In altre parole, c’è una bella differenza tra scrivere un programma che sfrutti la potenza del computer per giocare ‘meglio’ di noi, e sfruttare la potenza del cervello per scrivere un programma che giochi ‘come’ noi.
Col passare del tempo e l’aumentare della potenza dei computer, le necessità che costringevano Botvinnik a fare della scienza sono venute meno, e l’informatica si è purtroppo concentrata sulla tecnologia.
[…]

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Naturalmente il vero interesse sarebbe nell’emulare il gioco umano e riprodurne i processi, come sognava Botvinnik, perché questo ci direbbe qualcosa di nuovo sulla mente dello scacchista e, più in generale, su quella dell’uomo.
Il fatto che i moderni programmi trovino la soluzione dello stesso problema esaminando milioni di mosse è emblematico della differenza tra la profondità del progetto dell’Artificiale Intelligente, e la superficialità della realizzazione dell’Intelligenza Artificiale”.

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Al che viene spontaneo domandare se è possibile (oggi, ma soprattutto domani) poter ancora dichiarare, come abbiamo fatto per migliaia di anni: Ecce Homo !
Visto quello che c’è in giro, vien da dire che la razza ‘umana’ è in via di estinzione, perché la tecnologia li ha sollevati dall’obbligo di utilizzare il ‘pensiero’ per trovare le soluzioni agli enigmi che la vita ci mette di fronte.
Niente paura, anche da zombi si può sopravvivere con: *una vogliuzza per il giorno, una per la notte, fermo restando la salute* (cit. Nietzsche).
(citazione)

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