Democrazia paradossale


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Rilevo che la data delle votazioni è uscita dall’agenda dei politici ed i media, tutti presi da vicende da condominio dei partiti (che magari ‘partissero’, con un biglietto di sola andata, però, e andando il più lontano possibile).

In un testo di Piergiorgio Odifreddi (tratto dal suo libro del 2001 C’ERA UNA VOLTA IL PARADOSSO) si tratta, alla sua maniera, proprio della democrazia rappresentativa e delle votazioni ad essa legate.

Capitolo: I PARA-DOXA DELLA DEMOCRAZIA

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“Winston Churchill diceva che la democrazia è la peggior forma di governo, a parte tutte le altre che sono state provate.
Ma sapeva che il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di soli cinque minuti con un elettore (o con un politico ndr) medio.
George Bernard Shaw definiva la democrazia l’assicurazione di non essere governati meglio di quanto ci meritiamo.
E aggiungeva che l’avvento della democrazia aveva sostituito la nomina di pochi corrotti con l’elezione di molti incompetenti (e spesso pure corrotti ndr).
Gustave Flaubert identificava il sogno della democrazia nell’elevazione del proletariato allo stesso livello di stupidità raggiunto dalla borghesia.
Bertrand Russell precisava che gli eletti non possono mai essere più stupidi dei loro elettori.
Sembra dunque che la democrazia abbia i suoi problemi, per risolvere i quali sono state avanzate alcune paradossali proposte letterarie.

Ad esempio, IL PARLAMENTO di Jorge Luis Borges suggerisce che, per ottenere una rappresentanza veramente rappresentativa, un’elezione debba eleggere tutti gli elettori.
All’estremo opposto, DIRITTO DI VOTO di Isaac Asimov ritiene sufficiente che alle elezioni venga interpellato un solo votante, purché sufficientemente rappresentativo.
Infine, NOI di Evgenij Zamjatin propone che si considerino come veramente democratiche soltanto le votazioni palesi ed unanimi, (In Svezia, esiste una cosa simile. Non si attuano cambiamenti, a nessun livello, se non si trova un accordo unanime, ndr).
Queste provocazioni letterarie si possono facilmente accantonare con un sorriso. Non così quelle logiche e matematiche, la cui rimozione è meno agevole.
I paradossi della democrazia sono infatti svariati e subdoli, come sapevano già gli antichi.
Ad esempio, si può instaurare una dittatura in maniera legale?
Se si, la libertà potrebbe avere i giorni contati;
Se no, è limitata già ora.
Oppure, si può eliminare l’articolo che permette le revisioni costituzionali?
Se sì, il potere di revisione è in pericolo, se no, è incompleto.
Forse il più ovvio dei paradossi della democrazia, è una semplice variazione del ‘sorite’ (paradosso greco, che significa ‘mucchio’, attribuito a Eubulide di Mileto ed è noto anche come ‘paradosso del mentitore’ ndr), poiché nelle elezioni con molti elettori non succede mai che il vincitore vinca per un solo voto di differenza, nessun singolo voto è determinante.
Dunque, tanto vale non andare a votare.
Ulteriori paradossi riguardano invece la pratica della vita democratica, una volta che si sia deciso di andare a votare.
Non è infatti per niente chiaro come (o addirittura se) si possono determinare gli eletti, o distribuire i seggi, in maniera logicamente soddisfacente.
‘Democrazia’ è un termine piuttosto vago, che in Grecia significava soltanto ‘governo del popolo’.
Nell’inconscio collettivo occidentale esso ha acquistato il significato, più preciso, di ‘governo della maggioranza’.
E infatti, in genere, la votazione a maggioranza viene considerata come ‘il’ mezzo attraverso cui il popolo governa.
Sia direttamente, scegliendo fra alternative in un referendum, che indirettamente, scegliendo fra i candidati in una elezione.
Che le cose non siano così semplici è dimostrato dal paradosso delle elezioni del 2000, nelle quali un Paese come gli Stati Uniti, che si ritiene il più democratico del mondo (ahahahahahahah ndr), ha eletto alla presidenza un candidato come Geroge W. Bush, che aveva ottenuto un numero di voti minore al suo oppositore Al Gore.
Il primo problema da affrontare è, dunque, se la riduzione del governo del popolo a quello della maggioranza sia giustificata.
O almeno giustificabile.
In fin dei conti, il concetto di democrazia contiene implicitamente tutta una serie di aspetti, che forse sono meglio espressi da altri modi di governo in generale e di votazione in particolare.
Si potrebbe pensare che le uniche giustificazioni possibili, in questo campo, siano inconcludenti discussioni di filosofia politica.
Nel 1952 l’economista Kenneth May ha invece dimostrato matematicamente (cfr, Econometrica – 1952 -) che la votazione a maggioranza è ‘l’unico’ procedimento di scelta fra due candidati che soddisfi le seguenti condizioni:
1) Libertà di scelta: ciascuno è libero di votare per il candidato che preferisce.
2) Dipendenza dal voto: il risultato di una votazione è determinato unicamente dai voti dati ai candidati.
3) Monotonicità: se un candidato vince in una votazione prendendo un certo numero di voti, vince anche in ogni votazione in cui prenda più voti.
4) Anonimato: non ci sono votanti privilegiati.
Poiché le assunzioni precedenti sono contenute implicitamente nel concetto di democrazia, il teorema di May dimostra che non ci sono alternative democratiche alla votazione a maggioranza, nel caso di due soli candidati.
E mostra anche come una discussione politica, quando sia basata (come raramente accade ndr) su argomenti concreti, possa essere semplice e precisa.”

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