la Ricerca, la Cultura ed il Tempo Libero


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Il libro    ANTIMANUALE DI ECONOMIA    è una vera miniera di brillanti analisi, tutte in antitesi, e di molti argomenti interessanti.
Oggi Maris, ci intratterrà su:

Capitolo: LA RICERCA, LA CULTURA E IL TEMPO LIBERO

*Siamo nani appollaiati sulle spalle di giganti.
Vediamo di più e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o siamo più alti, ma perché possiamo guardare dall’alto della loro statura gigantesca*
– Bernardo di Tours – (1085-1178)

“Cercare significa scommettere sul futuro, una cosa che non fanno mai né il mercato, troppo avido di rendimenti immediati, né, più in generale le persone ‘ragionevoli’.

2888

Quando l’autodidatta Heinrich Schliemann, dopo aver letto Omero, nel 1870 è partito alla ricerca delle rovine di Troia, tutta la comunità degli eruditi è scoppiata a ridere.
Eppure Schliemann ha trovato le rovine di Troia.
La ricerca ha delle modalità e una logica che il mercato è visceralmente incapace di comprendere.
Se ricerco, devo sapere che ho un debito enorme verso la cultura dell’umanità, che sto attingendo (è il caso di dirlo) ai pieni neuroni, dal patrimonio che essa ha accumulato, dal teorema di Pitagora fino alla geometria di Riemann, passando per la qualità estetica che mi hanno dato Goya e Racine, e devo sapere che posso donare quello che trovo, come hanno fatto i nostri predecessori.
Altrimenti non sono un ricercatore.
Favorire la ricerca in un paese vuol dire, evidentemente, favorire la crescita e i legami sociali.
E’ scommettere sulla creazione di una realtà futura che convaliderà, a posteriori, la scommessa di oggi.

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Internet è un meraviglioso esempio di previsione che ha creato una realtà la rete (il libro è del 2003 ndr), convalidando ciò che i promotori di ARPAnet non riuscivano neppure ad immaginare, salvo che ‘ci sarebbe stato qualcosa alla fine della ricerca’.
Allorché, nel 2003, un ministro della Ricerca (francese ndr) ha soppresso il 30% dei crediti alla ricerca, in nome dell’efficienza e di altre nozioni mercantili, ha dato ragione al mercato: la ricerca sta diventando inefficace e a posteriori si potrà dire che è stato giusto ridurla.
Proprio come tagliare il credito a settori la cui incidenza economica è probabilmente colossale, ma difficilmente misurabile (per esempio la sanità) permetterà di dire, dopo un cattivo funzionamento:
‘Visto? Non funziona! Abbiamo fatto bene a tagliare i crediti!’

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La ricerca è un tipico sistema di comunicazione che non può funzionare secondo la logica della rivalità.
Senonché l’ortodossia economica rifiuta il coordinamento, promuove la rivalità, distrugge la dimensione collettiva, auspica la riduzione dell’interazione al minimo possibile e, a cose fatte, giustifica i suoi risultati deludenti imputandoli all’inefficienza di ciò che ha distrutto.
Paradossalmente, la concorrenza genera spreco per eccesso d’individualismo e di cinismo.
In fondo, è meglio puntare su uno spreco che genererà efficienza (per esempio, puntare sulla ricerca, sulla spesa voluttuaria, sul puro spreco) di cui non si possono misurare le conseguenze, che puntare su un’efficienza che genererà spreco (per esempio tenendo fuori dal mercato del lavoro una parte consistente della manodopera).

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L’economia classica, pensiero unico, genera un’unica realtà, quella peggiore.
In un certo qual modo l’economia classica è la negazione della cultura, bene eminentemente collettivo, comune indivisibile.

Il fatto che io sia ‘colto’ non impedisce che anche tu lo sia e, se lo siamo entrambi, lo dobbiamo al patrimonio dell’umanità e non al brevetto depositato su questo o sul quel termine della lingua francese.”

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