della Coscienza


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Leggendo LEZIONI DI ETICA di Immanuel Kant si possono ritrovare, uno dopo l’altro, in fila perfetta, i ‘fondamentali’ sui quali tutti noi dovremmo riflettere, prima di approcciare la vita, producendo atti, idee e giudizi.
Però, probabilmente, questa dinamica non la si può produrre da giovani;
a loro viene fatta mancare un’adeguata istruzione che li indirizzi sulla introspezione, anzi, al contrario, li si prepara (anziché educare) a diventare ingranaggi di una ‘macchina’ progettata da altri, di cui non si conosce il reale disegno, e, quindi, non si conosce neanche l’utilizzo.
Come estrema difesa, dovremmo fidarci dell’esperienza, pensata criticamente, ma, anche qui, constatiamo che le capacità intellettive, innate, genetiche, acquisite, sono quasi sempre ‘inquinate’ da un sistema che ti ammazza i neuroni con una propaganda tutta giocata sull’inutile, il banale, l’osceno, sfruculliando gli istinti più bassi dell’essere umano.
Rimane imperscrutabile il rapporto che la gente ha con la propria coscienza, se questa parola ha ancora un senso e un’importanza per la nostra vita.
(citazione)

Quindi occupiamoci della ‘coscienza’, almeno come la definisce e interpreta Kant:

3664

Capitolo  DELLA COSCIENZA

“La coscienza è un istinto, mediante cui condursi secondo leggi morali.
Essa non è tanto una facoltà, quanto appunto un istinto; e non per giudicare noi stessi in base alle leggi della moralità; di essa possiamo fare l’uso che meglio ci aggrada.
La coscienza possiede invece la forza impulsiva di chiamarci in giudizio, contro la nostra volontà, in vista della conformità o meno alla legge delle nostre azioni.
Essa è dunque un istinto e non una semplice facoltà di giudicare, un istinto che si traduce in un indirizzo di vita e non in un giudizio.
La differenza che separa quella del giudice da altre forme di giudizio consiste in questo, che il giudice è in grado di giudicare ‘valide’ e di procurare un’effettiva applicazione al giudizio conformemente alla legge: il giudizio ha qui una validità ed è una sentenza; il giudice non deve giudicare soltanto, ma anche condannare o prosciogliere.
Se consistesse in un impulso a giudicare, la coscienza costituirebbe una facoltà conoscitiva, ravvicinabile ad altre facoltà, per esempio l’impulso a confrontarci con altri o a considerarci quali non siamo; ora, questo non sono impulsi miranti a conferire una regola.
Ognuno di noi ha la tendenza a lodarsi per le azioni buone, compiute secondo le regole della prudenza, così come a rimproverarsi per aver agito senza accortezza.
Ognuno di noi tende, dunque, in base alle regole di prudenza, ad approvare o biasimare se stesso.
Qui però non interviene affatto la coscienza, ma solo una copia di essa, mediante cui l’uomo approva o disapprova il proprio operato.
Gli uomini sogliono spesso confondere la coscienza con la sua copia.
[…]
Consideriamo ora in che cosa consista la differenza tra una coscienza veritiera e una coscienza erronea.
A carico della coscienza l’errore può essere di due tipi: ‘error facti’ ed ‘error legis’.
Chi agisce secondo una coscienza erronea agisce comunque secondo la sua coscienza: certamente. comportandosi in questo modo, la sua azione risulta sbagliata, ma essa non gli può essere addebitata come un delitto.
Ci sono ‘errores culpabiles’ e ‘inculpabiles’.
Per quel che riguarda la propria obbligazione naturale nessuno può sbagliare, poiché le leggi morali di natura non possono essere ignote ad alcuno: esse risiedono nell’intelletto di ogni uomo e perciò nessuno è qui suscettibile di un errore incolpevole.
Solo nel caso di una legge positiva vi sono ‘errores inculpabiles’, poiché si può agire in base ad una ‘coscientia erronea’ incolpevole.
Quanto alla legge naturale non vi sono, dunque, ‘errores inculpabiles’.
Orbene, se una legge positiva contravviene a quella naturale, conformemente a quale legge si dovrà agire ?
[…]
Poiché il verdetto della coscienza naturale è qui in contrasto con la legge della coscienza acquisita, è alla prima che occorre dare ascolto.
La legge positiva non può contenere nulla che sia contrario alla legge di natura, poiché questa è la condizione di ogni legge positiva (in tedesco: Bedingung ndt).
Scusarsi invocando un’erronea presa i coscienza non è bello, perché molte cose allora potrebbero essere valutate in questo modo, laddove si deve render conto anche degli errori.

3670

Parlando di una coscienza naturale, Alexander Gottlieb Baumgarten (considerato l’Aristotele tedesco ndr) sembra volerla distinguere da ciò che è rivelato (cfr. Ethica Philosophica ndr).
Ma ogni coscienza è naturale, salvo che può avere un suo fondamento una legge sovrannaturale o rivelata.
La coscienza rappresenta il tribunale divino in noi: in primo luogo, perché essa giudica le nostre intenzioni ed azioni richiamandosi alla purezza della legge; poi, perché noi non possiamo ingannarla e in terzo luogo, infine, perché non possiamo sfuggire, essendo essa onnipresente in noi.
Alla ‘coscientia naturalis’ si potrebbe contrapporre quella ‘artificialis’.
Molti hanno sostenuto che la coscienza sarebbe opera dell’arte e dell’educazione e che giudicherebbe e assolverebbe in forza dell’abitudine.
Se però lo cose stessero così, coloro la cui coscienza non avesse subito un tale esercizio e una tale educazione potrebbe liberarsi da ogni rimorso di coscienza, il che però non accade.
Senza dubbio l’arte e l’istruzione soltanto possono conferire quella capacità a cui già per natura possediamo una disposizione; perché la coscienza possa fornire un suo giudizio, dobbiamo aver prima una conoscenza del bene e del male, senonché, se il nostro intelletto è coltivato, la coscienza non può esserlo.
La coscienza non deve essere in noi un tiranno.
Noi possiamo rimanere sereni nelle nostre azioni, senza per questo ferire la coscienza.
Coloro che posseggono una coscienza incline a tormentarsi si logorano poi completamente e infine ne fanno a meno”.

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Molto più succinto e sintetico, quanto scriveva Dante, cinquecento anni prima del filosofo…

“Coscienza m’assecura un buon ausbergo, del sentirsi pura”

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2 pensieri riguardo “della Coscienza

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