schiavi dell’opinione e del parere altrui


§

3544

Da    AFORISIMI SULLA SAGGEZZA DEL VIVERE

(sempre che sia utile vivere saggiamente, ovviamente)

Capitolo      DI QUELLO CHE UNO RAPPRESENTA

“Questo aspetto, ossia la nostra esistenza nell’opinione altrui, per una particolare debolezza della nostra natura è sempre tenuto in eccessiva considerazione, benché la riflessione più semplice potrebbe insegnarci che, preso in sé, non è affatto essenziale per la nostra felicità.
Risulta quindi pressoché inspiegabile come mai ogni uomo si rallegri tanto dentro di sé ogni volta che avverte negli altri segni di opinione favorevole nei suoi confronti, o che la sua vanità viene in qualche modo lusingata.
[…]
E viceversa c’è da restare stupefatti di quanto infallibilmente la offenda e spesso l’addolori profondamente ogni ferita alla sua ambizione, in ogni senso, grado , o circostanza.
Ogni forma di disistima, di trascuratezza, ogni mancanza di riguardo, dato che su questa qualità naturale si basa il senso dell’onore, può darsi che essa abbia effetti vantaggiosi per la buona condotta di molti (una volta, e forse ndr), come surrogato della loro moralità; ma sull’intima felicità dell’uomo, e anzitutto sulla pace e indipendenza dell’animo che ne è parte così essenziale, essa agisce in modo più perturbatore e nocivo che corroborante.
E’ consigliabile perciò, a nostro avviso, porle dei limiti, e mediante un’opportuna riflessione e un giusto apprezzamento del valore dei beni, moderare per quanto possibile quella grande suscettibilità nei confronti dell’opinione altrui sia quando è lusingata sia quando è ferita: perché entrambi i casi sono appesi allo stesso filo.
Altrimenti si rimane schiavi dell’opinione e del parere altrui.

3092

Un giusto apprezzamento del valore di ciò che si è in sé e per sé. rispetto a ciò che si è solo agli occhi degli altri, contribuirà molto alla nostra felicità.
Nel primo rientra tutto ciò che riempie il tempo della nostra esistenza, il contenuto interiore di essa, e quindi tutti i beni che abbiamo considerato sotto i titoli ‘quello che uno è’ e ‘quello che uno ha’.
Perché il luogo in cui questo trova il suo campo d’azione, è la propria coscienza,
Invece il luogo di ciò che noi siamo per gli altri è la coscienza estranea; è la rappresentazione in cui noi compariamo, insieme coi concetti impiegati per formarla (ceti più elevati, col loro splendore, il loro sfarzo, la loro magnificenza, e con le loro esibizioni di ogni genere, possono ben dire: la nostra felicità è esclusivamente fuori di noi: sta nella testa degli altri nda).
Ora, si tratta di qualcosa che non esiste per noi direttamente, ma solo indirettamente, in quanto per suo tramite viene determinato il contegno degli altri verso di noi.
E anche in questo, a ben vedere, va preso in considerazione solo in quanto influisce su una qualche cosa che può modificare ciò che siamo in noi stessi e per noi stessi, A parte questo, ciò che avviene in una coscienza estranea è, in quanto tale, per noi indifferente, e anche noi diverremo a poco a poco indifferenti nei suoi riguardi una volta raggiunta una sufficiente conoscenza della superficialità e della futilità dei pensieri, della limitatezza dei concetti, dalla meschinità dei principi, dell’assurdità delle opinioni e della quantità di errori che albergano nella maggior parte dei cervelli: quando inoltre sperimenteremo personalmente con quale disprezzo si parli di ognuno una volta che non si ha più ragione di temerlo o se si crede che non gli verrà riferito; e specialmente poi quando avremo sentito una dozzina di imbecilli parlino con disprezzo dell’uomo più degno.
Allora ci accorgeremo che chi dà gran valore all’opinione degli uomini tributa loro un onore eccessivo.
In ogni caso sono davvero misere le risorse di chi non trova la sua felicità nelle due categorie di beni già citate, ma deve cercarla in questa terza: dunque non in ciò che egli realmente è, bensì in ciò che egli è nella rappresentazione altrui”.

§

che essere strano è l’Uomo.
Incapace spesso di dare un senso alla propria esistenza ed al proprio rapporto con i propri simili;
ci saranno sempre pochi che faranno molto per gli altri e molti che faranno egoisticamente solo per se stessi;
fondamentale è essere in pace con se stessi ma questi ultimi lo saranno ?
O non si porranno neppure il problema ?
Io propendo più per la seconda ipotesi e la prova sta in quello che ci dice ‘Arturo’: “la nostra esistenza nell’opinione altrui, è sempre tenuto in eccessiva considerazione” …
Un mondo, il nostro, in costante evoluzione (che non automaticamente è sinonimo di positività):
essere sempre meno, apparire sempre di più …
ma dove sta andando il mondo ???
Mah, difficile dirlo (possiamo però intuirlo) …
dopotutto ‘l’intelligenza’ è sempre, ed è sempre stata, in minoranza …

§

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