La Vergogna di essere Uomo


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2878

Ci sono alcune pagine del libro SENZA VERGOGNA di Marco Belpoliti che si inseriscono perfettamente nel discorso che riguarda, come si evince dal titolo, la vergogna che pare essere un sentimento che non si prova più, unito al pudore, altro sentimento (da non confondere con i tabù o le inibizioni di cattolica memoria) ma, piuttosto, come la capacità di porsi dei limiti morali (e non moralistici) nel nostro comportamento verso gli altri, fermo restando la libertà della nostra fantasia di spaziare come più le aggrada, a patto che sappia, a priori, che ‘certe’ fantasie devono rimanere tali.
E’ anche una questione che riguarda la nostra salute psichica che non deve avere né lacci né laccioli, ma deve essere capace di darsi una misura, pena diventare una scheggia impazzita.
Il testo seguente, esplora con metodo filosofico e psicologico, i percorsi (più o meno accidentati) delle nostre menti, che alcuni riescono a condurre mentre molti altri vengono condotti, con risultati, il più delle volte, disastrosi.
Per conferma guardarsi in giro !
(citazione su cui concordo)

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3084

“Gunther Anders (filosofo tedesco) si lascia andare a una conversazione con un americano (qui indicato come R.).
Parlano della vergogna, quella che anche R. ha provato, con Anders, a sera prima a Hiroshima.
Ma sul tema i due hanno pareri opposti.
R. si vergogna ‘in quanto peccatore’, come chi, essendo uomo ‘avrebbe potuto farlo’. Aggiunge: in un certo senso ‘l’ho fatto’.
Questo modo di accusarsi al condizionale, questo tentativo di sembrare peggiori, sembra al filosofo tedesco inammissibile: un modo illecito di commuoversi, una finzione.
Un’ipocrisia.
Anders si indigna: non l’ha fatto! A R.. dice, manca il coraggio di riconoscere la propria mancanza di cattiveria.
Si nega l’innocenza, vuole essere cattivo come gli altri.
La vergogna come schermo?
Probabilmente sì.
Una vergogna posticcia, sembra suggerire Anders.

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Le lacrime di coccodrillo, come si dice, con una metafora animale.
Il filosofo replica:
*Ma io non l’ho fatto, e non avrei mai potuto farlo, e anche lei non avrebbe potuto farlo*.
R. si indigna a sua volta moltissimo: gli sembra che ‘il mio rifiuto di colpevolezza sia addirittura sfacciato’, ma soprattutto a farlo infuriare è l’impressione che il suo voglia sottrargli la superiorità che crede di aver acquisito mediante la sua confessione, ‘ il che, dice, non è vero’.
Non si può fare a meno di percepire qualcosa di cattolico nell’atteggiamento di R., per via del perdono implicito in quella confessione: siamo tutti colpevoli.
Anders sembra replicare: *no, solo chi decide di commettere l’errore, di essere corresponsabile, di fare ciò che non va fatto, sganciare la bomba, e prima ancora di averla fabbricata*.
Anders è ebreo, e questo si percepisce nel sottofondo delle sue argomentazioni riguardo alla vergogna: non concepisce il pentimento (soprattutto se è ‘a comando’ ndr), la confessione dei propri peccati (a chi? ndr), presta una particolare attenzione alla questione della responsabilità personale.

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La responsabilità è un tema proprio anche a Hannah Arendt, come Anders allieva di Heidegger.
Sullo sfondo di questo discorso si staglia il tema dl ‘male minore’.
La questione del ‘male minore’ l’ha sollevata in modo critico per la prima volta questa filosofa in una conferenza del 1964, ‘La responsabilità personale sotto la dittatura’.
Riguarda gli eventi della Seconda guerra mondiale, su cui anche Anders si è soffermato, ma adombra il tema della responsabilità delle democrazie occidentali, il tema delle armi nucleari (o chimiche, per attualizzare ndr), della collaborazione degli scienziati ai progetti militari.
[…]
Questo è anche il tema del dialogo tra Anders e R. nell’albergo di Nagasaki.
Il filosofo ricorda a se stesso una lettura di quarant’anni prima : Sant’Agostino nelle CONFESSIONI, fonti della teoria del male minore.
Quella dottrina del ‘pentimento al condizionale’, letta nelle pagine del teologo e santo, aveva suscitato la sua profonda antipatia.

3087

In un colloquio notturno con J. (probabilmente Jaspers , di cui era allievo ndr), Anders lo accusa di essersi assunto a tutti i costi una parte di colpa.
Allude ovviamente al nazismo e alla sua ascesa.
Il giovane studente di filosofia, allievo di Karl Jaspers, assistente di Max Scheler, studioso della vergogna e del pudore, accusa quella notte il suo professore di essere invidioso della cattiveria che non ha.
La mia vergogna, precisa Anders, è diversa, ha un oggetto diverso:
*E’ una vergogna per ciò che gli uomini possono fare agli uomini; mi vergogno, cioè, come uomo, di essere uno di loro, di essere anch’io un uomo.*

3088

Anche Hannah Arendt in uno scritto del 1945 dedicato alla ‘colpa tedesca’, uscito su una rivista ebraica, di fronte ai tedeschi che dichiaravano di essere tedeschi, risponde di aver avuto la tentazione di vergognarsi di essere umana.
*Questa vergogna elementare, condivisa ai nostri giorni da molti individui delle più diverse nazionalità, è ciò che da ultimo rimane del nostro sentimento di solidarietà internazionale e non ha trovato ancora un’espressione politica adeguata*.
Dall’idea di umanità spogliata da ogni sentimentalismo, deriva la seguenza di assumersi la responsabilità per tutti i crimini commessi dagli uomini.
La filosofia tedesca, tesa a una lettura politica delle vicende della Seconda guerra mondiale, conclude tuttavia che *il sentimento di vergogna non è altro che l’espressione puramente individuale e non ancora politica di questa intuizione.* “

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I molti che si accontentano di apparire, anziché essere sono le stesse persone che si spacciano per ‘anime belle’ e si stracciano le vesti per ogni ‘sciagurata azione umana’, sentendosi corresponsabili.
In effetti lo sono, ma non per i ‘motivi’ più o meno nobili su esposti, ma solo e soltanto per la loro ignavia e ipocrisia.
Anche per questo motivo, va così di moda inviare un ‘sms solidale’ con due, tre euro e più,: non conoscendo la vergogna, scaricano le loro coscienze (o quello che ne rimane) con un click, pensando di ripulirle e poi ritornando a fare, subito dopo, quello che contribuisce a che il mondo, sia la rappresentazione agghiacciante che (ogni santo giorno) possiamo constatare, in un crescendo schizofrenico di cui, pare, in pochissimi si rendono conto.
(altra citazione su cui concordo)

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3083

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