immacolate concezioni … parte seconda


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Nel contributo precedente (che trovate qui), a firma Odifreddi, si accennava al confronto, assolutamente necessario, di sottoporre i nostri punti di vista (o meglio chiamarli ‘fondamentali’ o ‘universali’ che sovraintendono i nostri ragionamenti e di conseguenza la nostra logica) a quelli di popoli altri, che formano la loro logica in base alla loro cultura di riferimento.
Possiamo porre la profonda domanda intorno alla ‘verità’:
chi è (tra noi e loro) più vicino alla verità?
E questa è pura filosofia !

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Però c’è un aspetto che ci riguarda come vicini di casa (abitando lo stesso pianeta);
abbiamo il ‘diritto’ (noi e loro) di vivere le nostre vite in una forma di rispetto reciproco, che può esserci, oppure nascere, solo dalla conoscenza delle rispettive culture?
E questa non è filosofia pura, ma, concretamente, la nostra capacità di capire, o cercare di capire, di acculturarsi, di esplorare, in ultima analisi, di migliorarci come esseri umani.
Gli anglosassoni hanno coniato il motto: Open mind.
Non si può non concordare.

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Ne consegue che … da:    C’ERA UNA VOLTA IL PARADOSSO

Capitolo IV:   IMMACOLATE CONCEZIONI

FACCIAMO GLI INDIANI

“La separazione fra apparenza e realtà rende problematica non solo l’epistemologia, ma anche l’ontologia (studio dell’essere, ma anche ‘enti’, variamente interpretabili in base alle diverse posizioni filosofiche ndr): si tratta infatti di capire di che cosa consista la realtà.
Come al solito le risposte possibili sono molteplici.

Ad esempio, secondo Platone esistono gli universali (i concetti) e secondo Aristotele i particolari (gli oggetti).
Queste risposte, benché antitetiche, concordano in almeno un punto: l’apparenza sensibile è in qualche modo causata da una realtà che esiste in modo indipendente da essa.
Il pensiero greco non arrivò mai a concepire la sola posizione che permette di formulare il dubbio ontologico sull’esistenza della realtà: il porre cioè la coscienza come soggetto che è, almeno come possibilità, indipendente dal mondo.

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In Occidente questa posizione dovette attendere Cartesio, e segnò la nascita della filosofia moderna.
In Oriente essa fu invece congeniale al pensiero indiano, nella cui storia una paradossale negazione del mondo è addirittura la tendenza dominante (benché non certo esclusiva).
Una volta introdotto un potenziale dualismo fra coscienza interna e mondo esterno, si presentano quattro soluzioni possibili al problema ontologico: entrambi esistono, solo uno esiste, nessuno esiste.
La posizione che prende più sul serio la coscienza è il ‘monismo idealista’, che afferma che solo la coscienza esiste.

Esso fu introdotto delle ‘Upanishad’, che risalgono al primo millennio a.C., e fu sistematizzato nel ‘Vedanta’, in particolare da Shankara.
Secondo questa tradizione la coscienza individuale (atman) coincide con quella cosmica (brahman).
Il mondo delle apparenze è invece una pura illusione (maya), un gioco che la coscienza gioca con se stessa e dal quale bisogna cercare di uscire.

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L’unione dell’atman con il brahman, cioè delle coscienze individuale e cosmica, si può raggiungere con un graduale distacco ascetico dal mondo, ottenuto mediante pratiche di concentrazione sulla coscienza.
L’illusorietà del mondo non sembra però implicare necessariamente un distacco da esso.

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Lo prova la ‘Bhagavad Gita’, il classico dell’Induismo del II secolo d.C.
Pur partendo da premesse analoghe al brahamanesimo, il cui brahman è personificato nel dio Vishnu, essa non solo permette, ma addirittura suggerisce di abbandonarsi dall’incomprensibile gioco, purché si mantenga uno spirito di distacco da esso.
Per dirla col Nietzsche della ‘Gaia Scienza’, *si deve continuare a sognare sapendo di sognare*.
La sostanziale ambiguità della Bhagavad Gita, che nega il mondo della teoria per poi affermarlo nella prassi, è eliminata dal ‘dualismo’, che ammette l’esistenza sia della coscienza che del mondo esterno.

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Questa è la posizione della ‘samkhya’, una scuola del VI secolo a.C., secondo la quale la mente è generata dall’incontro fra la coscienza e la materia.
L’incontro proietta nella mente un mondo di apparenze da cui ha origine il dolore.
E il dolore si può superare liberando la coscienza dalle apparenze attraverso le pratiche psicofisiche delle yoga, che mirano al distacco dal mondo.
Per il nostro immaginario, è forse più consono pensare l’intero processo usando il cinema come metafora.
A volte un’eccessiva immedesimazione in un film tragico può produrci una sofferenza
perfettamente reale.
Ma possiamo facilmente eliminare questa sofferenza, ricordandoci che stiamo appunto guardando un film: ad esempio staccando lo sguardo dallo schermo e rivolgendolo altrove in sala, oppure chiudendo gli occhi.
Una posizione imparentata con la precedente è quella del ‘giainismo’, che risale anch’esso al VI secolo a.C. (Qualcosa doveva evidentemente essere arrivato a maturità nell’uomo, se in uno stesso periodo si è verificata un’esplosione intellettuale globale che ha prodotto Eraclito e Parmenide in Grecia, Jina e Buddha in India, e Confucio e Lao Tze in Cina nda).

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I giainisti credono che la coscienza (jiva) permei la materia (ajiva) e ne sia imprigionata.
Per liberarla è necessario non solo il distacco, ma anche il rispetto e l’amore verso tutto ciò che si manifesta.
E poiché i giainisti credono che la coscienza sia presente anche nella materia inanimata, oltre che in quella animata, attivano a un concetto di non violenza assoluta (ahimsa), che è stato ripreso in tempi moderni dal Mahatma Gandhi.
Il distacco dal mondo si può perseguire comunque anche senza credere nell’esistenza della coscienza, individuale o cosmica che sia.
Lo mostra l’esempio del buddhismo, che non nega l’esistenza di processi mentali, ma non postula neppure un io distinto da essi.

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Il buddhismo ‘hinayana’ o ‘theravada’, detto anche ‘piccolo veicolo’, risale ancora una volta al VI secolo a.C. e sostiene un ‘monismo materialista’, secondo il quale solo il mondo fisico esiste.
Poiché la realtà del mondo è il dolore e questo è generato dall’attaccamento alla vita, per liberarsi dal dolore diventa necessario distaccarsi interiormente dalla vita, mediante la meditazione.
Si arriva così in ogni caso a una negazione del mondo, ma soltanto da un punto di vista etico e non più ontologico.
L’ultima posizione che ci rimane da esaminare è quella che prende più sul serio la negazione del mondo.
Si tratta del ‘nichilismo totale’, che nega l’esistenza sia della coscienza che del mondo esterno.

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Questo è l’ardito paradosso sostenuto nel II secolo d.C. da Nagarjuna, esponente del buddhismo ‘mahayama’, detto anche ‘grande veicolo’ (Piccolo e Grande si riferiscono all’enfasi posta rispettivamente sulla salvezza individuale o collettiva, che si raggiunge nel primo caso diventando ‘illuminati’ (arhat), e nel secondo ‘salvatori’ (bodhisattva).
Non è certo un caso che i paesi asiatici in cui il grande veicolo ha storicamente avuto il sopravvento – Cina, Vietnam – si siano rivelati più sensibili all’ideologia marxista di altri che storicamente hanno preferito il piccolo veicolo – Birmania, Thailandia, Sri Lanka – nda).

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Egli la espresse nel contraddittorio motto: *Tutto è niente*.
La coscienza, infatti, si inganna non soltanto sul mondo delle apparenze, ma anche su se stessa e può arrivare a percepire la verità dell’assoluto nulla mediante la concentrazione spirituale.
Questo nichilismo totale sembra piuttosto insensato, se preso in senso letterale.
Ma diventa ragionevole quando venga interpretato semplicemente come un rifiuto di postulare oggetti e soggetti, al di là delle percezioni e dei processi mentali.

La posizione decostruzionista secondo cui ci sono pensieri ma non pensatori, sensazioni ma non senzienti, azioni ma non agenti, effetti ma non cause, sarà introdotta in Occidente da David Hume (1711-1776) e portata alle estreme conseguenze da Jacques Deridda (filosofo, uno dei padri del decostruzionismo, morto nel 2004).”

Spero vi sia chiaro e utile comprendere che le influenze e le differenze dei pensieri e anche delle metafisiche da millenni girano per il mondo, anche influenzandosi, ma mai amalgamandosi.
Da ciò deriva la diversità che può essere positiva oppure negativa.
Il discrimine lo fa la conoscenza e la cultura… come sempre !

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