Vi va di trattare argomenti ‘spinosi’ ? Seconda parte


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( qui si trova la prima parte )

Ed ora, attenzione …
perché sta cercando ‘olisticamente’ di…
unire i puntini …

LA CHIMICA DEL PARADOSSO

“I paradossi del surrealismo ci hanno permesso di gettare un ponte di collegamento fra taoismo e psicanalisi.
Questi estremi, apparentemente lontani, si possono anche collegare seguendo un percorso alternativo che passa attraverso i paradossi dell’alchimia.

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Le origini orientali dell’impresa di trasformazione degli elementi si trovano nell’ I CHING, ‘Libro delle mutazioni’: un testo risalente al primo millennio a.C., che divenne un classico sia taoista che confuciano.

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La sua struttura si basa su 64 esagrammi, ottenuto combinando in tutti i modi possibili sei righe intere (yang) o spezzate (yin).
Gli esagrammi compaiono nel testo a coppie complementari o simmetriche, ma l’ordine delle coppie è apparentemente casuale.
A partire dal secolo XI essi furono riordinati in maniera numerica, pensandoli come rappresentazioni binarie di numeri composti dalle sole cifre 0 e 1.

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Gli esagrammi costituiscono dunque la base dell’aritmetica binaria, (ri)scoperta in Occidente da Leibniz soltanto nel 1679.
Come suggeriscono sia la complementarietà dello yin e dello yang, sia lo stesso titolo del libro, l’idea dominante dell’ I Ching è che le linee intere possono spezzarsi, e quelle spezzate integrarsi.
In tal modo gli esagrammi si mutano l’un l’altro, con un processo che che rappresenta la corrispondente trasmutazione degli elementi chimici ad essi associati.

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Se i taoisti lessero l’ I Ching come un testo di alchimia, oggi i chimici possono vedere nella tavola dei 64 esagrammi una prefigurazione della tabella di Mendeleev; tra l’altro, con un numero comparabile di elementi.
Il tutto ha, naturalmente, anche un’interpretazione psicologica, legata alle massime associate agli esagrammi e messa in evidenza dalla famosa prefazione di Jung.
Quanto alle origini occidentali dell’alchimia, esse sono registrate direttamente dalla parola stessa, che è il nome arabo dell’Egitto: al-Khem.

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L’impresa si fa risalire a Ermete Trismegisto, sincretica combinazione di tre divinità: il Toth egizio, l’Hermes greco e il Mercurio romano.
L’appellativo ‘Trismegisto’ che signifoca ‘tre volte grande’, enuncia espressamente il dogma dell’unità di questa Trinità.
I quindici comandamenti dell’alchimia furono incisi da Ermete (da cui, sappiate, derivano i termini ‘ermetismo e ermetico’ ndr) su una tavola di smeraldo, che sarebbe stata ritrovata nella sua tomba da Alessandro Magno.

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Alla tavola era associato il sigillo VITRIOL, acrostico di Visita Interiora Terrae, Rettificando Inveniens Occultum Lapidem, ‘Scendi nelle viscere della terra e, interpretando, trova la pietra nascosta’.
Il secondo dei quindici comandamenti, ‘Così è in Cielo come in Terra, e in Terra come in Cielo’, stabiliva la paradossale identità di macrocosmo e microcosmo, che sarebbe divenuta uno dei tratti caratteristici del pensiero alchemico.
L’alchimia occidentale seguì due vie classiche.
La più antica, secca, usava il fuoco per la fusione.
Gli arabi la chiamarono al-iksir, ‘asciutto’, da cui deriva la parola ‘elisir’.

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La seconda via, umida, risale a Maria l’Ebrea, che nel I secolo d.C. scoprì ad Alessandria il procedimento detto, in suo onore, ‘bagnomaria’.
Furono però gli arabi a inventare lo strumento principe di questa via, l’alambicco (da al-ambiq, vaso), che servì per la distillazione dell’alcool (da al-ghul, demonio, significato che si è conservato sotto ‘spirito’).
Ai recipienti veniva poi apposto il sigillo di Hermes, che sarebbe la nostra chiusura ermetica.

Poiché non possiamo, ovviamente, correre dietro alla storia dell’alchimia, ci limiteremmo a ricordare che essa subì varie persecuzioni, da Diocleziano nel 296 a Carlo V nel 1380, per svariati motivi.
Per un certo periodo. dopo la sua riscoperta medioevale, aveva però attecchito negli ambienti ecclesiastici.

Ad esempio, la praticarono francescani come Ruggero Bacone e Raimondo Lullo, e domenicani come Tommaso d’Aquino e Alberto Magno.
A quest’ultimo si deve addirittura la prima sintesi di un elementi chimico elementare: l’arsenico.
In genere, però, l’alchimia fu considerata un’attività demoniaca, come ogni impresa di conoscenza non derivante esclusivamente dalla Scritture.
Questa caratteristica è esplicita nella vicenda di Faust, che è l’archetipo dell’alchimista.

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Già nella prima versione della sua storia, pubblicata da Joahann Spiess nel 1587, compare il patto col Diavolo:
*Io, dottor Joahannes Faust, essendomi proposto di indagare gli elementi, e non ritrovandone le capacità nella mia testa, secondo i doni graziosamente elargitimi dal Cielo, né potendo apprendere tali cose dagli uomini, mi sottometto al qui presente spirito Mefistofele, inviato e servitore del Principe infernale d’Oriente, ed eleggo il medesimo a mio insegnante di tali cose*.

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Se il dottor Faust è l’alchimista letterario più noto, l’eroe storico dell’impresa fu Philippus Aureolus Theophrastus Bombast von Hohenheim, meglio noto come Paracelso (1493-1541).
A lui si deve, tra l’altro, l’introduzione del termine ‘quintessenza’.
E il suo nome è all’origine dell’espressione inglese ‘bombast’, che corrisponde a ‘rodomontata’ o ‘guasconata’.
Il che testimonia il carattere di esagerazione paradossale che oggi viene attribuito alle sue supposte imprese.
In realtà, l’alchimia rinascimentale si trovava a metà del guado tra ciarlataneria e scienza: parlava ancora il linguaggio della magia e del cristianesimo, ma compiva ormai esperimenti di chimica.

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La sua ambivalenza si trascinò fino a Newton, che Keynes descrisse come:
*L’ultimo dei maghi, l’ultimo dei babilonesi e sumerici, l’ultimo delle grandi menti che guardano al mondo visibile e intellettuale con gli stessi occhi di coloro che iniziarono a costruire la nostra eredità culturale diecimila anni fa*.
Dopo di lui il legame fra religione e scienza fu reciso: lo scienziato dismise i panni del teologo e i linguaggi delle due professioni divennero incompatibili.
Fino ad allora, però, l’alchimia era stata soltanto una delle facce di un paradigma totalizzante che comprendeva anche l’astrologia, oltre alla religione.
Ad esempio, poiché Mercurio fungeva simultaneamente da elemento, pianeta e divinità, i discorsi su di esso potevano facilmente scivolare da un piano all’altro senza difficoltà.

Per dirla con Jung, che non era certo prevenuto: *La sventura degli alchimisti fu quella di non sapere neppure loro di che cosa parlassero*.
Con l’avvento della chimica, dell’astronomia e della psicanalisi si è finalmente capito che parlavano di una comprensione attiva del mondo atomico, della cosmologia e della psiche umana.”

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Mi auguro che si riesca a ‘comprendere’ un ‘tutto’ che si è andato evolvendo grazie a dei ‘benefattori’ della cultura umana che non si sono accontentati di quello che gli veniva raccontato e/o imposto, ma hanno esplorato, senza garanzie ed anche prendendosi dei rischi.
Al contrario, oggi, ben più di quattro pirla (e pure spocchiosi) si permettono di parlare di tutto, senza sapere niente.
Spero che si noti la differenza …

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Vale sempre la massima di Ludwig Wittgenstein.
*Di quello che non si sa, bisogna tacere* … (aggiungo: oppure informarsi   😉   )
Vale per questi argomenti, ma anche per tutti gli altri.
Altrimenti le parole in libertà, accademiche, ideologiche, mistificatorie, supponenti, moralistiche, e chi più ne ha più ne metta, soffocherà definitivamente il mondo culturale e intellettuale che si preoccupa di
condividere le conoscenze, e che andrebbe ‘preservato e difeso’ contro l’orda di imbecilli che, pro domo loro, hanno questa ‘smania’ di protagonismo che cercano di imporre con la prepotenza e l’arroganza che è diventata il ‘simbolo’ della nostra epoca.
(citazione)

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Ora (se avete avuto la bontà di giungere fin qui con la lettura) vi devo svelare di chi è la mente che ha partorito questo testo … è, e non poteva essere altrimenti, opera di Piergiorgio Odifreddi e del suo:    C’ERA UNA VOLTA IL PARADOSSO;
lui sì, è aperto a qualsiasi argomento, con il gusto di scoprire e divulgare, pur con le ‘sue’ idee su tante cose, condivisibili o meno, ma frutto di un’onestà intellettuale e cultura vera a cui si perviene ‘solo’ dopo avere esplorato tutto l’esplorabile.

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PS – Se vi capitasse di visitare Praga, che è una delle più belle città europee, c’è una strada, nel centro storico, che era ‘dedicata’ agli alchimisti e alle loro botteghe … il ‘Vicolo d’Oro’ … ed io ho avuto la fortuna di poterlo visitare      🙂

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