Del governare la propria volontà


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Da   ESSAIS

estratto dal
CAPITOLO X
Del governare la propria volontà

“In confronto alla maggior parte degli uomini, poche cose mi toccano o, per meglio dire, mi tengono in loro potere; infatti è giusto che ci tocchino, purché non ci possiedano.
Io ho gran cura di aumentare con lo studio e con la riflessione questo privilegio di insensibilità che è per natura molto sviluppato in me.
Mi attacco, e per conseguenza mi appassiono a poche cose.
Ho la vista chiara, ma l’applico a pochi oggetti: la sensibilità delicata e tenera.
Ma la comprensione e l’applicazione l’ho dura e tarda: m’impegno difficilmente.
Per quanto posso, mi occupo tutto di me stesso; ed anche in questo frenerei e tratterrei volentieri il mio sentimento perché non vi si immerga troppo interamente, dato che è una cosa che io possiedo per grazia d’altri e sulla quale la fortuna ha più diritto di quanta ne abbia io.
Di modo che, perfino la salute che apprezzo tanto, mi occorrerebbe non desiderarla e non attaccarmici con tanto ardore da trovare insopportabili le malattie.
Ci si deve equilibrare fra l’odio del dolore e l’amore del piacere; e Platone indica una via mediana fra i due.
Ma alle passioni che mi distraggono da me e mi volgono altrove, a queste certo mi oppongo con tutte le mie forze.
La mia opinione è che bisogna prestarsi agli altri e darsi soltanto a se stessi.
Se la mia volontà fosse facile a ipotecarsi e applicarsi, non ci resisterei: sono troppo delicato per natura e per abitudini.
*fugas rerum, securaque in otia natus*
(nemico delle preoccupazioni, nato per l’ozio tranquillo)
Ovidio – Tristia III, 9 –
Le discussioni contrastate e ostinate che infine dessero vantaggio al mio avversario, l’esito che rendesse vergognoso il mio sforzo appassionato mi roderebbero forse molto crudelmente.
Se mi buttassi senz’altro, come fanno gli altri, la mia anima non avrebbe mai la forza di sopportare gli allarmi e le emozioni che colgono quelli che se la prendono tanto a cuore; sarebbe immediatamente sconvolta da questa agitazione interiore.
Se talvolta sono stato spinto a occuparmi di affari estranei, ho promesso di prenderli in mano, non nel polmone o nel fegato; d’incaricarmene, non di incorporarli in me: di curarmene, sì, ma non certo di appassionarmi: li guardo, ma non li covo.
Ho abbastanza da fare a disporre e sistemare la folla delle preoccupazioni personali che ho nelle viscere e nelle vene, senza aggiungervi una sola estranea e farmene schiacciare; e sono abbastanza preso dai miei affari essenziali, propri e naturali, senza attirarmene altri esterni.
Quelli che sanno quanto si devono e di quanti servigi sono obbligati verso se stessi, trovano che natura ha dato loro un incarico piuttosto pesante e non certo ozioso.
Hai già abbastanza da fare a casa tua, non allontanartene.
Gli uomini si danno in affitto.
Le loro facoltà non sono per loro, ma per quelli a cui essi si asserviscono; sono i loro locatari che abitano in loro, non loro.
Questa tendenza comune non mi piace: bisogna amministrare la libertà della nostra anima e ipotecarla solo nelle occasioni giuste; e queste sono in piccolissimo numero, se giudichiamo con senno.
Guardate le persone abituate a lasciarsi trascinare e possedere, fanno così sempre, nelle piccole cose come nelle grandi, per ciò che non le riguarda, s’inseriscono indifferentemente dove c’è da darsi da fare e da impegnarsi, e sono senza vita quando sono senza agitazione affannosa.
*In negotiis sunt negotiis causa*
(Essi cercano un’occupazione soltanto per occuparsi)
Seneca – EPISTOLE, 22
Non tanto vogliono andare quanto non possono stare fermi, né più né meno di una pietra lanciata nella sua caduta, che non si ferma finché non si posa. L’occupazione è, per un certo tipo di persone, segno di abilità e di dignità.
Il loro spirito cerca riposo nel movimento, come i bambini nella culla.
Essi possono dirsi tanto servizievoli per i loro amici quanto importuni a se stessi.
Nessuno distribuisce il proprio denaro ad altri, ognuno distribuisce il proprio tempo e la propria vita; non c’è nulla di cui siamo tanto prodighi quanto di queste cose, delle quali sole l’avarizia sarebbe per noi utile e lodevole.
Io prendo un atteggiamento assolutamente diverso.
Mi racchiudo in me stesso e generalmente desidero blandamente quello che desidero, e desidero poco; mi occupo e mi adopero allo steso modo: di rado e con calma.
Tutto ciò che essi vogliono e compiono, lo fanno con tutta la loro volontà e il loro slancio.
Tanti sono i brutti frangenti che, per maggior sicurezza, bisogna passare questa vita terrena con un po’ di leggerezza e superficialità.
Bisogna scivolarvi, non immergervisi.
La voluttà stessa è dolorosa nel suo profondo, […]”

§

Siamo nel XVI secolo e un uomo, sicuramente divenuto saggio, dopo aver percorso il mondo in tutte le situazioni accettate o create, inizia le sue riflessioni, anche alla luce delle sue esperienze, riviste retrospettivamente, concludendole con pensieri TUTTI in contro-tendenza rispetto alla cronaca dei suoi tempi, ma che – se ci fermassimo a pensarci bene – non si discostano – mutatis mutandi – poi molto dalle nostre.
Quindi ???
Girare la prua, sempre, che seguendo l’onda, sempre lì vai a finire: nei liquami, prodotti da una società che si è specializzata nel produrli…
(citazione)

§

Voglio dare una mia interpretazione di questo passo;
non si tratta di un elogio all’egoismo (come superficialmente potrebbe sembrare) ma il suggerimento di voler porre il giusto distacco tra la propria vita ed il mondo che ci circonda;
un distacco che faciliti una sana introspezione con la conseguente ricerca anche di quelle cose appaganti per l’anima e lo spirito; un distacco dalla schiavitù di una vita ritmata da tempi a noi alieni; un distacco dalle troppe gabbie mentali e fisiche che ci circondano; un distacco dal mondo che privilegia l’Avere e trascura l’Essere.
“Tanti sono i brutti frangenti che, per maggior sicurezza, bisogna passare questa vita terrena con un po’ di leggerezza e superficialità.
Bisogna scivolarvi, non immergervisi” … più chiaro di così …

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