un Paese in (s)vendita …


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Da:  MAONOMICS  di Loretta Napoleoni

Capitolo: UN PAESE IN VENDITA

“L’Islanda è un Paese in cui leggenda e realtà sono separate da un crinale particolarmente sottile.
La Storia di questa nazione si fonda con le saghe, favole etniche che celebrano la grandezza di un popolo ai confini del mondo, sotto ghiaccio per la maggior parte dell’anno.
Una nazione, quindi, che ha dovuto inventarsi strategie per sopravvivere in un ambiente spesso ostile all’uomo.
[…]

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In un luogo in cui la natura è dominante e che offre paesaggi simili
agli inospitali panorami lunari, le credenze son per gli abitanti una specie di corazza psicologica.
[…]
Per capire come una nazione che crede agli gnomi o elfi si sia gettata a capofitto nella vasca degli squali di Wall Street bisogna fare un passo indietro e imbattersi in uno dei massimi poeti islandesi, Einar Benediktsson.

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Il suo sogno diventa quello dell’intera nazione:
*Trasformare l’Islanda in un Paese moderno con città, fabbriche, linee ferroviarie, strade, porti e fattorie meccanizzate*.
Alla fine del Ventesimo secolo è un sogno condiviso da tutte le nazioni sulle due sponde dell’Atlantico, quello della modernizzazione neoliberista, che l’Europa e l’America riescono a realizzare, ma che alla fine degli anni Ottanta l’Islanda continua a inseguire.
Nel frattempo, dall’altra parte del mondo anche la Cina rincorre il sogno di modernità.
Negli anni Novanta e Duemila gli islandesi non vedono la ricchezza del Paese nel mare che li circonda, dove abbonda il pesce, o nelle praterie ai confini del mondo, dove pascolano le mucche, ma nell’energia idroelettrica di cui la terra è ricca.

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Saranno le cascate spettacolari e i larghi pozzi di lava a trasformare l’Islanda in una grande fucina.
Ecco il sogno degli abitanti dell’isola.
Ma ci sono alcuni ostacoli logistici.
Sebbene il Paese possegga energia pulita, che oggi va tanto di moda, quella idroelettrica non si può esportare.
Chi la vuole deve usarla sull’isola.
Solo che per produrla bisogna prima trovare i soldi per trasformare lava e acqua in energia e i finanziamenti devono venire da fuori, perché questa è una nazione povera.
Al pari della Cina, dunque, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, l’Islanda cerca di attirare capitali esteri per modernizzarsi.
E lo fa offrendo agli imprenditori stranieri energia buon mercato con una particolare attenzione all’industria che ne consuma di più, quella dell’alluminio.

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Fino agli anni Novanta le banche internazionali sono molto caute e il Paese fatica a trovare crediti sufficienti, ma tutto cambia con la ‘deregulation’, e a questo punto un fiume di denaro comincia a fluire verso Reykjavik.
L’industria pesante però non porta il benessere che si sperava.
I guadagni sono scarsi rispetto al costo fisso dell’investimento e il consumo energetico immenso.

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Il ritorno di capitale è bassissimo, quello della Landsvirkjun, l’industria elettrica nazionale, è appena dello 0,9 per cento.
La produzione di alluminio non crea neppure posti di lavoro perché è un’industria ad alta intensità di capitale e di consumo energetico.

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La fabbrica di alluminio costruita dalla Alcoa a Reyodarfjordur, sulla costa orientale dell’isola, per esempio, consuma sei volte il fabbisogno energetico di tutte le abitazioni dell’Islanda, ma ha creato solo 500 posti di lavoro in più.
L’avventura industriale si rivela dunque un fiasco.
Eppure il reddito pro capite sale fino a essere il secondo al mondo.
Perché?
A causa della bolla finanziaria che, come vedremo, trasforma il debito astronomico accumulato dal Paese nell’illusione della ricchezza.
Si spende ciò che non si possiede, ma nessuno se ne rende conto e nell’immaginario collettivo della popolazione le centrali, le fabbriche e i fumi delle fornaci sono la scorciatoia economica per modernizzarsi.
Artefice di questo scherzo è l’alta finanza internazionale.
[…]

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Non sarà certo l’alta finanza a proporre il riciclaggio dell’alluminio come alternativa ‘pulita’ alla semplice produzione, che tra l’altro rientra tra le attività industriali più inquinanti.
E’ notoriamente molti più economico, oltre che più ecologico, riciclare i milioni di lattine consumate ogni giorno: dal 1972 nei soli Stati Uniti ne sono state seppellite per circa 17 milioni di tonnellate, equivalente a tutta la produzione dell’impianto di Straumsvik in Islanda per i prossimi cento anni.
Riciclare l’alluminio è semplice, il metallo non si corrode facilmente, ma costa così poco da essere considerato un prodotto usa e getta.
Pertanto l’industria alimentare americana si rifiuta di imporre un costo aggiuntivo a chi non ricicla le lattine, come invece avviene in alcuni Paesi, tra cui l’Islanda (in Olanda, ad esempio,da molti anni è vietata la vendita della birra in lattine, solo vetro a rendere … ndr).

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Va da sé che le lobby di questo metallo sono potentissime (Paul O’Neil, ex presidente dell’Alcoa è stato segretario al Tesoro sotto l’amministrazione Bush) e quindi influenzano le decisioni governative.
Negli anni Novanta i grandi banchieri non prendono in considerazione la scorciatoia del riciclaggio soprattutto per motivo di guadagno personale.
I profitti generati dal finanziamento dell’industria pesante in Islanda sono di gran lunga superiori a quelli prodotti dalla costruzione di impianti di riciclaggio, ovvio, dato che il profitto è direttamente proporzionale alle dimensioni dell’investimento e le banche ne percepiscono una percentuale.
Se poi si aggiungono i costi delle consulenze tecniche, quelli organizzativi, il marketing e tutti quelli legati alla nascita di una nuova industria pesante, gestita dalle banche, ci si rende conto del perché i capitali internazionali abbiano appoggiato l’irrealizzabile e assurdo sogno di modernizzazione islandese.

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Ecco il grande limite di un mercato dove la finanza conta più della politica: l’aspetto sociale del processo di modernizzazione, e spesso anche quello economico, scompaiono per far spazio ai dividendi degli azionisti.
Ma mentre è normale che le banche perseguano il profitto dei soci, gli Stati dovrebbero farsi carico del benessere della popolazione.
Con la ‘deregulation’ questi diventano complici e facilitatori di ogni arbitrio delle banche, come è avvenuto in Islanda.
Queste dunque nel 1995 sostengono e incoraggiano la campagna di marketing lanciata dal governo, con la quale si mettono in vendita tutte le risorse idroelettriche presenti e future del Paese.

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L’Islanda offre i costi energetici più bassi d’Europa, un invito a nozze per tutti i giganti dell’alluminio, tra cui il chiacchieratissimo Rio Tinto e le imprese russe cadute in mano a oligarchi e mafiosi.
L’idea è di trasformare l’isola in un conglomerato di centrali idroelettriche e fabbriche d’alluminio così sullo sfondo delle notti polari si ergeranno gigantesche ciminiere d’acciaio e fornaci incandescenti.
Gli ambientalisti inorridiscono, ma sono messi a tacere da politici che hanno assimilato il gergo dei banchieri e promettono ricchezza a una popolazione confusa e disorientata dagli stranieri in doppiopetto blu, con valigette piene di carte, che continuano a sbarcare sull’isola.”

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E da noi?
Come al solito da noi si fa il karaoke, si ripete ‘ad orecchio’ le cose che fanno gli altri, senza averci capito una mazza, oppure avendo capito… che c’è (eccome) trippa per i gatti.

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Nel caso alluminio/Alcoa, vorrei ricordare il problema sorto nel Sulcis, dove Alcoa ha chiuso la fabbrica dopo anni in cui lo Stato la aveva servita e riverita, costruendogli addirittura il porto
A differenza dell’Islanda, noi abbiamo l’energia tra le più care al mondo. Quindi ?
Non occorre essere dei professori di economia …
Lo Stato ha finanziato l’industria, adducendo il motivo che lo ‘sforzo’ serviva per trovare occupazione alla popolazione del luogo, che, chiuse le miniere di carbone, non aveva più sbocchi occupazionali.
Nessuno però ci ha spiegato quanto è costata l’operazione, rispetto all’occupazione prodotta.
Se, come si può presumere, i dati fossero come quelli islandesi, possiamo serenamente dire che il costo-pro operaio, a carico evidentemente della ‘collettività’, sarebbe spaventevole.
Nel Sulcis sarebbe stato più economico, ma anche produttivo, investire sulla riqualificazione del territorio, concedendo (eventualmente) un reddito ‘pro-tempore’ a quella popolazione che si fosse impegnata a ‘riciclarsi’ in altre attività, compresa quella del ritorno ad attività agricole, o anche turistiche.
Troppo difficile ?
No! Poco remunerativo per dei ‘cialtroni’ che, anche se avessero la volontà, non avrebbero poi le capacità per portare avanti progetti di questo tipo.

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Molto più semplice, per loro, sposare le iniziative del grande capitale, che sono tutte antieconomiche, come ben spiegato dalla Napoleoni, ma che permettono loro di strappare qualche ‘morso’ al ‘coscio’ bello grasso che è stato cucinato.
Poi mandano degli incommensurabili deficienti (ed evitiamo dei nomi tanto non serve farne) a spiegare in TV la ‘rava e la fava’ alla gente.
Il problema è, che ancora e nonostante tutto, ci siano ancora tanti che si fanno infinocchiare.
Spaventevole !
Non ci resta che aspettare che questa interminabile ‘farsa’ si trasformi in tragedia…
Islanda docet !!!
(citazione)

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