Dell’utile e dell’onesto


§

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Da  ESSAIS  di Michel de Montaigne

CAPITOLO I – Dell’utile e dell’onesto

“Nessuno è esente da dire sciocchezze.
Il male è dirle con pretensione.
Questo non mi riguarda.
Le mie mi scappano con tutta l’indifferenza che meritano.
Ed è bene per loro.
Le ripudierei subito, per poco che mi costassero.
E le acquisto e le vendo solo per quello che valgono.
Io parlo alla carta come parlo al primo che incontro.
E quello che dico sia vero è ciò che importa.

A chi non deve essere detestabile la perfidia, se Tiberio rifiutò con così gran danno?
Gli fu mandata a dire dalla Germania che, se lo trovava opportuno, lo si sarebbe liberato di Arminio per mezzo del veleno (era questi il più potente nemico che avessero i Romani, e che da solo ostacolava l’accrescimento del suo dominio in quelle contrade nda).
Rispose che il popolo romano era solito vendicarsi dei suoi nemici in modo aperto, con le armi in pugno, non con la frode e di nascosto.
Egli lasciò l’utile per l’onesto.
‘Era, mi direte, ‘un ipocrita’.
Lo credo; non è una cosa strana per la gente del suo mestiere.
Ma il riconoscimento della sua virtù non ha minor valore in bocca di chi la odia.
Tanto più che la verità glielo tira fuori a forza e, se non vuole accoglierla in sé, almeno se ne copre per adornarsene.
[…]

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In quel poco che ho avuto da trattare fra i nostri principi, in queste divisioni e suddivisioni che oggi ci separano, ho accuratamente evitato che s’ingannassero sul conto mio e rimanessero irretiti nella mia finzione (allude al ruolo di intermediario che sostenne fra il rappresentante di Enrico III (foto ndr), in Guienna, il maresciallo de Matignon e il re di Navarra, durante le ostilità fra cattolici e protestanti – ricordando che Montaigne era un notabile, sindaco di Bordeaux nda).
La gente del mestiere si tiene coperta il più possibile, e si presenta e si contraffà più moderata e conciliante che può.
Quanto a me, io mio offro con le mie opinioni più schiette e con l’aspetto che più mi è proprio.
Molle negoziatore e novizio, che preferisco venir meno al mio incarico che a me stesso!
Tuttavia questo è avvenuto finora con tale fortuna (poiché certo la fortuna vi ha la parte principale) che pochi hanno avuto rapporti con l’uno e con l’altro partito con minor sospetto, maggiore favore e dimestichezza.
Io ho un modo di fare aperto, facile a insinuarsi e a farsi dar credito fin dai primi contatti.
La semplicità e la schietta verità, in qualsiasi secolo, trovano ancora la loro opportunità e il loro impiego.

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E poi è poco sospetta e poco odiosa la libertà di coloro che si adoperano senza alcun loro interesse e che possono veracemente servirsi della risposta di Iperide agli Ateniesi che si lamentavano dell’asprezza delle sue parole:
*Signori, non state a guardare se io sono libero con voi, ma se lo sono senza avvantaggiarmi e senza fare per questa via il mio interesse*.
La mia libertà mi ha anche facilmente affrancato dal sospetto di simulazione per la sua stessa forza (poiché non ho evitato di dire alcunché di grave e pungente che fosse, e ne avrei potuto dire di peggio se non fossi stato lì) e perché essa ha un’apparenza evidente di semplicità e di indifferenza.
Agendo, io non pretendo altro frutto che l’agire, e non vi annetto conseguenze e propositi duraturi; ogni azione fa il suo proprio gioco: frutti se può!
Del resto, io non sono agitato da passione né di odio né di amore verso i potenti; né la mia volontà è vincolata da offesa o da obbligazione particolare.
[…]

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Ma non bisogna chiamare dovere (come noi facciamo ogni giorno) un rancore o un risentimento interiore che nasca dall’interesse e dalla passione privata; né coraggio una condotta traditrice e malfida.
Essi chiamano zelo lo loro inclinazione alla malvagità e alla violenza; non è la causa che li infiamma è il loro interesse; essi attizzano la guerra non perché è giusta, ma perché è guerra.
Niente impedisce che ci si possa destreggiare agevolmente fra uomini che sono nemici fra loro, e comportarsi con lealtà; regolatevi secondo un sentimento se non uguale in ogni caso (poiché può avere diversi gradi), almeno però, moderato, e che non vi leghi all’uno tanto strettamente ch’egli possa pretender tutto da voi; e contentatevi quindi di una misura media del loro favore, e di calarvi nell’acqua torbida senza volervi pescare.

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L’altra maniera, quella cioè di offrirsi con tutte le proprie forze a questi o a quelli, ha in sé ancor meno prudenza che coscienza.
Colui per il quale tradite un altro da cui siete ugualmente ben visto, non sa forse che fate la stessa cosa con lui?
Vi ritiene malvagio; tuttavia vi ascolta, e si serve di voi, e trae partito dalla vostra slealtà; poiché gli uomini doppi sono utili per quello che apportano; ma bisogna stare attenti che portino via il meno possibile.
Io non dico niente all’uno che non posso dire all’altro, quando viene il suo momento, cambiato solo un poco l’accento; e riferisco solo le cose o indifferenti o conosciute, o quelle che servono a tutti.
Non c’è vantaggio per il quale mi permetta di mentir loro.
Quello che è stato affidato al mio silenzio, lo nascondo scrupolosamente, ma accetto il meno che posso di cose da nascondere; è una custodia fastidiosa quella del segreto dei principi, per colui che non sa che farsene.
Io propongo volentieri questo patto, che mi affidino poco, ma si fidino decisamente di ciò che io porto loro.
Ne ho sempre avuto più di quanto ho voluto.
Un parlare aperto apre un altro parlare e lo fa venir fuori, come fanno il vino e l’amore.”

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