immacolate concezioni … parte prima


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Sarà capitato anche a voi (ricordate la vecchia canzone ?) …
di vedere ed ascoltare delle narrazioni che non vi convincono troppo (nonostante la presenza immancabile dell’esperto di turno) ed allora vi sorge il dubbio di capire chi sta dalla parte della ragione, voi oppure ‘loro’ …
ovviamente dare la riposta non è facile e non riuscire a dirimere il dubbio non è affatto positivo;
allora per un discorso non facile meglio chiedere aiuto a chi (oltre aver ampiamente studiato queste cose, affrontandole con vero spirito ‘illuministico’) è fornito di una cultura ben al di sopra della media;
essendo un ‘contributo’ corposo lo dividerò in tre parti …

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Guarda caso (non ci crederete eheheheh) mi rifaccio al bellissimo libro C’ERA UNA VOLTA IL PARADOSSO dell’ineguagliabile Piergiorgio Odifreddi:

Capitolo:   IMMACOLATE CONCEZIONI

“NON BADIAMO ALLE APPARENZE

L’indagine filosofica greca ebbe come punto di partenza l’ipotesi che le percezioni colleghino oggetti percepiti a soggetti percepenti.
Il primo problema che si pone ai presocratici fu la determinazione della natura e di tale collegamento.
Le risposte possibili sono molteplici.
In sintesi, si può credere che le percezioni sensoriali siano sempre corrette, sempre errate, o a volte corrette e a volte errate (lapalissiano direi ndr).
L’ipotesi più naturale è la prima: le percezioni sono sempre corrette, e quindi ‘tutto è come appare’.

Nel VI secolo a.C. essa fu sostenuta dalla scuola ionica-naturalista, ed esplicitamente da Eraclito.
Poco dopo, nel V secolo, Protagora la espresse in maniera memorabile con il famoso motto:
*L’uomo è la misura di tutte le cose* (l’homo mensura ndr).
Le discussioni nel Teeteto di Platone e nel libro IV della Metafisica di Aristotele si riferiscono principalmente a lui.
E’ evidente che uno stesso oggetto può provocare percezioni fra loro contraddittorie in soggetti diversi allo stesso tempo, o nello stesso soggetto in tempi diversi.
La posizione che le sensazioni siano sempre corrette è dunque in contrasto con quelli che oggi sono i principi di non contraddizione e del terzo escluso da un lato, e il concetto di identità dall’altro.

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Ad esempio, il memorabile motto di Eraclito, secondo cui *non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume*, non è altro che la negazione del principio di identità del fiume, che non è mai uguale a se stesso.
Fu Parmenide a dare avvio a una critica della posizione precedente, basandosi proprio su queste sue implicazioni.
Egli si oppose alla logica del divenire concreto una logica dell’essere astratto.

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Il fatto che questa logica si chiami oggi ‘classica’ testimonia che fu essa ad avere il sopravvento e a servire da base per lo sviluppo della filosofia occidentale, almeno fino a Hegel.
Ma il suo ‘classicismo’ tende nascondere il fatto che questa logica ‘NON’ è quella della realtà immediata.
Essa deve quindi essere stata percepita come fortemente paradossale, nel momento della sua prima formulazione.
Oggi, invece, l’abbiamo interiorizzata a tal punto che ci appare paradossale ciò che le si oppone.
L’accettazione dei principi della logica classica non permette più di considerare la realtà come coincidente con l’apparenza, non appena esse si separano tutto si complica.
Infatti, poiché l’apparenza può non solo nascondere la realtà, ma anche rivelarla, l’epistemologia (conoscenza reale, scienza ndr) diventa doppiamente problematica.
Si tratta di capire, da un lato, che ruolo assegnare all’apparenza e, dall’altro, come conoscere la realtà.
Se le percezioni sono sempre errate, allora ‘niente è come appare’.

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Questa è la posizione di Platone, espressa memorabilmente nel libro VII della Repubblica mediante il ‘mito della caverna’, sulle pareti della quale il fuoco proietta ombre che vengono scambiate per vere figure.
E se l’apparenza è solo una proiezione distorta della realtà, sui sensi non i può fare affidamento per arrivare alla vera conoscenza, e si dovrà fondarla sulla ragione.
Se le percezioni sono invece a volte corrette e a volte errate, allora ‘non tutto è come appare’, e si tratta di stabilire quando lo sia.
Questo fu appunto la posizione di Aristotele, che considerava le percezioni come dati da elaborare, e il raggiungimento della conoscenza (consapevole ndr) come un processo che deve far intervenire sia i sensi che la ragione.”

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Il ‘nostro pensiero’ (definiamolo occidentale) viene poi messo a confronto con quello orientale (coetaneo del nostro) che ha prodotto tematiche (e di conseguenza popoli) differenti; stili di vita, modi di pensare, fondamentali, usi e costumi diversi e lontani anni luce dai nostri;
potremmo stare ore a discutere su quali siano da preferire (senza arrivare ad una conclusione sensata) ma di una cosa possiamo stare certi: è in atto il tentativo elitario (mondialista ed imperialista quindi ‘globale’) di rendere tutto omogeneo, di trasformare popoli diversi in ‘greggi’ omogenee, di ‘convertire’ le popolazioni orientali, assoggettandole alle logiche occidentali (imbarbarite dalla sotto cultura americana che ha già ‘colonizzato’ gran parte dell’estremo oriente trasmettendo il peggio del peggio dei loro ‘valori’, chiamiamoli così …).
Miliardi di persone che hanno sempre vissuto con le loro percezioni e con le loro realtà, completamente diverse dalle nostre, ora si trovano le menti a dir poco confuse.

Ma lo vedremo nella prossima puntata …

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Domani ? … Non sappiamo


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Ripartiamo da Socrate e dal suo *Io so di non sapere*;
forse è per questo motivo che da secoli si studia e da un po’ ci si informa.
Ora, qualcuno potrebbe legittimamente domandare : se si studia e ci si informa si può arrivare a sapere tutto?
Che domanda pleonastica, perché è evidente che NON si può sapere ‘tutto’, … ma poi, che cos’è ‘tutto’?
Certo è che più studi e più ti informi (in qualunque maniera) e più sai;
e più sai e meno possono prenderti per il naso con le falsità (ad ogni livello) che girano per il mondo.
E come partenza non è poco!
Perlomeno sei nella condizione di distinguere il cioccolato dalla merda, pur se hanno lo stesso colore … (excusez-moi)

Questo ragionamento porta dritto dritto al contributo che leggerete sotto, che vi propongo per dimostrare che possiamo parlare della realtà presente e passata, ma ovviamente non di quella futura …

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Da   LA TEORIA GENERALE DELL’OCCUPAZIONE
( 1937 ) di John Maynard Keynes

l’economista ultra citato da tutta quella pletora di ‘esperti’ del nulla cosmico,
che (almeno asseriscono loro) ci stanno (s)governando.

DOMANI NON SAPPIAMO

“In realtà noi abbiamo, di regola, solo la più vaga idea di ogni conseguenza dei nostri atti che non sia delle più immediate.
[…]
Il fatto che la nostra conoscenza del futuro sia fluttuante, vaga, incerta, rende la ricchezza un argomento di studio particolarmente inadatto per i metodi della teoria classica.
Tale teoria potrebbe funzionare molto bene in un mondo in cui i beni economici fossero necessariamente consumati entro un breve intervallo di tempo dalla loro produzione.
[…]

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Con il termine ‘conoscenza incerta’, vorrei spiegare, non intendo semplicemente distinguere ciò che è conosciuto con certezza con ciò che è solamente probabile: il gioco della roulette non è soggetto, in questo senso, a incertezza, né lo è la prospettiva che un titolo del debito della Vittoria venga estratto per il rimborso; ancora, la speranza di vita è solo leggermente incerta, e anche il tempo atmosferico è solo moderatamente incerto.
Il significato in cui io uso questo termine è quello per cui si può dire che sono incerti le prospettive di un guerra in Europa, o il prezzo del rame e il tasso di interessa di qui a vent’anni, o l’obsolescenza di una nuova invenzione, o la posizione dei proprietari di ricchezza privata nel sistema sociale del 1970 (ben 7 lustri dopo, ndr).
Su queste cose non c’è nessuna base scientifica su cui poter fondare un qualsivoglia calcolo probabilistico.
Noi, semplicemente, non sappiamo.”

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Il colonialismo di oggi si chiama globalizzazione


Oggi il primo compito di un pensiero critico dovrebbe consistere nel favorire la deglobalizzazione dell’immaginario, per usare una formula di Serge Latouche. Precisando, però, che oggi il nuovo colonialismo si chiama globalizzazione.

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