Identità


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Quanti, in coscienza, sentono di avere un’identità ‘originale’, quindi si sentono se stessi, sempre e comunque, e quanti, invece, sono e si sentono come gli altri pretendono che essi siano?

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Da   INTERVISTA SULL’IDENTITA’

Capitolo:  LA COSTRUZIONE DELL’IDENTITA’,
I MEDIA E LA GLOBALIZZAZIONE

DOMANDA: Nonostante la crisi del multiculturalismo, le ‘politiche dell’identità’ occupano un posto d’onore tanto nella riflessione teorica sulla crisi delle democrazie occidentali che nell’azione dei nuovi movimenti sociali.
E sono proprio i ‘new media’ il medium attraverso il quale le politiche di identità trovano legittimazione e rappresentazione pubblica.
In fondo, non sono proprio i new media che contribuiscono allo sviluppo del caleidoscopio delle mutevoli identità sociali?

BAUMAN: Abbiamo trattato questa intricata questione, il ‘multiculturalismo’.
Ho osservato che ciò che può essere nutrimento per alcuni può essere veleno per altri.
La proclamazione della ‘era multiculturale’ riflette, secondo me, l’esperienza di vita della nuova élite globale, che trova, ovunque viaggi (e viaggiano molto, in aereo o sulla rete), altri membri della stessa élite globale che parlano lo stesso linguaggio e si preoccupano delle stesse cose.
Tenendo conferenze in Europa e in altre parti del mondo sono rimasto colpito dal fatto che le domande che mi venivano rivolte dal pubblico erano dovunque le stesse…
La proclamazione dell’era multiculturale è tuttavia al tempo stesso una dichiarazione di intenti: del rifiuto di emettere giudizi e prendere posizione, di indifferenza, un lavarsi le mani delle insignificanti ‘querelles’ su stili di vita o valori preferiti.
Una dichiarazione della nuova ‘onnivora insaziabilità culturale’ dell’élite globale: trattiamo il mondo come un gigantesco grande magazzino con scaffali colmi delle offerte più svariate, sentiamoci liberi di girovagare da un piano all’altro, di prenderli a nostro piacimento.
E’ un atteggiamento tipico delle persone in viaggio, in viaggio anche quando sono fermi, nello loro case o nei loro uffici.
Ma è un atteggiamento difficile da assumere per la grande maggioranza dei residenti del pianeta, che rimangono fissi nel luogo di nascita e che, se volessero andare da qualche altra parte in cerca di una vita migliore o semplicemente diversa, verrebbero fermati al confine più vicino, ristretti in campi per ‘immigrati clandestini’ o ‘rispediti a casa’.
Questa maggioranza è esclusa dalla grande festa planetaria.
Niente ‘bazar multiculturale’ per loro.

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Questi individui si trovano spesso, come ha osservato Maria Markus (cfr. Race Critical Theories – 2002 -), in uno stato di ‘esistenza sospesa’, fedeli a una immagine del passato che è stato perduto e si sogna di ristabilire, e che vedono il presente come una aberrazione e un’opera delle forze del male.
Costoro i tappano le orecchie per non sentire la frastornante cacofonia di messaggi culturali (a volte sub-culturali ndr) …
Non c’è mai stato, negli ultimi due secoli, un divario quale c’è oggi tra il linguaggio parlato rispettivamente dall’élite istruita e benestante e quello parlato dal resto della ‘gente’, un così grande divario fra le esperienze che questi linguaggi descrivono.
Fin dall’avvento dello Stato moderno, le élite istruita si è considerata (a torto o a ragione, nel bene e nel male) come l’avanguardia, le unità più avanzate della ragione: noi siamo qui per guidare il resto del popolo fino al punto dove noi siamo già arrivati (un simil ‘sol dell’avvenire’ ndr); gli altri ci seguiranno e il nostro compito è quello di farli muovere velocemente.
Questo sentimento di una missione collettiva ci ha ormai del tutto abbandonato.
Il ‘multiculturalismo’ è un’interpretazione di questa ritirata (o una scusa per essa).
E’ come se quelli che elogiano e applaudono le divisioni multiculturali volessero dire: noi siamo liberi di diventare qualsiasi cosa vogliamo essere, ma la ‘gente’ preferisce rimanere attaccata al posto e alle cose in cui è nata e dove è stata istruita a rimanere.
Che lo facciano pure: è un problema loro, non nostro.
In precedenza, mi è stato chiesto del ruolo dei media nella produzione delle identità attuali.
Io direi piuttosto che i media forniscono la materia prima che gli spettatori usano per fare i conti con l’ambivalenza della loro collocazione sociale.
La maggior parte degli spettatori televisivi sono dolorosamente consapevoli del fatto che è stato sbarrato loro l’ingresso alle feste planetarie ‘poli-culturali’.
Non vivono, e non possono sognare di vivere, nello spazio globale extraterritoriale in cui risiede l’élite culturale ‘cosmopolita’.
I media forniscono ‘extraterritorialità virtuale’, ‘extraterritorialità sostitutiva’, ‘extraterritorialità immaginata’ a quella moltitudine di persone che si è vista negare l’accesso all’extraterritorialità reale.
L’effetto di ‘extraterritorialità virtuale’ si ottiene sincronizzando a livello planetario gli spostamenti dall’attenzione e gli oggetti di tali spostamenti.
Milioni, centinaia di milioni di persone guardano e ammirano le stesse star del cinema o le stesse celebrità della musica pop, si spostano all’unisono dall’heavy metal al rap, dai pantaloni svasati alle scarpe di ginnastica all’ultimo grido, si scagliano contro lo stesso nemico pubblico (globale), temono le stesso cattivo (globale) e applaudono lo stesso salvatore (globale).
Ciò consente loro di innalzarsi spiritualmente per un poco da quel luogo da dove non gli è permesso di spostarsi fisicamente.
La sincronizzazione dell’attenzione e egli argomenti di conversazione, naturalmente, non equivale a un’identità condivisa, ma attenzione ed argomenti mutano con tale rapidità che non rimane tempo per cogliere questa verità.
Hanno tendenza a sparire dalla vista e venire dimenticati prima che si abbia il tempo di scoprirne il bluff.
Ma prima di scomparire riescono ad alleviare il dolore dell’esclusione.

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Creano quella stessa illusione di libertà che Peer Gynt (personaggio teatrale di Henrik Ibsen ndr) coltivava e apprezzava, anche se vivere all’altezza di quella illusione era un compito demoralizzante e una battaglia in salita, che produceva tanta frustrazione e lasciava dietro di sé un magro guadagno.
I momenti di felicità erano inframmezzati da lungi periodi di preoccupazione e tristezza.
Per cercare di riannodare insieme i fili dei molti temi che abbiamo cominciato a intrecciare, ma senza quasi mai portarli a compimento, direi che l’ambivalenza che quasi tutti sperimentiamo quando cerchiamo di dare una risposta al problema della nostra identità è genuina.
Ed è genuina anche la confusione che essa provoca nella nostra mente.
Non esiste nessuna ricetta infallibile per risolvere i problemi a cui questa confusione conduce, e non ci sono riparazioni rapide o soluzioni prive di rischi per tutto ciò.
Dire anche che, a dispetto di tutto quanto detto, dovremo continuar a farci carico del compito della ‘auto-identificazione’ e che ci sono poche possibilità che questo compito venga mai completato in maniera efficace e soddisfacente una volta per tutte.
Siamo probabilmente destinati a dibatterci tra il desiderio di un’identità di nostro gusto e di nostra scelta e il timore che, una volta acquisita questa identità, si finisca con lo scoprire, come successe a Peer Gynt, che non c’è *nessun ponte che permetta la ritirata*.
E dobbiamo guardarci dall’idea di rinunciare ad accettare questa sfida.

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Ricordiamo le parole di Stuart Hall (cfr: Culture, Community, Nation – 1993 -)
*Dal momento che la diversità culturale è sempre più il destino del mondo moderno, e l’assolutismo etnico una caratteristica regressiva della tarda modernità, il pericolo maggiore nasce oggi da forme di identità nazionale e culturale (nuove e vecchie) che tentano di assicurare la loro identità adottando versioni chiuse di cultura o comunità o rifiutando di impegnarsi […] con i difficili problemi che sorgono dal cercare di convivere con la differenza*.
Cerchiamo, per quanto possibile, di tenerci alla larga da questo pericolo.”

Se di questo scritto ‘tosto’ (complesso perché cerca di spiegare la complessità) si coglie ‘l’essenza’, si dovrebbe anche poter intuire che il passar del tempo lavora all’erosione ed all’imbarbarimento delle idee e delle situazioni … insomma si peggiora tutti insieme appassionatamente;
ecco perché sulle poltrone che contano (più o meno realmente) si sono assisi personaggi sempre più anonimi (se non squallidi) che attuano una narrazione improbabile a cui la massa ipopensante crede ciecamente; dopotutto per questi ultimi il problema dell’identità si risolve con l’ottenimento del documento ed ancor di più, quando gli assegnano il codice fiscale, sinonimo della marchiatura delle mandrie e delle greggi.
Questa ‘cultura’ Nietzsche la chiamava: *la cultura degli armenti*

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