ma la Ricchezza è per caso una ‘nozione politica’ ???


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Bernard Maris scrisse:

Capitolo   LA RICCHEZZA E’ UNA NOZIONE ‘POLITICA’ ?

“Ricordiamoci della Russia di Kruscev;
cresceva al ritmo dell’otto per cento all’anno e avrebbe ben presto raggiunto gli Stati Uniti.
Nel frattempo il mare d’Aral si svuotava e i campi dell’arcipelago Gulag si riempivano.
Si dirà che la crescita un versione sovietica era barbara e produttivistica, che è giusto diffidare di una felicità valutata da un calcolatore secondo i parametri stabiliti da un governo (ma perché oggi nella teorica ‘democrazia’ occidentale è molto diverso, in special modo con i governi ‘tecnici’ ? ndr).
Ma allora, che cosa si deve pensare della versione di mercato della felicità ?
Dopo tutto, l’accumulazione monetaria, mercantile, sancita e valorizzata dal mercato, versione liberale dell’accumulazione comunista, è un buon mezzo per incanalare le passioni umane.
Meglio questo di una ‘felicità’ imposta alle popolazioni, che spesso ha dato loro solo sofferenze.
Keynes dice: *E’ meglio che un individuo eserciti la tirannia sul suo conto in banca che sui suoi concittadini*.
Alfred Hirschmann era d’accordo:
*fra tutte le passioni, in fondo quella per la ricchezza e per gli oggetti è la meno funesta per gli uomini*. (cfr. La passione e gli interessi – 1979)
Diffidiamo degli uomini che vogliono con troppa forza il bene dei loro simili!
Spesso imporranno la loro felicità in modo crudele.
Negli anni sessanta tutti salutarono con entusiasmo la grande diga di Assuan, vera icona della catastrofe ecologica.
Allora ?
Felicità pianificata o felicità generata dal mercato ?
In realtà si tratta di un falso dilemma.
In primo luogo il capitalismo non si fa legare le mani dalla democrazia: il lucro, la cupidigia, l’accumulazione di ricchezza sono sempre andati d’accordo con la tirannia.
D’altro canto, qualsiasi definizione della ricchezza è più o meno sociale giacché, come abbiamo visto, ogni forma di contabilità nazionale riflette una volontà politica: e se questa volontà è democratica, perché non dovrebbe introdurre un elemento etico nella definizione della ricchezza ?
Le imprese sono sempre più interessate ad ‘attestati etici’ da cui risulti che non sfruttano il lavoro infantile o che non hanno nulla a che fare con la produzione delle mine antiuomo.
L’esperienza dimostra che le imprese connotate in senso ‘sociale’ ottengono buoni risultati.
Se la contabilità riflette una volontà politica, è del tutto logico chiedere al potere politico di introdurre un’attenzione per l’etica nella misura della crescita.
Quello che si spende in un anno nel mondo per la pubblicità, inducendo infantilismo e idiozia, è dieci volte maggiore di quanto basterebbe per sradicare la fame nel mondo, dare a tutti l’accesso all’acqua potabile, combattere le grandi epidemie.
L’adozione di farmaci generici mette in pratica il principio ‘la salute degli uomini non obbedisce sempre alle regole del mercato’.
E’ probabile che i farmaci generici, al contrario di quelli i cui prezzi sono gonfiati dalle spese pubblicitarie, si rivelino in fin dei conti molto produttivi per l’umanità.
Ma questo risultato non è immediato, come quello prodotto dalla vendita di un farmaco non generico che gonfia immediatamente il PIL facendovi figurare il valore di una pubblicità demenziale destinata a smerciarlo, ma, in quanto cura un minor numero di persone, e quindi determina un minore risparmio di forza lavoro, carica il PIL di oggi a scapito di quello di domani, che avrebbe potuto contare su un maggior numero di lavoratori sani.
Il ritorno dell’etica nell’economia è una buona cosa, ma bisogna guardarsi dal difendere l’etica in nome dell’efficienza, giacché, in questo caso, gli sciocchi dalla vista corta hanno sempre ragione.
Dal punto di vita dell’efficienza, Internet non aveva alcuna ragione d’essere, non più di quanto ne avesse l’industria automobilistica nella Corea del Sud.
E’ possibile, ed è tanto meglio, che l’efficienza derivi in misura crescente dall’etica (per esempio gli schiavi sono meno produttivi dei lavoratori liberi).
Ma non è l’efficienza che deve determinare le regole etiche, regole che non derivano dal mercato e che, è il caso di dirlo, non devono rendere conto in alcun modo al mercato.
Dopo la guerra del 1870, i militari francesi capirono che la loro disfatta era dipesa, fra l’altro, dal fatto che il loro esercito era molto meno istruito di quello tedesco…
La cultura anche ai militari !”

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Pensieri che hanno quasi 3 lustri di età ma, ogni giorno che passa, sempre più attuali e rispondenti alla realtà che potremmo osservare solo togliendo le fette di salame dagli occhi, un salame metaforico costituito da un insieme di fattori richiamati più e più volte …

ma ormai gli esseri umani (definizione non sempre corretta) sono nella fase del letargo … e chissà mai se ci potrà essere una successiva ‘primavera’ …

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