Indurre a ‘necessità’ non necessarie


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Proviamo a fare un discorso ad ampio respiro, nel senso che, introdotto un testo, apparentemente ‘limitato’ a quello che tratta nello specifico, tenteremo di dimostrare che si lega a una serie di fatti storici e a meccanismi creati e messi in pratica dal ‘potere’ dominante, fino ad arrivare ai giorni nostri, organizzato e codificato con le leggi del marketing; parola che in sé sembrerebbe ‘neutrale’, ma che nei fatti anticipa e crea le regole di quello che viene comunemente chiamato ‘mercato’, intendendo con ciò, la libera iniziativa dei cittadini per il libero scambio delle merci, delle prestazioni professionali, delle idee creative di tipo artistico o tecnologico.

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Il testo di oggi è tratto da CAPIRE IL POTERE di Noam Chomsky, è già il termine ‘capire’ dovrebbe insinuare qualche incertezza, qualche dubbio … cosa ci sarà mai da ‘capire’ ?
E le domande dovrebbero sorgere spontanee, ma le risposte quale potrebbero mai essere ?
Mah … per esempio… :

Capitolo : LA CREAZIONE DEI BISOGNI

DOMANDA: Ma si potrebbe sostenere che la ‘propensione allo scambio’ fa parte della natura umana, che la gente è fondamentalmente materialista e cerca sempre di accumulare all’interno di qualsiasi sistema sociale ?

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CHOMSKY: Si può sostenere, ma non è obbligatorio crederci.
Guardiamo le società rurali, sono andate avanti per migliaia di anni senza farlo: forse per questo hanno una natura umana differente?
O guardiamo la famiglia: nessuno ‘scambia’ il pranzo o accumula per sé senza tener conto del bisogno degli altri.
Per capire la ‘propensione allo scambio’ basta ripercorrere la storia del capitalismo moderno, del quale peraltro sappiamo molto.
Prima cosa si nota che i contadini, che non ne volevano sapere, sono stati spinti a forza e con violenza nel sistema del lavoro salariato.
In un secondo tempo si sono deliberatamente creati nuovi bisogni.
C’è una sterminata letteratura sulla necessità di indurre nuovi bisogni nella popolazione, che è poi una delle caratteristica del neo capitalismo dalla sua nascita.

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Ma c’è un periodo in particolare in cui questo fenomeno è particolarmente evidente, ed è quello che coincide con l’abolizione della schiavitù.
Nel 1831, in Giamaica ci fu un’imponente rivolta di schiavi che fu uno dei motivi che indussero il governo britannico ad abolire la schiavitù nelle colonie.
Dopo diverse rivolte, decisero che la schiavitù era diventata antieconomica.
In un paio di anni gli inglesi decisero di passare da un’economia basata sulla schiavitù a una cosiddetta economia ‘libera’, senza però modificare le strutture basilari.
E se si vanno a leggere i dibattiti che ci furono in parlamento in quel periodo si scopre che fu una scelta consapevole.
In pratica si diceva: il padrone deve diventare il proprietario e gli schiavi i lavoratori soddisfatti.
Ma in Giamaica sorse un piccolo problema.
Poiché c’erano vasti appezzamenti di terra libera, gli schiavi liberati rifiutavano di lavorare per le piantagioni britanniche e si trasferivano su altri terreni. Allora nel parlamento londinese si chiesero: ‘Come possiamo obbligarli a lavorare per noi anche se non sono più schiavi?’

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E le soluzioni furono due: per prima cosa fu inviato l’esercito a presidiare gli appezzamenti liberi per impedire che la gente vi si insediasse; inoltre si comprese che, poiché quella gente non desiderava davvero beni che non fossero destinati al soddisfacimento dei bisogni primari, peraltro facilmente reperibili in un paese dal clima tropicale, il capitalismo britannico avrebbe dovuto creare nuovi bisogni e portare le persone a desiderare beni che potevano essere acquisiti solo attraverso il lavoro salariato nelle piantagioni.
Quella della necessità di creare bisogni è stata una scelta consapevole e i mezzi impiegati allora per raggiungere l’obiettivo furono gli stessi che oggi impiega la televisione quando fa desiderare un paio di scarpe da tennis di cui nessuno ha davvero bisogno per indurre la gente a vivere nella società del lavoro salariato. Questo schema si ripete continuamente nella storia del capitalismo.
La storia del capitalismo mostra infatti che le persone devono essere indotte a comportamenti che poi vengono presentati come parte della loro stessa natura.
Ma se c’è una cosa che il capitalismo ha mostrato davvero è che questi comportamenti tutto sono meno che naturali, tanto che devono essere indotti artificiosamente.”

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Bene, diciamo che avete letto e diciamo che avete delle perplessità … (diciamolo per convenzione, per il bene del successivo ragionamento    😉    )in effetti io ad esempio ne ho poche su quanto appena letto).

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Allora, tentiamo una ricostruzione storica ad anteriori e a posteriori:
la prima mossa del neo-capitalismo imperialista britannico fu l’instaurazione delle ‘enclosures’ che andarono a sostituire gli ‘open fields’, che permettevano buone condizioni di vita (a livello di necessità primarie) con la caccia e l’agricoltura di sussistenza, permettendo così di ‘svincolarsi’ dalle regole di ‘mercato’ dettate da chi il mercato deteneva.
La stessa tecnica usata dai Brittans in Giamaica, anche se per ragioni diverse, fu attuata in Cina.
I presupposti nacquero dallo sbilancio mostruoso dell’import/export che gli inglesi dovevano subire.
Loro, infatti, importavano dalla Cina grandi quantità di tè, sete e porcellane, ma non avevano niente da esportare.
Usarono uno stratagemma, dopo averlo sperimentato in Giamaica con la canapa indiana (comunemente chiamata Marijuana).

Poppy buds on the outskirts of Nangarhar

Grazie alle loro colonie ‘produttrici’ (Afghanistan e l’odierno Pakistan), dove si coltivava il papavero, introdussero l’oppio in Cina, facendolo passare come un prodotto ‘distensivo’ fino a creare un numero impressionate di tossico-dipendenti, e con ciò rendere il paese ‘schiavo’ appunto di questo nuovo ‘bisogno’, pareggiando se non sbilanciando in maniera speculare la bilancia commerciale.
Per questi motivi, ma non solo, in Cina scoppiò, alla fine del XIX secolo, la rivolta dei ‘Boxer’, un tentativo di conservare le tradizioni e le abitudini cinesi, contro l’aggressività di un’ideologia occidentale e imperialista, avulsa al loro popolo.
Ancora diversa, ma con le stesse tecniche, è la nascita della catena di montaggio e con essa il Fordismo.

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Henry Ford, già leader nel mercato delle automobili che però era circoscritto a un numero limitato di persone, le più ricche, si scervellò per trovare una soluzione che gli permettesse di ampliare il suo giro di affari.
Che cosa pensò?
Pensò che l’automobile dovesse diventare un ‘bisogno’ di tutti, in primis dei suoi operai.
Da qui, nacque l’invenzione della catena di montaggio, la quale, razionalizzando i costi di produzione, costringendo però gli operai a lavori ripetitivi, da eseguirsi in tempi prestabiliti, permise di produrre la Ford T, la prima auto ‘popolare’ alla portata di tutti.
Oggi le tecniche si sono affinate di molto, ma la ‘matrice’ è sempre quella.

2762Se, per esempio, vedete la pubblicità dei pomodori, delle pere, delle mele, delle insalate, e non vi fate domande, sicuramente, e a vostra insaputa, state prendendo una fregatura.
Poi ci si ritrova a lamentarsi che i prezzi della frutta e della verdura sono andati alle stelle.
Domanda : e le ‘stalle’ ce le siamo dimenticate ?
Tutti a fare gli ‘sboroni’ inventandosi quarti di nobiltà, dimenticandosi del nonno
mungitore, che per 365 giorni all’anno si svegliava alla tre del mattino… per lui, per la sua famiglia e per le vacche, che erano il suo patrimonio da salvaguardare.

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Sapete cosa vi dico allora: fintanto che la ‘gente’ agirà inconsapevolmente, correndo dietro ai profumi e ai balocchi, i neo-capitalisti, e con loro tutto il cucuzzaro che gravita attorno, avranno ragione.
Quindi occhio alla pubblicità … perché è fatta da furbi …
e lo dice anche un antico detto: ‘Il patrimonio dei furbi sono i fessi !’

[citazione, quindi niente di ciò che avete appena letto, e vi ringrazio, è opera mia (tranne la scelta delle immagini) … io sono però assolutamente d’accordo]

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