‘C’ come crisi


§

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testo estratto dal libro SFAMIGLIA

C COME CRISI (ECONOMICA)

“Un industriale di Modena mi domanda:
*Come faccio a dire a mio figlio che non possiamo più permetterci di cambiare una macchina all’anno ?*
Rispondo che conosco un unico modo:
*Caro ragazzo, non possiamo più permetterci di cambiare l’auto tutti gli anni*.
E lui serio:
*Se glielo porto, glielo potrebbe dire lei ?*
La questione non è banale.
Quell’industriale ha fatto crescere il figlio come il fatturato della propria azienda, come il PIL del Nord-Est: ogni anno con il segno + davanti.
Ora deve fronteggiare l’imprevisto, una crisi economica e finanziaria profonda e duratura, ed è emotivamente impreparato.
Anzi, pensa che è a causa sua se il figlio soffrirà, se improvvisamente vedrà il futuro incerto e fragile.
Per secoli, l’educazione non ha conosciuto i sensi di colpa o di incongruità da parte dei genitori, che oggi invece tendono a colpevolizzarsi per qualsiasi cosa: vogliono per i figli una strada in piano e senza curve, ma in questi modo preparano una generazione fragile e ricattabile.
Nella lingua cinese, la parola ‘crisi’ è composta da due ideogrammi: uno significa paura, l’altro opportunità.
L’attuale crisi economica è anche un’opportunità educativa, apre al dovere di dire ai figli che il livello della vita domestica muterà, rende necessario affrontare un discorso rimandato in tempo di benessere: che cos’è l’essenziale per una famiglia, che cos’è essenziale nel rapporto tra genitori e figli ?
Non certo cambiare l’automobile una volta all’anno.
Siamo sicuri che riducendo presenza e uso di beni materiali diventeranno tutti automaticamente più infelici ? (io penso proprio di no, ndr)
Basterebbe ricordare la profetica parte finale del discorso pronunciato da Robert Kennedy il 18 marzo1968 (poche settimane prima di essere assassinato) a proposito del significato etico di economia: (quanto amo quel discorso, ndr)
*Il Prodotto interno lordo non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione né dell’allegria dei loro giochi.
Non misura la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni.
Non pensa a valutare la qualità dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri rappresentanti.
Non tiene conto del nostro coraggio, della nostra saggezza o della nostra cultura.
Non dice nulla sulla nostra pietà o dell’attaccamento al nostro Paese.
In breve, il PIL misura tutto, tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta”.

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Dunque, il comunicare un cambiamento nel budget e nel tenore di vita familiare può diventare un’occasione irripetibile di crescita.
Permette ai giovani e adulti di non nascondersi più dietro le cose ma di affrontare, una volta tanto, l’aspetto emotivo e relazionale della vita.
Possiamo volerci bene anche senza comprare qualcosa ogni giorno ?
Può un genitore essere amato senza doversi trasformare in un bancomat ?
La crisi può farci riscoprire il senso della vita reale e allontanarci da quella dopata dei grandi magazzini e veline televisive ?
Il benessere ha confuso il quadro di riferimento educativo, ingombrandolo di superfluo.
La crisi economica obbliga ciascuno a ‘essenzializzarsi’, e forse temiamo di non sapere più farlo.
Senza sabati pomeriggio nei centri commerciali o davanti alle vetrine degli autosaloni, che ne sarà della relazione tra madre, padre e figli ?
Avranno ancora qualcosa da dirsi o la comunicazione inevitabilmente si inaridirà ?
La crisi può aiutarci a riflettere sulle scelte edicative.
E’ più importante la settimana bianca o un corso di teatro, l’acquisto di un’automobile o l’iscrizione a una università lontana da casa ?
Un’improvvisa ristrettezza finanziaria può imporci, duramente, una scelta di vita.
Se le entrate familiari diminuiscono, anche le ‘paghette’ dei più giovani verranno proporzionalmente decurtate.
Così s’imparano solidarietà e senso del sacrificio, ci si riconosce parte responsabile e attiva di quella comunità che una famiglia è quando affronta la vita sapendo che la strada non è liscia, ma presenta asperità e imprevisti, sfide cui rispondere insieme, consapevolmente”.

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La domanda successiva viene spontanea ed è:
“ma è così complicato comprendere la vita così come dovrebbe o potrebbe essere ?”
Guardandosi intorno la risposta è : “pare proprio di sì”.
Quasi tutto sembrano più preoccupati a nutrire i loro ego super-espansi e le loro voglie di protagonismo in spettacolini di terz’ordine che si dimostrano tragedie sì, ma nulla a che fare con quelle greche che insegnavano a considerare la vita in ogni suo aspetto, piacevole o meno.
(ndr)

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