Diritti personali e Diritti Sociali


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Tratto dal libro  INTERVISTA SULL’IDENTITA’
di Zygmunt Bauman,
uno dei più lucidi osservatori e critici delle società ‘umane’.

DOMANDA : Dobbiamo a Thomas Marshall (sociologo e storico inglese, foto sotto ndr) il primo discorso in cui i diritti sociali di cittadinanza vengono visti come una cornice al cui interno ci si sveste degli abiti delle identità collettive indossando quelli del cittadino.
Da allora le identità sono uscite dalla nebbia della grande trasformazione per popolare l’epoca moderna.
Come ha luogo questo cambiamento secondo lei?

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BAUMAN : Questa storia è stata raccontata molte volte: e ogni generazione moderna ha sognato un repubblica che riconosca nei suoi membri l’umanità e offra loro tutti i diritti dovuti agli esseri umani solo in quanto esseri umani, in cui l’umanità sia l’unico criterio di inclusione, e che nel tempo stesso sia pienamente tollerante, magari perfino cieca e dimentica, nei confronti dei capricci personali e delle eccentricità dei suoi membri (a patto, naturalmente, che non si facciano del male tra di loro);

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il ‘patriottismo costituzionale’ di Jurgen Habermas è la versione più recente di questo sogno.
E non c’è da meravigliarsi.
Una repubblica del genere sembra essere la migliore soluzione immaginabile al più straziante dilemma di ogni forma di socialità umana: come fare a vivere insieme con un livello minimo di conflitto e lotta e allo stesso tempo conservare intatta la libertà di scelta e di autoaffermazione?
In breve: ‘come ottenere l’unità nella (o nonostante la ?) differenza e come preservare la differenza (nonostante la ?) unità’?
Il grande contributo di Thomas Marshall è stato quello di generalizzare la sequenza degli sviluppi politici in Gran Bretagna in una ‘legge storica’ che conduce inestricabilmente, dovunque, presto o tardi, dall’habeas corpus a leggi politiche e poi sociali.
Alla soglia dei ‘trent’anni gloriosi’ di ricostruzione post-bellica e ‘patto sociale’, la soluzione britannica al dilemma summenzionato appariva davvero inevitabile e alla lunga irresistibile.
Era, dopo tutto, la logica conseguenza dell’essenza del credo liberale, e cioè che per diventare cittadino a tutti gli effetti si debbano possedere le risorse che consentono di non dedicare tutto il tempo e l’energia alla mera lotta per la sopravvivenza.
Lo strato più basso della società, i proletari, non possedeva queste risorse ed era improbabile che potesse ottenerle lavorando e risparmiando: era perciò la stessa Repubblica che doveva garantire la soddisfazione dei loro bisogni di base in maniera da agevolare la loro integrazione nell’assemblea dei cittadini…
In altre parole: c’era la speranza (la convinzione) che una volta raggiunta la sicurezza personale rispetto all’oppressione, la gente si sarebbe unita per regolare i propri affari comuni attraverso l’azione politica, e che il risultato della sempre più vasta (alla fine universale) partecipazione politica sarebbe stato una sopravvivenza collettivamente garantita: protezione dalla povertà, dalla disgrazia della disoccupazione, dall’incapacità di sbarcare il lunario.
In poche parole: una volta libere, le persone sarebbero diventate politicamente impegnate e attive, e queste persone, a loro volta, avrebbero promosso equità, giustizia, aiuto reciproco e fratellanza.
Si dovrebbe fare attenzione prima di proclamare che una sequenza storica è espressione delle ‘ferree leggi della storia’ e della inevitabilità storica.
Si dovrebbe stare ancora più attenti a trarre conclusioni affrettate sulla ‘logica dello sviluppo’ prima che questo sviluppo abbia avuto il suo corso.
Nessuno può dire se, o in che punto, una sequenza di eventi si concluderà: la storia umana rimane ostinatamente incompiuta, e la condizione umana sotto-determinata.
All’epoca in cui scriveva Marshall, la variante britannica del ‘welfare state’ (che a mio parere sarebbe meglio chiamare ‘Stato sociale’) appariva il punto di arrivo della logica moderna, il giusto coronamento di una tortuosa ma inesorabile e inarrestabile tendenza storica, magari concepita localmente ma destinata a venire emulata, con modifiche ma conservando gli elementi essenziali, da tutte le ‘società sviluppate’.

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Guardando in retrospettiva, quella conclusione appare quantomeno prematura.
Appena trent’anni dopo che Lord Beveridge (ispiratore dell’Internazionale Liberale ndr) aveva apportato gli ultimi ritocchi al progetto di assicurazione collettiva contro le disgrazie individuali, e che la rosea, ottimistica visione di Marshall era stata data alle stampe, Kenneth Galbraight (grande economista ndr) registrava la nascita delle ‘maggioranza soddisfatta‘ che usava i diritti personali e politici recentemente acquisiti per far votare le leggi che toglievano ai loro concittadini meno intelligenti o astuti una parte crescente dei loro diritti personali. Contrariamente alle previsioni di Marshall e di Beveridge, la capacità dello Stato sociale di rendere la maggioranza delle persone sicure di sé e soddisfatte ha finito col minare alla base le sue premesse e le sue ambizioni invece che rafforzarle.

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Paradossalmente, quel senso di sicurezza di sé che ha indotta la ‘maggioranza soddisfatta’ a ritirare il proprio sostegno al principio fondamentale dello Stato sociale, quello di un’assicurazione collettiva contro le disgrazie individuali, è stato il frutto del clamoroso successo dello Stato sociale …
Arrampicatasi fino al livello di un’autentica disponibilità di risorse, fino a una posizione da cui un vasto assortimento di opportunità appariva alla portata di chiunque avesse la disposizione di mezzi sufficienti, questa maggioranza ha dato un calcio alla scala senza la quale salire fino a quel punto sarebbe stato avventuroso se non proprio impossibile.
Il processo è stato auto-propellente e auto-accelerante.
Il cambiamento nei sentimenti popolari ha avuto come risultato il lento ma consistente ridursi della protezione che l’ormai non più onnicomprensivo Stato sociale era disposto a offrire ed era in grado di offrire.
Per prima cosa, il principio di assicurazione collettiva come diritto universale del cittadino è stato sostituito, tramite il metodo del ‘means testing’ (l’accertamento delle fonti di reddito), dalla promessa di assistenza diretta solamente a quelle persone che non superavano l’esame della disponibilità di risorse ed autosufficienza, e quindi, implicitamente, l’esame di cittadinanza e di ‘piena umanità’.

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La dipendenza dalle sovvenzioni statali ha così smesso di essere un diritto del cittadino, diventando un marchio che le persone con rispetto di sé fuggono come la peste.
In secondo luogo poi, in omaggio alla regola che le prestazioni per i poveri sono prestazioni ‘povere’, i servizi di assistenza sociale hanno anche perso gran parte della loro attrattiva di un tempo.
Questi due fattori hanno dato maggior impulso, velocità e dimensioni alla fuga della ‘maggioranza soddisfatta’ dall’alleanza ‘traversale’ a sostegno dello Stato sociale.
Ciò ha condotto a sua volta a una limitazione e una graduale interruzione delle successive prestazioni sello Stato sociale e a una generale incapacità di agire delle istituzioni del ‘welfare’, a corto di fondi.”
Fine PRIMA PARTE

Detto che il libro è del 2003 e che la visione è assolutamente indiscutibile ed incontrovertibile, quindi da facile profeta, la domanda che viene spontanea è:
Chi ha ‘tradito’.
La destra?
La sinistra?
Tutte e due?
E/oppure quelli che, dichiarandosi (più o meno urlando) di dx o di sx, alla fin fine (cioè appena divenuti ‘soddisfatti’ si sono (soddis)FATTI solo e soltanto i caxxi loro?

E parlando di loro un amico un giorno me li ha ‘descritti’ definendoli “liberi e benpensanti che dovrebbero, comunque, finirla di stracciare i ‘marroni’ e ad eleggere ‘sta banda di cialtroni e inetti, tutti col naso dal lungo al lunghissimo, e tutti con un seguito di nani e ballerine con la lingua marrone testa di moro, ma … soddisfatti … molto soddisfatti …

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