senza vergogna


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l’onestà intellettuale è quella cosa che ti fa dire la verità e (al di là del tuo interesse di bottega) quello che ti pare corretto, ben distante quindi di tutte le manipolazioni che vengono messe in atto per far credere altro …
è superfluo ricordare che è è anche una dote ormai rara …

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da    SENZA VERGOGNA    di Marco Belpoliti,  scrittore e saggista, nonché docente all’Università di Bergamo ecco alcune pagine

Capitolo: L’IMMAGINE

“Nel suo celebre saggio sul narcisismo Christopher Lasch (storico e sociologo), alla fine degli anni Settanta, ha messo a fuoco la società americana; in quel periodo gli individui, scriveva Lasch, apparivano in progressiva e accelerata fuga dal sociale, ripiegati in una visione fortemente individualistica del mondo, di cui una nuova forma di narcisismo forniva una plausibile spiegazione.

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Lo storico aveva aveva già intravisto un aspetto divenuto oggi decisivo: il superamento della competenza del lavoro manuale e di quello impiegatizio di una nuova forza-lavoro che trova la propria espressione, scrive *nella personalità piuttosto che nella forza e nell’intelligenza*.
Gli uomini e le donne alla fine del XX secolo si trovano a proiettare un’immagine attraente di se stessi e contemporaneamente devono *interpretare un ruolo dimostrando una conoscenza approfondita della propria interpretazione*.
Da allora le cose sono andate molto avanti anche nei paesi europei, coniugandosi con la ‘corsa al successo dirigenziale’.
Per il manager aziendale, nuovo prototipo dell’ ‘homo faber’ (essere i manager di se stessi è tra gli slogan più ripetuti), il potere non è più rappresentato dal denaro o dall’autorità, bensì dalla ‘immagine vincente’: il potere risiede negli occhi di chi guarda.

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Il tema della vergogna amorale (la vergogna di superficie, che non intacca l’immagine profonda di sé) presuppone una considerevole importanza dello sguardo, aspetto che è decisivo nel narcisismo.
A un certo punto del suo saggio, Lasch fa un’osservazione molto interessante, in cui connette la nuova forma assunta dal sistema manageriale all’influenza esercitata dalle immagini.
Scrive che l’emergere con sempre più evidenza di un’organizzazione di tipo narcisistico della personalità dipende dalle forme burocratiche della società, che hanno nella figura del manager il proprio culmine, e insieme dipende dalla proliferazione delle immagini visive e sonore nella ‘società dello spettacolo’.
Viviamo, afferma Lasch, in una sorta di vortice di immagini e di risonanze *che arrestano l’esperienza e la riproducono al rallentatore*.

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Era quello (inizio anni Settanta) il momento dell’esplosione delle macchine fotografiche personali, delle piccole fotocamere, e in particolare della Polaroid di cui Andy Warhol è stato il profeta artistico, oltre che l’utilizzatore più scaltro e cinico; ma anche dei registratori portatili e dei riproduttori.
Lasch osserva che questo strumenti visivi e sonori non solo trascrivono l’esperienza, ma ne alterano la qualità stessa *dando a gran parte della vita moderna l’apparenza di una immensa camera dell’eco, di una sala degli specchi*.
L’osservazione è calzante ed estende il tema della società dello spettacolo alle pieghe stesse della vita dei singoli, dove la fotocamera, la cinepresa, il registratore, divengono gli strumenti implacabili che trasformano la vita in una serie di riproduzioni visive e sonore.
[…]
Con lo sviluppo dei mezzi elettronici, il fenomeno è diventato ancora più pervasivo, così che oggi appare quasi banale dire, come faceva trent’anni fa lo storico americano, la vita quotidiana è a tal punto mediata dalle immagini elettroniche *che non possiamo che rispondere agli altri come se le loro azioni (e le nostre) venissero riprese e simultaneamente trasmesse davanti a un pubblico invisibile o raccolte per essere sottoposte, in un secondo momento, a un accurato esame*.

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Ora sappiamo che questo ‘secondo tempo’ non arriva mai nell’istantaneo vero tempo del contemporaneo, e che tutto si limita al momento della registrazione, coincidente, per effetto della simultaneità, con l’atto stesso della ripresa.
Noi siamo sempre davanti a una ‘camera’, per cui il nostro atteggiamento è quello dello ‘smile’!
[…]

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Sono riflessioni che Susan Sontag aveva già elaborato due anni prima – nel 1977 – quando pubblica su una rivista il più importante saggio che comporrà poi il libro SULLA FOTOGRAFIA.
La realtà, scrive, somiglia sempre più a ciò che vediamo attraverso la macchina fotografica, così che di diffida dalla realtà quando questa non è confermata dalla camera.
[…]
Ebbene, tutto questo costituisce una premessa al narcisismo analizzato da Lasch.
Di più: l’idea di sviluppo trapassa dalla educazione morale alla serie di immagini, così che non è più una serie di valori a determinare il transito dall’età infantile a quella adulta (la maturità raggiunta attraverso l’elaborazione personale mediante le esperienze e la memoria di sé), bensì la serie di fotografie, le immagini appunto, disposte in sequenza, assicurano che l’ordine prestabilito è stato seguito.
[…]

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Questo discorso, con ogni probabilità, ci porta lontano dal tema della vergogna, ma è senza dubbio collegato con le ragioni auto-scopiche della vergogna, sia con la vergogna morale, ma soprattutto con quella amorale o, come la definisce Agnes Heller
(filosofa), *vergogna sulla pelle*.
Il narcisismo, in definitiva, è il modo migliore che gli individui hanno a disposizione per tenere testa alle tensioni e alle ansie di vita moderna, come già Georg Simmel (sociologo) aveva compreso nel momento in cui descriveva la vita nervosa dei cittadini delle metropoli all’inizio del Novecento.

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La lotta in corso è quella per il mantenimento dell’equilibrio psichico in una società, come scrive Lasch, che pretende il rispetto delle regole di rapporto reciproco, ma al tempo stesso rifiuta di fornire agli individui dei codici morali su cui fondare queste relazioni..
L’effetto immediato è quello di favorire forme di egocentrismo che non hanno
più niente in comune con il narcisismo classico, come definito da Sigmund Freud, primario.
Lasch, lo chiama ‘narcisismo secondario’, o patologico, che presuppone l’incorporamento di grandiose immagini oggettuali come difesa contro l’angoscia e il senso di colpa.
Qui si inserisce la vergogna amorale.

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L’insicurezza crescente circa la propria identità tipica della società postmoderna, il peso delle temute e continue umiliazioni, cui espone una vita in immagine, le malattie dell’insufficienza, producono quella che Alain Ehrenberg (sociologo) ha definito *la fatica di essere se stessi*.
Siamo passati dalla società fondata sull’obbedienza e la disciplina, a una società che accentua gli aspetti di indipendenza dalle convenzioni morali, che propone modelli di comportamento, sia alla base che al vertice, fondati sul ‘tutto è possibile’.
Il risultato è la sostituzione di Edipo, il simbolo della società patriarcale, del senso di colpa borghese, con la figura di Narciso; la società come specchio, il successo come conferma o negazione della propria riuscita, Narciso reca con sé il dono della libertà, ma anche un crescente senso di vuoto e il fantasma dell’impotenza.”

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Gilles Deleuze, famoso filosofo francese, che con la collaborazione di Félix Guattari (psichiatra), coniò il termine ‘schizoanalisi’ (studiando i comportamenti schizoidi delle società contemporanee), scrisse una cosa ‘intensa’ circa la vergogna:

“La vergogna di essere uomo (qui, ora ndr):
c’è una ragione migliore per scrivere?”

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Ecco perché ci sembra di vivere in un ‘teatrino’, oltretutto dove recitano attorucoli e attricette, che ambiscono tutti/e all’Oscar, pur non avendo nessuna dote a sostegno, che non sia un ‘super-ego’ smisurato e un book fotografico e multimediale preparato all’uopo e … ovviamente, pochissima conoscenza della ‘vergogna’.
Un degnissimo rappresentante di questa cacofonica torre di babele, attualmente è un personaggio che, guarda caso, viene (in privato) chiamato il ‘bomba’ dai compagni ed il ‘bimbominkia’ dagli avversari.

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