Identità Puzzle


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In INTERVISTA SULL’IDENTITA’ Zygmunt Bauman (che vogliamo considerare un ‘grande’ dell’umanità ?) risponde alle domande di persone che vogliono capire, cioè che non si accontentano delle ‘fiabe’ che quattro (o centomila) cialtroni e disonesti, cercano di raccontarci. Leggiamo …

Capitolo   IDENTITA’ PUZZLE

DOMANDA: Con la globalizzazione, l’identità è diventata una questione scottante. Tutti i punti di riferimento sono cancellati, le biografie diventano puzzle dalle soluzioni difficili e mutevoli.
Il problema, tuttavia, non sono i singoli pezzi del mosaico, ma la maniera in cui si incastrano l’uno con l’altro.
Qual è la sua opinione?

RISPOSTA: Temo che la sua teoria del puzzle sia solo parzialmente illuminante.
E’ vero, si compone la propria identità (o le ‘proprie’ identità ? ndr) come si compone un disegno partendo dai pezzi di un puzzle, ma la biografia può essere paragonata solamente a un puzzle ‘difettoso’, in cui mancano alcuni pezzi (e non si può sapere esattamente quanti).
Un puzzle comprato in negozio è tutto contenuto in una scatola, ha l’immagine finale già chiaramente stampata sul coperchio e la garanzia, con promessa di rimborso in caso contrario, che tutti i pezzi necessari per riprodurre quell’immagine si trovano all’interno della scatola e che con questi pezzi si può formare quell’immagine e quella soltanto; ciò permette di consultare l’immagine riprodotta sul coperchio dopo ogni mossa per assicurarsi di essere effettivamente sulla strada giusta (l’unica strada corretta) verso la destinazione già nota, e quanto lavoro rimane da fare per raggiungerla.

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Nessuna di queste agevolazioni è disponibile nel momento in cui componi la tua identità…
E’ vero, sul tavolo sono a disposizione tanti piccoli pezzi che speri di poter incastrare l’uno con l’altro fino ad ottenere un insieme dotato di senso, ma l’immagine che dovrebbe emergere al termine del lavoro non è formata in anticipo, e pertanto non puoi sapere per certo se possiedi tutti i pezzi necessari per comporla, se i pezzi scelto fra quelli sparsi sul tavolo siano quelli giusti, se li hai messi al posto giusto e se servono per comporre il disegno finale. Potremmo dire che la soluzione dei puzzle che si comprano in negozio è orientata
‘all’obbiettivo’: parti per così dire dal punto d’arrivo, dall’immagine finale, nota già in precedenza, e poi tiri fuori dalla scatola un pezzo dopo l’altro, cercando di incastrarli insieme.
Hai la sicurezza che alla fine, con l’impegno necessario, troverai il posto giusto per ogni pezzo.
La completezza dei pezzi e il loro reciproco incastro sono garantiti prima che tu cominci.

Nel caso dell’identità non è affatto così: l’intera impresa è orientata ‘ai mezzi’.
Tu non parti dall’immagine finale, ma da una certa quantità di pezzi di cui sei già entrato in possesso o che ti sembra valga la pena di possedere, e quindi cerchi di scoprire come ordinarli e riordinarli per ottenere un certo numero (ma quante ? ndr) di immagini soddisfacenti.
‘Fai esperimenti con ciò che hai’.
Il problema non è che cosa ti serve per ‘andare lì’, per arrivare al punto che vuoi raggiungere, ma quali sono i punti che puoi raggiungere sulla base delle risorse già in tuo possesso o di quelle per ottenere le quali vale la pena che tu profonda il tuo impegno.
Potremmo dire che la risoluzione del puzzle segue la logica della razionalità ‘strumentale’ (scegliere i mezzi adatti per un determinato scopo), mentre al contrario la costruzione dell’identità è guidata dalla logica della razionalità ‘finale’ (scoprire quanto sono attraenti gli obbiettivi raggiungibili con i mezzi dati).

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Il lavoro di un costruttore di identità, come direbbe Claude Levi-Strauss (antropologo ndr), è un lavoro da ‘bricoleur’, che crea ogni sorta di cose col materiale a disposizione.
Non è sempre stato così.
Quando la modernità ha sostituito i ‘ceti’ pre-moderni (che determinavano l’identità in base alla nascita, fornendo pertanto pochissime occasioni per porsi la domanda ‘chi sono io?’) con le classi, le identità sono diventate compiti che i singoli individui dovevano realizzare, attraverso la propria biografia.

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Per usare le memorabili parole di Jean Paul Sartre, per essere borghesi non è sufficiente nascere borghesi, si deve vivere l’intera vita da borghesi! L’appartenenza alla classe a cui si sostiene di appartenere la si deve ‘dimostrare’ coi fatti, con l’intera vita, non semplicemente brandendo il certificato di nascita.
Se non si riesce a fornire tale convincente prova si può perdere la propria assegnazione di classe, diventare un ‘déclassé’.
[…]
Definire l’identità come un compito e lo scopo dell’impegno di tutta la vita era, se paragonato all’attribuzione automatica a un ceto dell’era pre-moderna, un atto di liberazione: una liberazione dall’inerzia delle strade tradizionali, dalle autorità immutabili, delle routines preordinate e delle verità incontestabili.

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Tuttavia, come ha scoperto Alain Peyrefitte nel corso dei suoi studi storici (cfr. ‘La Société de confiance’ – 1998), quella libertà di auto-identificazione nuova e senza precedenti seguita alla decomposizione della società dei ceti, è giunta insieme a una fiducia nuova e senza precedenti negli altri, nonché nei meriti dell’associazione di diversi a cui era stato dato il nome di ‘società’: nella sua saggezza collettiva, nell’affidabilità delle sue istruzioni, nella durata nel tempo delle sue istituzioni.

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Per osare e rischiare, per avere il coraggio necessario per fare delle scelte, questa tripla fiducia (in se stessi, negli altri, nella società) è indispensabile. E’ indispensabile credere che la fiducia nelle scelte ‘fatte dalla società’ sia ben riposta e che il futuro appaia certo.
E’ indispensabile che la società sia un arbitro, non un giocatore come gli altro che tiene nascoste le carte e cerca di prendervi di sorpresa… “

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La prima edizione di questo libro è del 2003.
Spero che ora sia più chiaro che ‘qualcuno’ (anzi ben più di uno) ha tradito, prima di tutto se stesso; poi che una società, che voglia considerarsi tale, non può formarsi sui bluff, sul dichiaro una cosa ma, di nascosto ne faccio un’altra, esattamente contraria a quello che avevo detto.
(caspitina … mi ricorda qualcuno …)

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La metafora del puzzle è molto bella, ci ricorda che un essere umano è composto (oltre che da miliardi di cellule) da centinaia di altri ‘componenti’ (materiali ed immateriali).
Certo è che per completare il proprio puzzle, non basta cercare ed incastrare le tessere, bisogna assumersi le responsabilità delle proprie decisioni, giuste o sbagliate che siano, perché nel primo caso, cresci, nel secondo l’errore ti servirà come esperienza, da non ripetere.
Sbagliare è umano, perseverare è ‘politico’ … eheheheh
Eh sì, è un mondo difficile, diabolico direi …

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