STORIA APOCRIFA DI UN MENTITORE


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In questi giorni tutti a discutere sull’uso del gas in Siria, con una approssimazione che non si può giustificare, in nessun modo;
prendiamo spunto da questa ennesima ‘pantomima’ per utilizzare quale contributo uno scritto tratto da

C’ERA UNA VOLTA IL PARADOSSO

del nostro ‘amico’ Piergiorgio Odifreddi, il quale, disserta partendo dal ‘paradosso del mentitore’ di antica memoria greca :
Epimenide di Creta, e la sua frase
*I Cretesi sono bugiardi*
oppure Eubulide di Mileto, con la sua
*Io sto mentendo*.
Essendo Odifreddi uomo di cultura vastissima (motivo per cui lo propongo spesso) leggete come elabora e approfondisce il ‘concetto’ procedendo storicamente, fino ai giorno nostri…

Buona lettura !

Capitolo:    STORIA APOCRIFA DI UN MENTITORE

– BATESON –

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“Lo psicologo comportamentista Burrhus Skinner (1904-1990) sosteneva che il paradosso del mentitore non interessa la vita, perché nessuna persona sensata direbbe mai cose del tipo:
*Questa frase è falsa*.
Gli sviluppi della logica sarebbero quindi irrilevanti per le scienze umane.
In realtà, esempi di tali affermazioni si trovano più spesso di quanto sembrasse a Skinner.

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Tanto per citarne uno, John Cage (compositore, padre della musica contemporanea ndr) dichiarò una volta:
*Non ho niente da dire, e lo sto dicendo*.
E per essere più esplicito compose, se così si può dire, il famoso pezzo per piano 4’33”, consistente di quattro minuti e trentatre secondi di silenzio.
E’ vero che tali comportamenti non sono considerati particolarmente sensati.
Anzi, quando gli artisti moderni esprimono il paradosso del mentitore nella forma:
*Quest’opera è un falso*, in genere si reagisce dando loro degli squilibrati.

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Proprio nella direzione di una connessione fra il paradosso e la patologia mentale si è spinto il lavoro psichiatrico di Gregory Bateson (1903-1980).
Uno dei risultati più significativi di tale lavoro è stata l’introduzione del concetto del ‘doppio vincolo’ (o doppio legame: comunicazione tra due individui, emotivamente coinvolti, verbale e meta-comunicativa in contraddizione tra di loro ndr).

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Un esempio si ha nella seguente variazione della storia del barbiere (vedere Bertrand Russell ndr), data nel 1947 da Hans Reichenbach.
Questa volta il barbiere è un soldato di una caserma, al quale un ufficiale ha ordinato di radere tutti i soldati che non si radono da soli e nessun altro.
Oltre all’ordine paradossale, i cruciali elementi aggiuntivi sono ora il rapporto di rigida subordinazione del soldato all’ufficiale e l’impossibilità di uscire dalla contraddizione mettendo in discussione la consistenza dell’ordine stesso.
Secondo Bateson, è appunto l’esposizione duratura e i doppi vincoli di questo genere che provoca in chi li subisce, soprattutto da bambino in famiglia o in collegi, un’incapacità di distinguere fra linguaggio e metalinguaggio (cioè l’extra-verbale ndr), e la conseguente ‘schizofrenia’.

Le vie d’uscita patologiche sono tre:
a) L’ebefrenia, in cui si rifiuta il meta-linguaggio e ci si limita all’aspetto puramente letterale della comunicazione.

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Un esempio di questo atteggiamento è il protagonista de IL BUON SOLDATO SVEIK di Jaroslav Hasek, che interpreta tutti gli ordini, per quanto insensati, in maniera letterale.
b) La paranoia, in cui si rifiuta il linguaggio e ci si dedica alla continua ricerca di significati reconditi al di là di esse.

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Un esempio simmetrico al precedente è il protagonista di CATCH 22 di Joseph Heller, che interpreta tutti gli ordini, per quanto sensati, in maniera metaforica.
c) La catatonia, in cui si rifiutano entrambi i livelli e ci si chiude alla comunicazione nell’inattività, fino all’autismo, o nell’iperattività.
E’ infatti un apparente paradosso che chi è troppo occupato non ha, appunto, il tempo di fare niente.
In particolare di stare a sentire gli altri.
In quest’ottica, possiede la normalità soltanto chi conosce, almeno a livello intuitivo, la logica.
Ovvero, o si è ‘logici’ o si è ‘patologici’.
[…]
Una volta presa coscienza dei doppi vincoli, li scopriamo negli aspetti più svariati dell’attività umana.
L’educazione: per addestrare all’autonomia, alla spontaneità e all’individualità si pretendono la dipendenza, l’obbedienza e l’uniformità.
Il rapporto materno: si regalano due camicie al figlio, e quando egli ne indossa una gli si chiede lamentosamente se l’altra non gli piace.
L’alimentazione: si vuole poter mangiare rimanendo magri.
La sessualità: si desidera che la propria partner sia *santa di giorno e puttana di notte*, o che il proprio partner omosessuale sia un *vero uomo*.
Il diritto: si impedisce la rinuncia alla libertà, come nell’art. 27 del Codice civile svizzero, o si punisce l’autolesionismo, come nei Codici militari.
La politica: si concede l’indipendenza alla Finlandia, a condizione che non la usi, o si pretende che venga chiesto dal basso ciò che viene imposto dall’alto, fino alla sottomissione spontanea come descritta in 1984 di George Orwell.
Oltre che apparire come cause scatenanti della schizofrenia, i doppi vincoli possono però anche diventarne la soluzione.

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La terapia proposta da Bateson è infatti quella di prescrivere il sintomo come cura, usando comandi del tipo:
*Continua a fare ciò che stai facendo*, o *Non cooperare*.
Essi mutano automaticamente un’attività spontanea in una coatta, cambiando le regole del gioco e ponendo le basi per un superamento della patologia.
Andando oltre la schizofrenia, Bateson ha notato che praticamente tutta l’attività comunicativa superiore, umana e non, è una espressione del paradosso del mentitore.
Ad esempio, comunicare:
*Questo è un gioco* il che può avvenire anche a livello prelinguistico e tra animali, significa semplicemente:
*Ciò che sto facendo non è ciò che sto facendo*, nel senso che gli atti che vengono compiuti (ad esempio, la simulazione di una lotta) non sono da intendere come andrebbero intesi normalmente (ad esempio, una lotta vera).

Analogamente avviene per minaccia,inganno, simulazione, magia, umorismo, comicità, simbolismo, metafora, immagini poetiche, rituali, riti, cerimonie, passando attraverso tutta l’attività creativa e artistica.
Che l’arte sia solo un’espressione di meravigliose menzogne, lo sanno e lo dicono molti artisti, da Denis Diderot nel PARADOSSO DELL’ATTORE, del 1773, a Giorgio Manganelli in LETTERATURA COME MENZOGNA, del 1985.

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Anche se, aggiungeva Picasso:
*l’arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità*
E, di solito, è una menzogna che viene esplicitamente dichiarata: spegnendo le luci, aprendo i sipari, iniziando i racconti (o i libri!) con ‘c’era una volta’, truccando gli attori, facendoli recitare in modo innaturale, inquadrando i dipinti nelle cornici, ponendo le statue sui piedistalli, terminando con inchini e applausi, e così via.
Arte a parte, il punto di arrivo di questa reinterpretazione paradossale della comunicazione è, ovviamente, il linguaggio stesso, sulla base del principio che il segno non è il messaggio.

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Una posizione condivisa da Umberto Eco, che nel TRATTATO DI SEMIOTICA GENERALE del 1975 definisce un segno come *tutto ciò che può essere usato per mentire* e la semiotica come *una teoria della menzogna*.
La storia che abbiamo raccontato termina dunque con una conferma dei nostri pregiudizi iniziali, ormai diventati giudizi finali, che sanciscono un incontrastato dominio della menzogna nella cultura, nella comunicazione e nel comportamento interi.
Il riassunto di questi sviluppi, secondo cui il paradosso del mentitore fa da sfondo a ogni affermazione umana significativa, potrebbe dunque essere un aforisma del tipo
*Tutto è menzogna*.

Come hanno però notato in molti, da Aristotele nella METAFISICA a Tommaso d’Aquino nella SUMMA THEOLOGIAE, l’affermazione che ‘tutto è menzogna’ non può essere vera, perché altrimenti sarebbe essa stessa una menzogna.
Allora deve essere falsa, cioè ci deve essere qualche verità, e la cosa finisce qui.
Non è detto infatti che questa verità debba proprio essere la frase in questione.
Alla fine di un lungo cammino, ci ritroviamo dunque con una riformulazione, falsa ma non paradossale, del rompicapo di Epimenide:

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*I Cretesi sono tutti bugiardi*
dal quale eravamo partiti.
Ci accorgiamo così di aver girato in tondo, seguendo un circolo forse vizioso, ma certo non inadeguato al trattamento di un paradosso.”

Spero di essere riuscito a spiegarmi, o perlomeno, se non io, il ‘buon’ Piergiorgio anche se devo ammettere che ha compiuto un bel ‘tour’ …

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