se vi va parliamo un po’ di ‘umiltà’


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Eccovi un testo di Immanuel Kant, un grande divulgatore della filosofia che egli affrontò in ogni suo aspetto metafisico e pratico.
In particolare parliamo di una serie di lezioni di etica che Kant tenne all’Università di Konigsberg (oggi Kaliningrad) nel ‘lontano’ 1775.
Questo capitolo fa chiarezza su un termine, oggi così mal interpretato e spessissimo usato a sproposito con l’intento di ‘sottomettere’ le persone al potere, al prevaricatore di turno, a chi si sente superiore senza avere nessuna qualità.
Parla dell’UMILTA’ che, badate bene, niente ha a che fare con l’umiliarsi o l’umiliazione, ma, viceversa, riguarda la giusta stima di se stessi.

Da  LEZIONI DI ETICA  di Immanuel Kant

Capitolo  DELL’APPROPRIATA CONSIDERAZIONE DI SE STESSI

“L’umiltà da una parte e un vero e nobile orgoglio dall’altra sono gli elementi di un’appropriata considerazione di se stessi.
Ne è l’opposto la bassezza d’animo.
Non abbiamo motivi per non nutrire un’opinione modesta di noi stessi; tuttavia, in considerazione della nostra umanità, noi siamo tenuti ad avere un’alta stima di noi stessi.
Confrontandoci con la legge morale, noi constatiamo quanto siamo lontani dall’adeguarci ad essa.
Pertanto la mediocre opinione in cui teniamo la nostra persona deriva da un confronto con la legge morale, da cui traiamo sufficienti motivi per umiliarci.
D’altra parte, paragonandoci con altri, non abbiamo alcun motivo di nutrire una scarsa considerazione nei nostri riguardi, dal momento che possiamo attribuire altrettanto valore a noi quanto ad altri.
E’ appunto una tale considerazione di noi stessi, allorché ci confrontiamo con altri, ciò che costituisce un nobile orgoglio.
Nutrire un’opinione inadeguata della propria persona, nei confronti di quella altrui, rivela non umiltà, ma un’anima meschina e un modo di sentire servile.
Tale virtù immaginaria, che è soltanto un’imitazione della vera virtù, è una virtù da monaci e, come tale, del tutto contro natura; infatti l’uomo che si pone in maniera tanto umile di fronte agli altri proprio in ciò rivela della superbia.
Non vi è nulla di ingiusto nell’avere stima di sé, perché non procuriamo alcun danno ad altri quando riserviamo una uguale considerazione ad essi e a noi.
Se però si tratta di pronunciare un giudizio su di noi, è necessario confrontare il nostro operato con la purezza della legge morale e allora abbiamo motivo di provare umiltà.
[…]
Non possiamo provare verso di noi una stima dettata dall’amor proprio, consistente in una forma di parzialità e di predilezione nei nostri confronti.
Tale attenzione pragmatica e se stessi, ispirata dalle regole della prudenza, è possibile e giusta, in quanto mira a conferire sicurezza. Nessuno può pretendere che io debba umiliarmi e stimarmi al di sotto degli altri, sebbene ognuno abbia il diritto di esigere che l’altro non si ponga al di sopra di lui.
Tuttavia la stima morale di se stessi, poggiante sulla dignità dell’uomo, non deve mai fondarsi su un paragone con gli altri, ma su un confronto con la legge morale.
Gli uomini sono inclini ad assumere gli altri come misura del loro valore morale e, quando credono di essere superiori a qualcuno, accolgono ciò come motivo di presunzione morale; la quale tuttavia, è giustificata piuttosto quando, confrontando il proprio operato con la legge morale, si suppone di aver raggiunto la perfezione.
Io posso sempre ritenere di essere migliore di altri, sebbene, quando fossi il migliore dei peggiori, non per questo sarei affatto molto migliore; a rigore qui non è possibile nessuna presunzione morale.
Perciò l’umiltà morale, se consiste nel contenere la presunzione al cospetto della legge morale, non dipende mai da un confronto con altri, ma con la legge morale.
L’umiltà, dunque, è un circoscrivere l’opinione che noi possiamo farci del nostro valore morale mediante un confronto delle nostre azioni con la legge morale.
Il confronto delle azioni con la legge rende umili.
L’uomo non manca di motivi per avere un’opinione modesta di sé, perché le sue azioni, come contravvengono la legge morale, così difettano di purezza.
E’ a cagione della sua fragilità che l’uomo viola la legge ad agisce contro di essa ed è per ragioni di debolezza che le sue azioni non riescono ad avvicinarsi alla purezza della legge.
Colui che raffigura la legge morale come indulgente può acquisire una grande considerazione di sé e nutrire della presunzione, proprio perché il criterio usato nel valutare le proprie azioni è falso.
[…]
Tuttavia, se male intesa, l’umiltà può avere conseguenze nocive; essa, cioè, può generare non coraggio, ma al contrario, quando l’uomo si convinca che, a causa dell’imperfezione della sua azione, gli è impossibile conformarsi alla legge morale, donde, non osando intraprender nulla, l’inerzia.
Presunzione e mancanza di coraggio sono i due scogli in cui l’uomo incappa quando, in un modo o nell’altro, devia dalla legge morale. Per un verso l’uomo non deve scoraggiarsi, ma credere di avere forze sufficienti per adempiere la legge morale, quand’anche non si conformi ad essa. Per un altro verso, però, egli può cedere alla presunzione e contare troppo sulle sue forze.
[…]
E’ da deplorare ciò che hanno fatto alcuni autori i quali, per indurre l’uomo all’umiltà e implorare l’aiuto divino, cercarono di negare in lui ogni intenzione buona e di convincerlo quindi alla sua impotenza.
Certamente è giusto e opportuno che l’uomo sia consapevole della sua debolezza, ma non per vedersi privato della bontà delle sue intenzioni perché, per essere assistito da Dio, deve perlomeno esserne degno.
Il venir meno del valore delle virtù umane comporta necessariamente questo inconveniente, che l’uomo finisca col porre sullo stesso piano sia chi fa bene che chi si comporta bassamente, dal momento che anche nel primo non è riscontrabile alcuna intenzione buona.
Ogni uomo dovrà perciò sentire di aver compiuto al,meno una volta un’azione buona in base a un’intenzione buona e di essere capace di compierne ancora.
Per quanto le nostre azioni siano sempre imperfette e mai completamente conformi alla legge morale, pure esse vi si avvicinano ognora di più”.

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L’ente ‘regolatore’ della morale e dell’etica, dovrebbe essere la ‘coscienza’.
La cosa curiosa è che il ‘concetto’ può essere espresso in modi differenti e da culture differenti, ma che il ‘fondamentale’ rimane sempre quello: la legge morale dentro di noi, esattamente come il cielo stellato sopra di noi… come ci ricorda, volutamente, la lapide sotto cui è sepolto il filosofo che recita appunto :

« Due cose riempiono la mente con sempre nuova e crescente ammirazione e rispetto, tanto più spesso e con costanza la riflessione si sofferma su di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.  »

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3666

« L’uomo ‘saggio’ agisce senza rivendicare il risultato come proprio; egli consegue l’obiettivo ma non vi resta aggrappato, egli non desidera dimostrare la propria superiorità  »
– Tao Te Ching – (77.4)

Ora, provate a guardarvi in giro…
quanti ritenete siano in grado di tenere lezioni morali ???
Vi siete dati la risposta ???

(NdR)

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