immacolate concezioni … parte terza


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Allora completiamo (e qui trovate la seconda parte) la Trilogia di testi dell’ottimo (almeno lui) Odifreddi.
Oggi ci spiega cosa succede dove nasce il sole… cioè nel Sol Levante

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Da    C’ERA UNA VOLTA IL PARADOSSO

Capitolo:    APPLAUSI A UNA MANO SOLA

“Lao Tze (secolo VI a.C.) apre il Tao Tze Ching, primo classico del taoismo, con l’affermazione:
*Il Tao di cui si parla non è il vero Tao*.
E lo conclude dicendo: *Chi sa non parla, chi parla non sa*.
Naturalmente, ciò che sta in mezzo procede sullo stesso tono, e dichiara di passaggio: *La verità è paradossale*.
Con queste premesse, cercare di capire positivamente cosa sia il Tao è impossibile, essendo esso indecidibile e ineffabile.
Il che permette di identificarlo, a piacere, con l’Assoluto, la Natura, il Vuoto, il Cammino, la Via, eccetera.
Non stupisce, allora, che invece di trattati filosofici il taoismo abbia prodotto raccolte di aforismi e aneddoti, con l’intento di dimostrare con esempi ciò che non si può esprimere con le parole.

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La più nota di queste raccolte è certamente il Chuang Tzu, che prende il titolo dal nome del suo autore (369-286 a.C.)
A sua volta la più nota storiella del libro è questa:
*Una volta Chuang Tzu sognò che era una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte, e ignara di essere Chuang Tzu.
Bruscamente si risvegliò, e si accorse con stupore di essere Chuang Tzu.

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Non seppe più allora se era Tzu che sognava i essere una farfalla, o una farfalla di essere Tzu.*
La morale, naturalmente, è che non si può distinguere la realtà dal sogno, e dunque neppure la verità dalla falsità.
Anzi, non si può distinguere proprio niente, come dichiara esplicitamente il titolo del capitolo da cui l’aneddoto è tratto: ‘L’uguaglianza di tutte le cose’.
Su queste premesse, il taoismo sviluppò un pensiero paradossale e anti-intellettuale che considerava gli opposti non contraddittori, come nella logica occidentale, ma complementari.

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Il Tao fu identificato con la loro combinazione, vista come metafora dell’incessante avvicendarsi delle stagioni e delle vite, e venne rappresentata col ‘t’ai-chi’ (trave maestra), simbolo dell’unione di yin e yang.
Anche in occidente non sono mancate scuole di pensiero che hanno accettato la complementarietà degli opposti: basti pensare a sofisti, dialettici e decostruzionisti.
Ma da noi il principio di non contraddizione non ha mai perduto la sua posizione dominante, soprattutto nel pensiero scientifico.
In Cina, invece, la complementarietà taoista ha segnato lo sviluppo del pensiero religioso e filosofico, innestandosi spesso anche su ceppi ad essa estranei.

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Il caso più eccellente di questa fecondazione lo si ebbe certamente col buddhismo, che fu esportato in Cina nel 520 dal monaco indiano Bodhidharma (470-534).
Naturalmente, viste le caratteristiche del buddhismo stesso, la confluenza col taoismo era da prevedere.
Anzi, i cinesi arrivarono addirittura a pensare che il buddhismo fosse una versione indiana del taoismo, ritornata finalmente in patria.
Effettivamente, molti aforismi e aneddoti buddhisti hanno un inconfondibile sapore taoista.

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Pensiamo, ad esempio, alla definizione di Po-Chang (720-814) dell’essenza de buddhismo:
*Mangiare quando si ha fame, dormire quando si ha sonno*.
Cosa paradossalmente più facile da dire che da fare, soprattutto nella nostra società.
O, più mitologicamente, ricordiamo la leggenda che la tradizione associa alla nascita stessa del buddhismo cinese.

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Un giorno al Buddha, sul Picco dell’Avvoltoio, fu offerto un fiore e richiesto di fare un sermone sulla legge.
Egli fece lentamente girare il gambo del fiore fra le dita, senza parlare.
Solo Kasyapa, il migliore degli studenti, capì e sorrise in silenzio.
Quel muto insegnamento fu da lui trasmesso a una serie di ventotto successivi patriarchi, l’ultimo dei quali fu appunto Bodhidharma.

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Arrivato al monastero di Shaolin, Bodidharma rimase seduto per nove anni di fronte a una roccia, lasciandovi un segno che si vede ancora oggi.
La nuova scuola cinese da lui fondata fu chiamata ‘Ch’an’ (meditazione), perché in origine si basava appunto sulla meditazione come unico mezzo per raggiungere l’illuminazione.
Poiché, però, non tutti possono o vogliono stare per anni seduti a meditare, la scuola assunse presto un carattere privato e elitario.

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Per ovviare all’inconveniente e rendere il Ch’an più accessibile, verso la fine del secolo IX fu inventata la tecnica del ‘koan’ (certificazione pubblica), che dall’esterno appare come una vera e propria insensatezza (e magari lo è per davvero nda).
Il suo scopo è di stimolare il raggiungimento dell’illuminazione presentando problemi paradossali che, non potendosi risolvere secondo la logica convenzionale, dovrebbero cortocircuitare il pensiero razionale.
Per avere almeno un’idea di cosa stiamo parlando, ecco alcuni famosi koan storici:
– Che suono fa un applauso a una mano sola?
– Che faccia avevi prima di essere concepito?
– Un cane ha la natura di Buddha?
– Se sei così libero, perché hai tutti questi impegni?
Rispondi a questa domanda!
Inutile dire che, se non ci si pensa, non si arriva alla risposta.
E se ci si pensa, nemmeno.
Se però si arriva ugualmente a una risposta, è sbagliata.
E chi dice che ha capito, non ha capito.
Insomma, non c’è via d’uscita, se non quella di accettare che ci sono domande senza risposta più lontano di qualunque altra cosa.
[…]

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Nel 1191 il Ch’an fu esportato dal monaco Eisai in Giappone, dove attecchì con nome di ‘zen’.
Paradossalmente, un pensiero che si ispirava all’insegnamento di un pacifista divenne la pratica ufficiale dei ‘samurai’, che avevano da poco conquistato il potere.
E la sua applicazione all’arte della guerra, chiamata ‘bushido’, costituì l’analogo orientale dell’altrettanto paradossale applicazione del cattolicesimo al militarismo occidentale, dalla cavalleria medioevale al fascismo europeo e sudamericano.

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Le scuole zen oggi più diffuse in Giappone sono la Rinzai e la Soto.
La prima conta due milioni di seguaci e favorisce l’illuminazione improvvisa ottenuta mediante lo studio dei koan e le botte.
La seconda, ovviamente più popolare, ha circa sei milioni di aderenti e favorisce invece l’illuminazione graduale raggiunta attraverso la pratica meditativa dello ‘za-zen’ (zen seduto).
In Cina, invece, il Ch’an prosperò fino alla dinastia Ming.
In seguito le varie scuole buddhiste stemperarono le loro diversità e confluirono nella scuola della Terra Pura, che limita la pratica alla ossessiva ripetizione del nome di Amitabha (O-mi-to-fo).
Il Ch’an si dissolse così in una vuota ritualità popolare, analoga ai rosari e alla litanie cristiane, e oggi è praticamente scomparso.”

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Ed ecco concluso il breve viaggio tra le antropologie culturali.
Mi auguro che ciò sia servito a far comprendere che, quello che a ‘noi’ sembra strano e/o ridicolo, ad altri da noi, sono ‘insegnamenti’ che influiscono, poi, sugli stili di vita e i comportamenti.
Detto che non è mia intenzione dare giudizi o fare classifiche su cosa è meglio o peggio, mi limito a constatare che l’imperialismo culturale (e non solo) che l’occidente (USA) sta mettendo in atto da mezzo secolo almeno, produrrà sempre più problemi all’umanità, in due sensi:
A) la creazione di ulteriori alienati, nel caso accettino il modello occidentale.
B) ulteriori guerre e fondamentalismi, nel caso non accettino il ‘nostro’ modello.
E saran ‘cavoli amari’ (nostri), perché le loro ‘radici’ a noi sono perlopiù sconosciute, e di conseguenza anche le loro azioni e reazioni …

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