Intervista sull’identità


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INTERVISTA SULL’IDENTITA’ di Zigmunt Bauman

Nonostante sia un testo non di semplicissima lettura e comprensione (e parlo per me) vi voglio offrire un pensiero del ‘filosofo della società liquida’;

trascrivo il PROLOGO, facendo una premessa che riguarda la questione della identità di Bauman (come polacco) e il suo essere diventato (obbligato dalla ‘politica’ polacca dell’epoca) inglese.
Leggiamo come dipana l’argomento, cercando di cogliere, se possibile, i concetti:

“Si dice comunemente che le ‘comunità’ (a cui le identità fanno riferimento come entità che le definiscono) sono di due tipi.

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Ci sono comunità di vita e destino i cui membri, secondo la formula di Siegfried Kracauer (filosofo e sociologo), *vivono insieme in attaccamento indissolubile*,
e comunità *saldate insieme unicamente da idee o vari principi*.
Dei due tipi, il primo mi è stato negato, proprio come è stato negato e lo sarà a un crescente numero dei miei contemporanei.
Se non mi fosse stato negato, difficilmente avreste avuto occasione di interrogarmi sulla mia identità, e se lo aveste fatto, io non avrei saputo dire a quale genere di risposta puntasse la vostra domanda.
La questione dell’identità sorge solo quando si viene a contatto con ‘comunità’ della seconda categoria, e solo perché sono molteplici le idee che creano e tengono insieme le ‘comunità saldate insieme da idee’ con cui si viene in contatto nel nostro polimorfo mondo culturale.
E proprio perché ci sono così tante idee e principi attorno a cui crescono ‘comunità di credenti’, che si devono fare paragoni, fare scelte, farle ripetutamente, rivedere le scelte fatte in altre occasioni, cercare di conciliare esigenze contraddittorie e spesso incompatibili…

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Julian Tuwim, grande poeta polacco di origine ebraica, è famoso per aver detto che il fatto che odiasse gli antisemiti polacchi più degli antisemiti di qualsiasi altra parte del mondo era la prova migliore del suo essere polacco.
Si diventa consapevoli che ‘l’appartenenza’ e ‘l’identità’ non sono scolpite nella roccia, non sono assicurate da una garanzia a vita, che sono in larga misura negoziabili e revocabili; e che i fattori cruciali per entrambe sono le proprie decisioni, i passi che si intraprendono, il modo in cui si agisce e la determinazione a tener fede a tutto ciò.

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In altre parole, alla gente non viene in mente di ‘avere un’identità’ fintanto che il suo destino rimane un destino di ‘appartenenza’, una condizione senza alternative.
Forse costoro cominceranno a concepire questo pensiero solo nella forma di un compito da portare a termine, e da eseguire regolarmente e ripetutamente piuttosto che ‘una tantum’.
[…]
E’ accaduto dunque, che nel grappolo di problemi chiamato ‘la mia identità’, la nazionalità si è trovata a rivestire un ruolo di particolare importanza: condivido questo fato con i milioni di rifugiati e di migranti che il nostro mondo in rapida globalizzazione produce a ritmo sempre più veloce.
Tuttavia, scoprire che l’identità è un grappolo di problemi piuttosto che una questione unica è una caratteristica che condivido con un numero molto maggiore di persone, praticamente con tutti gli uomini e le donne dell’era della ‘modernità liquida’ (incertezza, paura, frenesia che costringe ad adeguarsi alle attitudini e alle abitudini del ‘gruppo’, per non sentirsi ‘socialmente’ esclusi ndr).
Le peculiarità della mia biografia hanno semplicemente drammatizzato e messo bene in vista quel genere di condizione oggi piuttosto diffuso e in via di diventare quasi universale.
Nella nostra epoca il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati, mentre le nostre vite individuali sono frammentate in una successione di episodi mal collegati fra loro.

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Pochi tra noi, per non dire nessuno, possono evitare di passare attraverso più di una, vera o presunta, ben integrata o effimera, ‘comunità di idee e principi’; perciò la maggior parte di noi ha la difficoltà a risolvere (per dirla con Paul Ricoeur) il problema della memeté (la coerenza e la continuità della nostra identità nel tempo).
Pochi tra noi, per non dire nessuno, sono in contatto con solo una ‘comunità di idee e principi’ per volta, e perciò la maggior parte di noi ha una analoga difficoltà col problema della ipséieté (la coerenza di tutto ciò che ci distingue come persone).
[…]
Le ‘identità’ fluttuano nell’aria, alcune per propria scelta, ma altre gonfiate e lanciate da quelli intorno, e si deve stare costantemente in allerta per difendere le prime contro le seconde; c’è maggiore probabilità di malintesi e l’esito delle trattative è sempre incerto.

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Più si fa esperienza e più si padroneggiano le difficili competenze necessarie per cavarsela in una condizione così manifestamente ambivalente, meno acuminati e pungenti si faranno gli spigoli, meno soverchianti le sfide e meno incresciosi gli effetti.
Si può perfino cominciare a sentirsi chez soi (a casa), ma il prezzo da pagare è accettare che in nessun posto ci si sentirà pienamente a casa.
[…]
E’ famosa la dichiarazione di Ludwig Wittgenstein che i luoghi migliori per risolvere le questioni filosofiche sono le stazioni ferroviarie (o gli aeroporti… ndr).

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Uno dei più grandi di una lunga serie di raffinatissimi scrittori in lingua spagnola, Juan Goytisolo, che ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti prima di stabilirsi in Marocco, riassumeva la sua esperienza di vita nell’osservazione che *l’intimità e la distanza creano una situazione privilegiata, sono entrambe necessarie*.

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Secondo l’opinione comune, Jacques Derrida, uno dei più grandi filosofi della nostra epoca di modernità liquida, in perpetuo esilio fin da quando, ragazzino ebreo dodicenne, fu espulso da una locale scuola francese per mano del governo di Vichy, ha costruito il suo imponente edificio filosofico su ‘incroci culturali’, George Steiner, un acuto e brillante critico culturale, ha definito Samuel Beckett, Jorge Luis Borges e Vladimir Nabokov i più grandi scrittori contemporanei: ciò che secondo lui univa questi tre autori, per il resto nettamente distinti, e li faceva torreggiare sopra gli altri, era che ognuno di loro si muoveva a proprio agio in numerosi, distinti universi linguistici.
Questo continuo attraversare i confini ha permesso loro di esplorare l’inventività e l’ingegno dell’uomo dietro alle solenni e imponenti facciate di credenze apparentemente invincibili e senza tempo, dando così loro il coraggio di partecipare consapevolmente alla creazione culturale, consci dei rischi e dei trabocchetti di cui, com’è risaputo, le distese sconfinate sono piene.

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Di Georg Simmel, da cui ho imparato molti di più di qualsiasi altro sociologo, e il cui modo di fare sociologia è stato finora (e, credo, rimarrà fino alla fine) per me l’ideale massimo (benché, ahimè, irraggiungibile), Kracauer dice, a ragione, che uno degli scopi fondamentali che hanno guidato il lavoro di tutta la sua vita è stato quello di *liberare ogni fenomeno ‘geistig’ (spirituale, intellettuale) dalla sua falsa autosufficienza e mostrarlo incastonato nel più ampio contesto della vita*.
Al centro della visione di Simmel, e perciò del suo mondo e della sua visione del proprio posto nel mondo, c’è sempre l’individuo umano ‘considerato come portatore di cultura e come maturo essere ‘geistig’ (spirituale, intellettuale), che agisce e giudica nel pieno controllo della sua anima e collegato con altri esseri umani in un’azione e un sentimento collettivi’:
Se continuerete a esortarmi a dichiarare la mia identità (vale a dire il mio ‘Io presunto’, l’orizzonte verso cui tendo e in base a cui valuto, censuro e correggo le mie mosse), sappiate che questo è il punto massimo a cui potete spingermi.
Di più non posso avvicinarmi… “

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