Dio & Diavolo S.p.A. (parte seconda)


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3062

Ecco la seconda parte del capitolo DIO & DIAVOLO S.p.A. del funambolico Odifreddi che qui si supera … (la prima la trovate qui …)

Segnalo che Odifreddi fa una lucidissima analisi (ma tenete sempre presente che è un non credente), analisi che però, ma è il mio parere, anche un credente potrebbe apprezzare (e questa mia convinzione la sottopongo a voi).

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“Il percorso dei paradossi sul terreno della fede raggiunge il suo apice nel secolo XIX col pensiero di Soren Kirkegaard, che ha scorto in essi l’essenza di ciò che Dio cerca di comunicare all’uomo e che questi non può cogliere mediante la ragione.
In tal senso i paradossi teologici, primo fra tutti l’incarnazione, sono uno scandalo nel senso letterale, una ‘trappola’ (dal greco skandalon) in cui la ragione cade andando alla ricerca del divino, da cui si può uscire soltanto con un balzo, un salto di fede nell’ignoto.
Nel caso che poi la cosa non fosse sufficientemente chiara, Kirkegaard ha precisato che *il segno della fede è precisamente la crocifissione della ragione*.
Quest’ultima diviene dunque, come Cristo stesso, un agnello sacrificale destinato a patire una lunga ‘via crucis’ di flagellazioni e sputi, per togliere i peccati del mondo.
L’inesauribile vitalità della concezione irrazionale della religione è testimoniata dalle numerose proposte che essa ha avanzato nella seconda metà del secolo XX.

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La più radicale ha preso le vuote forme della ‘teologia della morte di Dio’ di Thomas Alitzer, William Hamilton e Paul Van Buren: autori di opere dai titoli memorabili, quali IL VANGELO DELL’ATEISMO CRISTIANO.
Questa teologia offre variazioni sul tema di Nietzsche ‘Dio è morto’ (cfr. Gaia Scienza), che a sua volta è una variazione su un tema di Plutarco: ‘Il grande Pan è morto’.
La morte di Dio è stata intesa in vari modi, accomunati soltanto da una negazione dell’idea tradizionale di Dio.
Egli oggi è oscurato, o silente, o assente, o partito, o da qualche parte ma non nel mondo, o mai esistito.

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Oppure, è sintatticamente inesprimibile, o semanticamente vuoto e senza senso, o dialetticamente scomparso nella sintesi (incarnazione) di tesi (divinità) e antitesi (umanità).
Il risultato di queste premesse è l’ossimoro della ‘teologia ateista’ secondo cui si dovrebbe vedere l’essenza dell’incarnazione nel passaggio dal divino all’umano.

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O, in assenza del Padre, ci si dovrebbe accontentare del Figlio, o di versioni ancora più deboli (forse il Nipote, il cui Nonno potrebbe essere l’Onnipotente).
O si dovrebbe ammettere che Dio non è ancora arrivato, ma continuare a sperare che arrivi, religiosamente ‘aspettando God(ot)’.
O si potrebbe essere credenti soltanto non credendo, o sacri soltanto essendo profani, e così via.

In quest’ottica, la ‘teologia della secolarizzazione’ di Harvey Cox propone di essere religiosi essendo secolari.
Essa pretende di classificare i tratti essenziali della secolarizzazione come una conseguenza logica dell’insegnamento biblico: la creazione testimonia il distacco della natura da Dio; l’esodo ispira una ribellione contro il potere totalitario; il popolo errante propone un modello sociale basato sulla mobilità; e Cristo definisce un’etica di amore e di dedizione al prossimo.
Altrettanto paradossali, sebbene in un’accezione diversa, sono le varie teologie che intendono farsi carico, da una prospettiva religiosa, delle problematiche di classe, razza e genere.

Rivolgendosi, cioè, a Cristo come alternativa a Che Guevara, Malcom X o Simone de Beauvoir.
E dimenticando che proprio nel nome di Cristo sono state sistematicamente avversate le innovazioni scientifiche, filosofiche e politiche più significative degli ultimi secoli: dal sistema copernicano, all’evoluzionismo, dal razionalismo all’esistenzialismo, dagli stati di diritto alle rivoluzioni.
Ovviamente la paradossalità di tutti questi equilibrismi teologici sta appunto nel fatto che, evitando di trarre dalle proprie analisi la possibile conclusione che il cristianesimo è parte integrante del potere capitalista, razzista e sessista, e come tale andrebbe combattuto e abbandonato, essi offrono invece a tale potere, mediante nuove interpretazioni dottrinali, una possibilità di sopravvivenza.
Possibilità che non tarda a divenire attualità.
Come dimostrano, da un lato, il sostanziale fallimento delle varie lotte di liberazione.

3264

E, dall’altro, il ristabilimento dell’ortodossia da parte di Giovanni Paolo II, che ha definitivamente chiuso sia le aperture del Concilio Vaticano II, che le ingenue speranze delle teologie paradossali.”

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Non occorre essere d’accordo con Piergiorgio, per ammirare la spettacolare trama delle sue analisi.
Qui c’è ‘l’essenza’ della dialettica (oggi, purtroppo, in disuso, dove una quantità ‘inusuale’ di argomentazioni, si sottopone alla ‘critica’ che si può e si dovrebbe esprimere ‘solo’ con contro-argomentazioni) …

La domanda che si potrebbe fare ad un credente che espone la sua ‘posizione’ sull’argomento è semplicemente questa :
*cosa ti da la certezza di essere più vicino a ‘Dio’ di me?*
Sulla risposta si potrebbe costruire (o meno) il seguito della discussione.
Possibilmente senza preconcetti, pregiudizi, arroganze varie …

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